Questa è la prima parte di un progetto che ha l’ambizione di esaminare le milizie volontarie russe utilizzate da Mosca in Donbas a partire dal 2014 e fino alla vigilia dell’invasione 2022, in appoggio alle entità separatiste di Donetsk e Lugansk.
Il Cremlino ha sempre negato di avere inviato truppe regolari russe all’interno dei confini del Donbas, insistendo su una versione della realtà come vedremo falsa, distorta e speciosa, ma funzionale a provocare il naufragio degli accordi previsti dal Protocollo Minsk II, che imponevano (#10) “il ritiro delle formazioni armate straniere inclusi i mercenari”.
In questo modo Mosca ha potuto chiamarsi fuori dal previsto obbligo ed allo stesso tempo accusare Kyiv di inadempienza sul punto #11 del protocollo (riforme costituzionali) che gli ucraini avevano sospeso in reazione al mancato ritiro delle milizie teleguidate da Mosca: un modo subdolo ma efficace per gettare sugli ucraini la responsabilità delle fallite trattative e preparare il terreno alla futura invasione.
In realtà, nella sua sporca guerra, massiccio è stato da parte del Cremlino, l’utilizzo in Donbas di milizie volontarie ultranazionaliste, o meglio rushiste per usare un efficace neologismo, a partire dal Gruppo ENOT con cui inauguriamo questa serie di articoli.
Il Gruppo ENOT ed il ruolo di Igor Mangushev
Era il 4 febbraio 2023 e dai canali TG filorussi si diffuse la notizia della morte per arma da fuoco di Igor Mangushev, ucciso apparentemente per errore ad un posto di blocco della Wagner in Donbas; l’annuncio diede il la a bordate di accuse da parte di milblogger russi come Strelkov e Murz, alias Igor Girkin e Andrej Morozov, con i quali Mangushev detto Bereg, aveva condiviso le operazioni in Donbas nel 2014-15.
Ma chi era Mangushev?
La vita e la carriera di Mangushev, così come la sua morte, si intrecciano strettamente con la radicalizzazione ultranazionalista della società russa avvenuta negli ultimi decenni ed in particolare con quel suprematismo rushista patriottardo che più tardi prenderà il nome di Russkyi Mir.


I. Il periodo Svetlaya Rus
Nato a Mosca il 16/8/86, Mangushev frequenta per 4 anni l’accademia militare Frunze dove matura le proprie idee nazionaliste, unite però alla frustrazione di non essere pienamente accettato dai suoi commilitoni per via delle sue origini ebraiche (nome di suo padre Leonid Abramovitch Reimer): cosa che gli impedisce di completare gli studi e lo indurrà a cambiare il proprio cognome Reimer in Mangushev.
Sceglie quindi la politica attiva o meglio da strada, raccogliendo attorno a sé altri disagiati con i quali dà vita, verso fine 2009, al gruppo militante Svetlaya Rus (??????? ????), che si presenta come un “movimento giovanile patriottico” a base nazionalista ortodossa.
In realtà il gruppo è di matrice palesemente fascistoide, con lo stesso Mangushev ammiratore di Breivik e la home-page del sito decorata da simboli nazisti e neopagani che dovrebbero stridere con le sue origini ebraiche ma che forse ne sono la becera rinnegazione.
I primi anni del gruppo passano tra campi paramilitari e corsi di sopravvivenza che coinvolgono giovani e giovanissimi: tra il 2011 ed il 2012 sono infatti una dozzina gli eventi partecipati da Svetlaya Rus (SR), che nel frattempo aveva cominciato (dal 06/11) a collaborare con il servizio immigrazione federale FMS nel contrasto all’immigrazione clandestina.
Assieme ad altri gruppi ed associazioni nazionalistiche come Rezerve, SR prende parte ad incursioni e violenze contro immigrati caucasici ed asiatici, sotto l’occhio indulgente della polizia russa, assaltando e sgomberando dormitori ed alloggi occupati.
Secondo quanto ricostruito a suo tempo da Novaya Gazeta, nel 2013 Mangushev passa a lavorare presso la Internet Research Agency (IRA), ovvero la cosiddetta “fabbrica di troll di San Pietroburgo”, in questo caso per pilotare le elezioni amministrative di Mosca ai danni di Alexey Navalny, recentemente rinvenuto cadavere nella sua ultima galera artica.
Risalirebbe quindi a questa questa fase il primo contatto tra Mangushev ed Evgenij Prigozhin, titolare della IRA.
II. L’ENOT Corps in Donbas, 2014-15
Come per altri gruppi e organizzazioni paramilitari russe, il 2014 diviene l’anno del passaggio dalla teoria alla pratica.
A partire da giugno infatti, diversi militanti di SR passano in Donbas, dove confluiscono in due compagnie del battaglione Vityaz della LPR.
Di cosa si tratta precisamente?
Di un battaglione formato in parte da volontari SR ed in parte da militari regolari russi ad insegne coperte della 15a Brigata fucilieri motorizzati di Samara (90600), che nell’autunno 2014 si trova ad operare a Krasnodon e Izvarino formalmente annesso alla milizia separatista della LPR: “omini verdi” in pratica, che confermano la presenza di truppe regolari russe in Donbas, smentendo le menzogne del Cremlino (1)

