Nel corso di un’intervista a Skynews, mesi dopo l’attacco terrorista di Hamas contro Israele, il capo dei soccorsi delle Nazioni Unite Martin Griffiths ha dichiarato che Hamas non è un gruppo terroristico ma un movimento politico.”
L’affermazione ha creato sdegno ma l’oltraggio non avrebbe dovuto essere rivolto all’individuo. Griffiths, in fondo, non è che il messaggero della linea dell’organismo di cui fa parte.
Infatti, prima di analizzare la questione, occorre chiarire questo punto: la linea ufficiale delle Nazioni Unite è che Hamas è un movimento politico.
Alla luce del peggior attacco terroristico della Storia recente dopo quello delle torri gemelle, si prova sconcerto davanti a questa posizione intrinsecamente contraddittoria: la constatazione unanime che l’attacco del 7 ottobre fosse un atto di terrore ma la negazione che i perpetratori siano terroristi. Non quadra.
Verrebbe da pensare che – anche se in precedenza l’ONU non aveva voluto designare Hamas come gruppo terroristico – lo avrebbe certamente fatto dopo un atto così efferato. D’altra parte, i movimenti politici solitamente non lanciano razzi ed entrano in un altro Paese per rapire, stuprare, mutilare e uccidere oltre 1200 persone e poi fare parate con i cadaveri. Invece l’ONU non ha cambiato posizione.
Cerchiamo di capire perché.
Tra le pecche comuni della mia generazione c’è di avere creduto (in una straziante ingenuità) che le Nazioni Unite esistessero in difesa dei principi per i quali sono state create. Chissà se è mai stato così ma probabilmente (almeno per alcuni decenni) ci hanno provato. Il punto è che per adempiere alle intenzioni dei fondatori, ogni ambasciatore dovrebbe avere come punto fermo i principi e gli interessi della comunità mondiale prima ancora degli interessi nazionali. Ma le Nazioni Unite, come il resto del mondo, non sono immuni dalla crescente tendenza particolarismo, né esenti dall’accettazione diffusa di una mentalità: quella in cui tutti tentano di tirare acqua al proprio mulino organizzarsi in coalizioni per favorire gli amici e cercare di distruggere gli avversari.
È un modus operandi della politica che non conosce differenza tra dittature e democrazie affermatosi con la transizione da un principio di “interesse comune” a quello del tuo cortile e della distruzione del vicino di casa. Se si accetta che il politico faccia l’interesse del proprio partito prima di quello del Paese e definisca le proprie politiche seguendo quella direzione piuttosto che principi etici, non ci si dovrebbe stupire se all’ONU avvenga lo stesso. Allora i diritti umani (che si prefigge di difendere) diventano carte pazze da giocare per accusare Tizio quando diventa scomodo, ma da nascondere nel mazzo quando si tratta dell’amico tagliagole che ti siede a fianco.
Inutile prendersela con l’ONU. Non possiamo incolpare lo specchio della nostra brutta faccia. Le Nazioni Unite non sono un’entità astratta: sono la somma delle realtà nazionali che le compongono, ciascuna delle quali vota ormai quasi esclusivamente seguendo il neo-tribalismo che ha sostituito la politica.
Nello specifico vediamo cosa è successo in merito alla non designazione di Hamas come gruppo terroristico.
Facendo un passo indietro, nel 2018, è l’ambasciatrice degli USA, Nikki Haley, a presentare una risoluzione in merito. Purtroppo all’interno del Consiglio di sicurezza trova un solo alleato: il Regno Unito. La Francia si schiera con Russia e Cina contro la designazione di Hamas come gruppo terroristico. Quanto al voto, sebbene l’Assemblea Generale voti a favore della misura, una manovra procedurale da parte di un gruppo di Paesi arabi, guidato dal Kuwait, richiede una maggioranza di due terzi affinché la misura sia approvata. Il bilancio è di 87 favorevoli, 58 contrari e 32 astenuti. Non basta.
Hamas brinda al successo, definendo il mancato passaggio della risoluzione uno “schiaffo in faccia” all’amministrazione americana e a Israele e un’affermazione della legittimità della resistenza palestinese contro Israele. Moussa Abu Marzouk, vice capo del Politburo di Hamas, arriva addirittura ad affermare che il rifiuto della risoluzione costituisce un riconoscimento internazionale del “diritto di Hamas a lanciare razzi e affrontare l’aggressione”.
