

Oltre la cronaca della guerra, il confronto con Teheran viene letto qui come snodo strategico di una partita più ampia: deterrenza, sicurezza energetica, nuovi equilibri tra alleati e ritorno dei blocchi globali. Al centro, una domanda dura: quanto costa aspettare che una minaccia diventi irreversibile?
L’attuale scenario mediorientale, segnato da un confronto diretto tra l’asse Israele-Stati Uniti e il regime di Teheran, richiede un’analisi che trascenda la cronaca bellica per addentrarsi nelle complessità della strategia militare, della sicurezza energetica e della stabilità geopolitica globale.
Questo approccio può permetterci di costruire una lente tecnica e professionale per osservare e comprendere non solo la legittimità del conflitto, ma anche la sua funzione di perno in una nuova architettura mondiale, l’evoluzione del rapporto USA-Israele, la sicurezza energetica globale e il conflitto con la sfera eurasiatica.
La dottrina della prevenzione: oltre il concetto di “minaccia imminente”
Uno dei punti focali della strategia attuale risiede nella contestazione del concetto tradizionale di “minaccia imminente” come unico casus belli legittimo. La critica interna negli USA spesso inquadra il conflitto come una guerra opzionale, evitabile, sostenendo che l’Iran non rappresentasse un pericolo immediato per il suolo americano.
Tuttavia, la realtà strategica suggerisce un paradigma differente, efficacemente illustrato attraverso la metafora clinica della progressione oncologica. Ignorare un marker tumorale allo stadio iniziale solo perché non è ancora manifesto equivale a condannare il paziente a una crisi negli stadi successivi, quando la situazione diventa irreversibile.
Attendere che l’Iran possieda decine di migliaia di missili balistici, molti dei quali dotati di armi nucleari, renderebbe il regime effettivamente impenetrabile a qualsiasi attacco e praticamente certa una catastrofe globale.
Sotto il profilo operativo, l’azione preventiva ha già prodotto risultati tangibili: migliaia di sortite condotte da forze americane e israeliane senza la perdita di un singolo velivolo sul suolo iraniano, infliggendo danni strutturali alla capacità di Teheran di condurre una guerra a lungo termine.
Le vittime – seppur sempre tragiche, da qualunque parte si trovino, senza se e senza ma – sono però state minime rispetto alle previsioni e agli standard dei conflitti di questa scala.
La nuova architettura delle alleanze: la cooperazione bilaterale “60/40”
Il rapporto tra Stati Uniti e Israele si è evoluto da una dinamica di protezione completamente squilibrata, stile NATO del secolo ventesimo, a una vera e propria partnership operativa paritaria, definibile come uno sforzo “50/50” o, più realisticamente, “60/40”.
A differenza delle coalizioni simboliche del passato, l’attuale cooperazione si basa su una reciproca necessità tecnica. Nella prima Guerra del Golfo, ad esempio, gli USA fornirono 697.000 soldati su un totale di 956.000; con il contributo di 20 dei 30 Paesi alleati così marginale, attorno alle 100 unità, spesso con compiti logistici, da risultare ininfluente se non ridicolo.
La collaborazione bilaterale che oggi sta portando avanti le operazioni Roaring Lion e Epic Fury è caratterizzata da una marcata asimmetria informativa: Israele fornisce agli Stati Uniti intelligence di puntamento e sofisticati flussi informativi sul terreno che Washington non sarebbe in grado di ottenere autonomamente.
Si evidenzia una notevole efficienza operativa: la presenza di una seconda aeronautica militare altamente competente e capace consente agli Stati Uniti di condurre operazioni con una frazione delle forze normalmente richieste e permette ai due alleati di spartirsi equamente gli ambienti operativi.
Inoltre, questa flessibilità strategica consente una riduzione del carico operativo sulle spalle di ciascuno e permette a Israele di mantenere pressione sul Libano e lungo la linea gialla che divide la Striscia di Gaza, e al Pentagono di conservare la propria postura in Asia e in Europa, senza dover drenare risorse vitali per presidiare il Golfo.