La 15a motorizzata non è l’unica unità regolare russa ad entrare in Donbas nel 2014, come riportato da un accurato report del sito investigativo Bellingcat che identifica la 200a brigata fucilieri motorizzati di Pechenga, anche loro ad insegne coperte.
La propaganda russa ovviamente sorvola, anzi nega stizzita.
Il Vityaz dunque assorbe un po’ di teste calde di SR, con il resto del gruppo che decide invece di unirsi all’associazione Rezerve, a sua volta attivamente impegnata in Donbas.
I due gruppi quindi si fondono dando così vita all’ENOT Corps, associazione asseritamente umanitaria per l’assistenza civile ai russofoni del Donbas ma in realtà organizzazione paramilitare per l’appoggio attivo e diretto alle milizie separatiste.

Un rapido inciso su Rezerve.
Si tratta di una associazione di circoli nazionalistici sparsi in varie parti della Russia, dediti ad organizzare campi paramilitari, diffondere ideologia militarista ed ultranazionalista ed a raccogliere materiali militari a favore delle milizie del Donbas. Rezerve è una emanazione del movimento politico ultraortodosso Narodny Sobor, a sua volta composto da decine di associazioni e movimenti.
Quale leader dell’ENOT viene posto Roman Telenkevich, già cordinatore di Rezerve ed ex-mercenario in Cecenia, mentre Mangushev entra a sua volta nel direttivo assieme a Mikhail Komolyatikin, uno degli organizzatori della cosiddetta Marcia Russa, la sfilata annuale che per anni ha raccolto nazionalisti, rushisti, neonazisti, suprematisti razziali e integralististi ortodossi.
Nella sua missione dichiarata ENOT si prefigge di provvedere alla fornitura di equipaggiamenti tecnico-militari ad alcuni gruppi armati attivi in Donbas, tra questi Rusich del ben noto neonazista sociopatico Alexei Milchakov, unitamente a sporadici carichi di beni essenziali alla popolazione civile. In realtà per tutto il 2014 i membri de di ENOT prendono regolarmente parte ai combattimenti ed alla caccia ai renitenti alla leva obbligatoria imposta dalle sedicenti autorità separatiste DPR e LPR, mentre a gennaio 2015 partecipano ai combattimenti di Debalchevo: si tratta di attività illegali anche per la legislazione russa, che teoricamente non consente l’attività di PMC, che invece è ben tollerata a livello politico, quale escamotage, da parte del Cremlino, per rivendicare la propria estraneità pubblica al separatismo del Donbas e continuare il supporto occulto.
In tale contesto ENOT, come le altre milizie, opera sotto il controllo di Igor Girkin, che a sua volta rappresenta la longa manus di Mosca nella sua funzione di sedicente ministro della difesa DPR. A Donetsk Girkin e Alexandr Borodai sono le due figure politico-militari di riferimento che consentono a Mosca di non apparire e le loro strade si intrecceranno fino alla fine con quella di ENOT e dello stesso Mangushev.