Ha ragione chi dice che l’attacco di Hamas del 7 ottobre non nasce dal nulla. Infatti, i primi semi vengono gettati nel dicembre del 2018 con una risoluzione bocciata alle Nazioni Unite che Hamas interpreta come carta bianca per aggredire Israele.
Malgrado all’indomani della strage, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres condanni l’attacco, quando l’8 ottobre viene convocato il Consiglio di sicurezza non viene presa nessuna misura contro Hamas. Anzi, il rappresentante della Federazione Russa parla già di “cessate il fuoco immediato e ripresa di consultazioni per i due Stati.”
Da notare che, a questo punto, sono passati solo 2 giorni dall’attacco: Israele è ancora ben lontana dall’avere attaccato Gaza, anzi, l’esercito sta ancora contrastando gli ultimi gruppi di Hamas che controllano alcuni Kibbutzim all’interno del territorio israeliano. Ancora non tutte le aree sono state liberate; ancora non si sa il numero di morti, né quello dei rapiti. Israele non ha ancora risposto ma già si chiede un cessate il fuoco, mentre Hamas, da Gaza, spara centinaia di razzi. D’altra parte Hamas può farlo impunemente: lo ha stabilito l’Assemblea Generale nel 2018.
Malgrado le pressioni da parte d’Israele di ottenere, almeno dopo l’efferato attacco, la designazione di Hamas come gruppo terroristico da parte dell’ONU, alcuni giorni dopo, la probabilità di un veto russo in merito fa sì che non si arrivi a nulla. Hamas continua ad essere considerato un movimento politico.
Il 18 ottobre, gli Stati Uniti pongono il veto a una risoluzione delle Nazioni Unite che condanna gli attacchi di Hamas contro Israele e le violenze contro i civili perché non sancisce il diritto d’Israele alla difesa né menziona gli ostaggi.
Il 26 ottobre, prima che Israele intraprenda le azioni di terra ed entri a Gaza, le Nazioni Unite votano una risoluzione chiedendo il cessate il fuoco: si tratta di una risoluzione nella quale non si richiede la liberazione dei circa 230 ostaggi né si condanna Hamas per l’attacco contro Israele. “Oggi è un giorno che passerà all’infamia,” è la risposta di Gilad Erdan, ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, al voto. “Siamo tutti testimoni del fatto che l’ONU non detiene nemmeno un grammo di legittimità”.
Siamo ad un punto di svolta. La mancata designazione di Hamas come gruppo terroristico da parte dell’ONU dopo una strage di oltre 1200 persone, e addirittura la mancata condanna di Hamas o un voto in cui si richieda la liberazione degli ostaggi – ma anzi la richiesta ad Israele di un cessate il fuoco (mentre Hamas ed Hezbollah continuano a lanciare razzi dalle proprie postazioni) sono un segnale che l’Assemblea Generale non vota sulla base di criteri oggettivi (che avrebbero portato ad una richiesta di cessate il fuoco ad Israele unitamente alla condanna di Hamas ed un’inequivocabile e ferma domanda di richiesta di liberazione degli ostaggi) ma sulla somma di particolarismi e settarismi che, in questo frangente storico, vedono più o meno il mondo spaccato in due maggiori fazioni: l’occidente schierato con Israele e i Paesi orbitanti nelle sfere arabe, russe e cinesi (che chiaramente costituiscono la maggioranza).
Allora, la strage perpetrata da Hamas diventa irrilevante: il voto è l’occasione propizia per attaccare e cercare di distruggere gli avversari a prescindere dalle circostanze. Così da quel silenzio tombale sui 1200 morti e i 230 ostaggi scaturisce la legittimazione della strage. Ancora peggio è il fatto che l’Assemblea che legittima lo stupro, l’assassinio e il rapimento di centinaia di israeliani sia quella nata espressamente con lo scopo di condannare questo tipo di azioni. Con quel voto, le Nazioni Unite invece comunicano ancora una volta che ogni attacco contro la popolazione israeliana è lecito, chi lo commette non è esecrabile e che Israele non ha il diritto di difendersi.