Nonostante queste cautele la presenza in Donbas di ENOT viene ben presto notata dai media ucraini, che ne denunciano le attività illegali.
Come ben immaginabile, ENOT è funzionale agli obiettivi del Cremlino, che di fatto ne autorizza il ruolo extralegale in Donbas e ne tollera le attività in Russia: nel settembre 2015 infatti, in totale impunità, ENOT organizza nei boschi presso Mosca il primo dei propri campi paramilitari rivolto a ragazzini tra i 12 ed i 18 anni, tra lezioni di tattica militare, maneggio delle armi ed istruzione ideologica, con particolare riferimento ai concetti di Novorossjia e Russkyi Mir.
A tenere le lezioni teoriche e pratiche sono istruttori reduci dal Donbas, compresi Milchakov ed il suo vice Jan Petrovsky, che così confermano il sodalizio di Rusich con ENOT, affiancati da miliziani del Russian Imperial Movement (RIM), altra organizzazione di ultradestra di impronta Imperial-zarista


Il campo, cui prendono parte circa 300 ragazzini, ottiene il patrocinio di un pezzo grosso dell’estremismo politico russo, vale a dire Alexander Borodai, attualmente membro della Duma, che dopo aver contribuito ad aizzare la crisi crimeana nella primavera 2014, era divenuto “primo ministro” della DPR nel maggio-ottobre successivi, passando poi la mano ad Aleksandr Zacharchenko. Fedelissimo di Putin, durante il suo periodo in Donbas opera a stretto contatto con Igor Girkin e come referente dell’oligarca estremista Malofeev.
L’esperienza del campo paramilitare, evidentemente giudicata positiva, viene poi ripetuta anche in Bielorussia con gruppi di ragazzi provenienti da Russia, Montenegro, Serbia, Transnistria e Ossezia del Sud e quindi replicata a Noginsk in Russia due anni più tardi, nel settembre 2017, anche in questo caso con istruttori provenienti da Rusich.
III. Lunghi Coltelli
Nonostante le entrature nella politica ed il ruolo avuto in Donbas, ENOT entra in crisi nel 2018. Dopo aver tenuto un campo in Serbia, nella regione di Zlatibor, chiuso su ordine delle autorità di Belgrado, finisce nel mirino dell’FSB che il 7/11 a Ryazan arresta per breve tempo alcuni dei suoi militanti.
Si era infatti rotto un equilibrio di potere.
Secondo una inchiesta di Kommersant del marzo 2015, fin dall’inizio Mangushev aveva cercato di ottenere per i suoi lo status (e i benefici) di reduci militari e per tale ragione si era affiliato alla Unione Volontari del Donbas (UVD), organizzazione reducistica fondata il 27/8/15 dal consigliere di Putin Vladislav Surkov ed affidata a Borodai, che aveva lo scopo di sostenere i reduci in rientro dal Donbas, che lo stesso Surkov valutava in 30-50.000 ed ai quali il Cremlino negava lo status di combattenti per evitare di doverne riconoscere la presenza in Donbas, politicamente scomoda.
La soluzione, elaborata da Surkov nel 2016, era stata quella di proporre la creazione di una rete di PMC coordinate dalla UVD, in grado di assoldarne i reduci e supportarne le famiglie: in questa operazione le varie organizzazioni combattentistiche affiliate alla UVD avrebbero dovuto trasformarsi in PMC, di fatto configurandosi come l’esercito privato di Surkov.
Tale progetto tuttavia incontra l’opposizione dell’FSB al quale, secondo la legislazione russa, spetta l’autorizzazione ed il controllo delle PMC.
Non solo: nell’ambito dell’accantonamento del progetto Novorossjia a seguito degli accordi di Minsk (2), le competenze di Surkov (e Borodai) sulla questione Donbas vengono ridimensionate e riassegnate ad altri enti federali, tra cui FSB, GRU, ministeri ecc., cosa che provoca dal 2016 uno scontro pesante tra FSB e Surkov.
Lo scontro, frontale, si sarebbe quindi risolto a favore dell’FSB (nel 2020 Surkov verrà infine rimosso da Putin), con relativa riconferma della supremazia sulle PMC, ricondotte in tal modo sotto il diretto controllo del Cremlino.
In questa fase le PMC diventano uno strumento delle proxy-wars di Putin nel Caucaso, in Africa ed in Siria.
Così, avviene in particolare per la Wagner ma anche per la ENOT, che viene chiamata in Karabach ed in Siria in un ruolo evidentemente non gradito, che porterà nel giugno 2017 alla secessione di ENOT dalla UVD, annunciata da Telenkevich, in rotta con Borodai, attraverso la pagina web (poi rimossa) della stessa ENOT.