Non sapremo mai se una risposta diversa dell’ONU avrebbe frenato o almeno ritardato l’IDF ma esiste una concomitanza certa: 24 ore dopo quel voto, il 27 ottobre, Israele entra con le truppe di terra a Gaza.
I tentativi di spronare l’ONU non si fermano. Il 17 novembre il Senatore americano Susan Collins, insieme ad un gruppo bipartisan di 33 colleghi del Senato, invia una lettera alle Nazioni Unite esortandole a designare Hamas come organizzazione terroristica in seguito ai brutali attacchi terroristici contro Israele del 7 ottobre.
“Gli eventi recenti hanno dimostrato che le azioni, le tattiche e gli obiettivi dichiarati di Hamas sono per molti versi indistinguibili da Al Qaeda, ISIS e altre organizzazioni terroristiche sanzionate dalle Nazioni Unite. Pertanto, vi scriviamo per esortarvi a portare una risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riconosca e imponga sanzioni ad Hamas come organizzazione terroristica”.
Ne segue il nulla.
Per arrivare ad una risoluzione in cui le Nazioni Unite chiedono almeno la liberazione incondizionata degli ostaggi bisognerà aspettare il 12 dicembre, ovvero 2 mesi dopo il loro rapimento. Quanto alla designazione di Hamas come gruppo terroristico, risulta ad oggi non pervenuta.
D’altra parte, tribalismi a parte, vediamo all’atto pratico cosa comporterebbe tale designazione. Innanzitutto implicherebbe una ferma condanna al maggiore sponsor di Hamas: l’Iran. Non a caso, neanche Hezbollah e Houthi sono designati come gruppi terroristici (stiamo parlando dello stesso Iran, stato che pratica l’apartheid di genere e che impicca mediamente 3 persone al giorno per reati politici, che attualmente presiede il Forum dei diritti umani all’ONU). Inoltre, ci sarebbe la questione dell’UNRWA (su cui ho già scritto qui). Insomma, se non designi un’organizzazione come terroristica, puoi continuare ad assumerne i membri senza dovere fare nulla per eliminare terroristi dai tuoi organici. In fondo, sono solo “politici” armati fino ai denti che aspirano alla distruzione dello Stato d’Israele.
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ottimo articolo complimenti all’autrice.
Grazie
I Palestinesi hanno il diritto di opporsi all’occupazione illegale dei loro territori, ma non hanno mai avuto i mezzi per combattere ad armi pari. Fatah e Fplp hanno usato metodi terroristici ma sfido a dire che non siano organizzazioni politiche.
Armiamoli come facciamo con l’Ucraina e magari rinunceranno al terrorismo.
Gaza non era occupata. E per la cronaca, Hamas mandava ragazzi imbottiti di tritolo a farsi saltare in aria sugli autobus in Israele, cosa che difficilmente può essere classificata come “difendere i propri territori”.
Armare Hamas che aspira a creare un califfato sotto la legge della sharia?
Seriamente?
Fino a che punto siete così autolesionisti?
Ai sensi del diritto internazionale Gaza era occupata. Poi ci sono gli altri territori. Io armererei l’OLP.
L’islamismo è fatto abbastanza recente che storicamente non spiega la questione palestinese, Hamas nasce con la prima intifada.
Raramente ho trovato una disamina sull’ONU e sulla sua posizione rispetto ad Israele ed Hamas così chiara e definita.
Brava davvero!!!
Riccardo
Grazie.
Ho 60 anni da almeno 20 (sarò sincero da quando gli Stati Uniti se ne fregarono della risoluzione ONU e invasero lo stesso l’iraq) penso che l’ONU sia un carrozzone inutile tale e quale alla società delle Nazioni. Come mettere d’accordo a 9 miliardi di persone. Non siamo più al 1945 con due superpotenze vincitrici, ognuna che controllava una fetta di mondo. Il mondo è nel caos totale,chi se ne frega di quello che pensa l’ONU? Per me è chiaro che siamo in un’epoca di Vinca il più forte.Sarò benaltrista, qualunquista, allorista, semplicemente stronzo dite quello che volete: l’ONU è inutile.
Avrebbe dovuto essere riformata dopo la fine della Guerra Fredda, non è avvenuto. Ora purtroppo è inutile. Per altro, nel documentario della BBC “Putin vs the West” lo ammette lo stesso Guterres.