3 Borodai, 4 Surkov
È plausibilmente da questo conflitto che scaturisce la definitiva resa dei conti tra ENOT ed FSB di cui l’arresto e rilascio nel novembre 2018 di alcuni militanti sarà solo il primo passo. Nel 2019 Mangushev, annuncia lo scioglimento del gruppo, forse per evitarsi noie giudiziarie da parte dell’FSB, che invece procede conto Telenkevich, poi condannato a 13 anni il 23/3/22 con l’accusa di associazione criminale.

IV. Ritorno in Ucraina
Quanto a Mangushev, subito dopo l’inizio dell’invasione si arruola in una delle unità della milizia LPR, esibendosi poi in un famigerato spettacolo in una discoteca di Donetsk in agosto, con in mano un teschio di un soldato ucraino ucciso a Mariupol: occasione nella quale espone al pubblico presente in sala le proprie velleità genocide nei confronti della popolazione ucraina.
Non è chiaro tuttavia, quale sia stato il suo ruolo in Ucraina in quello scorcio del 2023. Secondo Dossier Center, fonte riconducibile all’oligarca dissidente Mikhail Khodorkhovsky, Mangushev sarebbe stato reclutato dal GRU poco prima dell’invasione ed inserito all’interno di un cosiddetto piano RURI, vale a dire una rete di disinformazione web particolarmente attiva su TG attraverso canali apparente filoucraini volti a danneggiare e screditare l’Ucraina diffondendo fake news, alimentando il panico, spargendo antisemitismo e filonazismo ed organizzando false raccolte-fondi che finivano invece ai separatisti. È plausibile che in tale funzione Mangushev abbia sfruttato l’esperienza accumulata nel 2013 con la IRA di Prigozhin.
La RURI sarebbe stata ordita dal col. Denis Smolyaninov, ufficiale GRU specializzato in psyops e messa in atto da Viktor Lukovenko, un neonazista russo collegato al gruppo suprematista BORN che nel 2009, ai margini di una Marcia Russa era stato coinvolto nell’omicidio di un cittadino svizzero originario dello Sri Lanka.
È quindi plausibile che Lukovenko e Mangushev abbiano frequentato lo stesso brodo di sottocultura neonazista a Mosca e che alla vigilia dell’invasione il primo abbia proposto al secondo di entrare a fare parte del piano RURI.
Arriviamo così al 4 febbraio 2023. Mangushev viene fermato ad un posto di blocco di Wagner presso Kadiivka dove in circostanze mai chiarite riceve un colpo da 9mm alla nuca in stile esecuzione sommaria.
Ci sono diverse ipotesi sulle cause dell’omicidio. Si è parlato di errore, di un regolamento di conti tra mercenari PMC, di questioni economiche in sospeso, di messaggi trasversali da o verso Prigozhin.
Per settimane i sodali di Mangushev, Murz e Girkin hanno hanno invocato chiarezza chiedendo l’apertura di una indagine da parte delle autorità russe, senza però ottenere risposte.

Ma a pensarci bene una risposta forse l’hanno ottenuta. Indiretta, trasversale, in puro stile mafioso. Quella veicolata dagli attentati irrisolti a Vladen Tatarsky, Zachar Prilepin, Evgenij Prigozhin ed all’arresto dello stesso Girkin. (*)
Risposte mafiose da parte di un governo criminale, che potrebbe aver voluto accorciare il guinzaglio ai propri dogs of war, forse divenuti troppo ingombranti e pericolosi per un potere paranoico che non accetta alternative a sé stesso.
Comunque sia, la sordida morte di Mangushev ne rispecchia la sordida vita, emanazione perfetta di un sistema corrotto, marcio e sanguinario, servito da figuri sanguinari, marci e corrotti.
E per il suo epitaffio che gli valga quello che lui stesso rivolse al teschio di un soldato ucraino ucciso ad Azovstal:
“Che bruci all’inferno: del suo cranio ne faremo un calice. Siamo in guerra contro l’idea [di Ucraina] e quindi non importa quanti ne uccideremo: perché tutti i portatori dell’idea dovranno essere uccisi”
(*) poco prima di andare online con questo pezzo, sopraggiunge la notizia del suicidio (!?) di Andrey Morozov “Murz”.

NOTE
(1) Secondo le informazioni raccolte dal sito investigativo Informnapalm sarebbero almeno tre le perdite subite dalla 15a brigata nel 2014.
(2) Il “tradimento” della Novorossjia da parte di Putin, ovvero la scelta di abbandonare una parte del Donbas scaricando le milizie è stato uno uno dei nodi irrisolti tra il Cremlino e l’estrema destra ultranazionalista, mai metabolizzato da quest’ultima ed oggetto di recriminazioni fino a tempi recenti da parte dei cosiddetti turbopatrioti reduci del Donbas, progressivamente messi a tacere: Igor Mangushev (assassinato/ucciso 4/2/23),Vladen Tatarsky (assassinato 1/4/23), Zachar Prilepin (ferito in attentato 6/5/23), Igor Girkin (arrestato 21/7/23), Andrej “Murz” Morozov (ammutolito da mesi). Morto suicida il 20/2/24.
FONTI
https://archive.md/tUaSz
https://www.bellingcat.com/news/uk-and-europe/2016/01/16/russias-200th-motorized-infantry-brigade-in-the-donbass/
https://m.censor.net/en/photo_news/333961/russian_15th_peacekeeping_brigade_simply_dressed_up_as_lpr_terrorists_photo_proofs_photos
https://dailystorm.ru/obschestvo/fsb-nachala-zaderzhivat-uchastnikov-chvk-e-n-o-t
https://dossier-center.appspot.com/gru-ukraine/
https://www.globalsecurity.org/military/world/russia/udv.htm
https://informnapalm.org/en/mourning-peacekeepers-of-the-15th-brigade/amp/#amp_ct=1708281409193&_tf=Da%20%251%24s&aoh=17082809982384&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com
Why Surkov Needs Private Army: Union of Donbas Volunteers (UDV) as Reserve of National Guard of Russia
https://intelnews.org/tag/svetlaya-rus/
https://jamestown.org/program/russian-nationalist-group-acting-as-a-private-military-company-worries-kremlin/
https://khpg.org/en/1577103087
https://www.kommersant.ru/doc/2688561
https://meduza.io/news/2023/02/08/umer-sozdatel-chvk-enot-igor-mangushev-neskolko-dney-nazad-ego-ranili-vystrelom-v-golovu
https://www.sova-center.ru/en/xenophobia/reports-analyses/2016/04/d34247/
https://www.svoboda.org/a/sud-prigovoril-glavu-chvk-e-n-o-t-k-13-godam-kolonii-strogogo-rezhima/31766276.html
https://www.svoboda.org/a/dosje-mangushev-i-byvshiy-neonatsist-lukovenko-rabotali-na-gru/32735712.html
https://theins.ru/en/news/2591
Le foto 2, 4, 6 sono tratte da: Kabakaev, Alekseieva, Morozov: Russian Private Military Companies
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I miei complimenti, Joze. Al solito, pezzo di rara competenza.
Alla prossima!
Ma i <> non sono ruzzi, vengono da Marte e sono portatori di pace…..A parte gli scherzi, bell’antipasto!! Aspettiamo la prossima puntata