Questa sinergia smentisce la narrativa isolazionista MAGA secondo cui l’America sarebbe stata “trascinata” in guerra da Israele. Al contrario, gran parte della base elettorale repubblicana sostiene l’intervento non solo per i benefici arrecati all’alleato, ma come risposta a decenni di aggressioni iraniane, dal sequestro dell’ambasciata nel 1979 – che costò la presidenza a Jimmy Carter – agli attacchi terroristici contro i militari americani in Iraq e Libano.
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L’Iran: un nodo critico dell’asse eurasiatico
Non è possibile analizzare la minaccia iraniana come un fenomeno isolato. Teheran rappresenta un nodo critico in un asse autoritario che comprende Pechino e Pyongyang e si estende fino a Mosca. Questa interdipendenza trasforma un conflitto regionale in una questione di sicurezza globale esistenziale.
La Cina, infatti, dipende in modo prioritario dal petrolio iraniano non solo per il Paese, ma anche per finanziare il proprio apparato militare e mantenere le proprie aspirazioni su Taiwan; la Russia ha spesso sfruttato le competenze militari iraniane al punto da copiare, e ora realizzare in casa, i droni Geran copiati dagli Shahed iraniani; la Corea del Nord, il Paese eremita sempre sull’orlo dell’autoimplosione, ha bisogno della cooperazione finanziaria e militare di Cina e Russia.
Il collasso o il sostanziale degradamento del regime iraniano non colpirebbe solo Teheran, ma indebolirebbe drasticamente la capacità di proiezione di potenza della Cina e della Russia. In questo senso, la guerra in Iran è una guerra totale del “West” contro il “Rest”. Senza però dimenticare che il “Rest” rappresenta oltre due terzi della popolazione mondiale.
Impatto economico e sicurezza energetica
Il timore di un contraccolpo economico, in particolare legato al prezzo dei carburanti, è una variabile costante nella politica americana. Tuttavia, la situazione attuale differisce radicalmente dagli shock petroliferi degli anni ’70 o dalla Guerra in Iraq.
La rivoluzione del fracking ha reso gli Stati Uniti il principale produttore mondiale di gas naturale e petrolio, garantendo un livello di indipendenza energetica senza precedenti. Sebbene il prezzo del greggio sia sensibile ai conflitti, la vulnerabilità degli USA è mitigata dalla propria capacità produttiva.
Questo, almeno, è valido se si considera lo shale oil come una riserva strategica cui attingere se – e solo se – il prezzo del petrolio vola attorno ai 100 dollari al barile.
Il fattore Stretto di Hormuz
La minaccia iraniana di “strozzare” lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% dell’energia mondiale, è l’argomento cardine di chi si oppone al conflitto. Strategicamente, però, questo scenario giustifica l’intervento anziché sconsigliarlo: se l’Iran è in grado di paralizzare l’economia globale, non può essere considerato una minaccia triviale che l’Occidente può permettersi di ignorare.
La vittoria tattica dipende dalla capacità di garantire il flusso petrolifero, possibilmente attraverso il controllo di snodi nevralgici come l’isola di Kharg, il vero “polmone” delle esportazioni iraniane.
USA e potere esecutivo
L’amministrazione attuale si trova a gestire il conflitto in un clima di incertezza elettorale, con le elezioni di metà mandato che pongono freni alla durata e all’intensità delle operazioni. Esiste una sensibilità estrema all’inflazione, percepita come un’eredità del periodo Biden che potrebbe penalizzare i candidati al governo.
Un elemento di discontinuità è rappresentato dalla figura di Trump stesso. Storicamente, i presidenti americani dedicano il primo mandato all’agenda domestica e il secondo alla politica estera, area in cui godono di maggiore libertà d’azione costituzionale.
In uno scenario di fine mandato, da lame duck, Trump potrebbe trovare una libertà d’azione senza precedenti, utilizzando i poteri esecutivi per perseguire una conclusione netta del conflitto che possa essere presentata come una “vittoria schiacciante” alla propria base elettorale.
Il ritorno degli anni ’30
L’attuale fase geopolitica presenta analogie inquietanti con il decennio che precedette la seconda guerra mondiale. Come negli anni ’30, stiamo assistendo alla convergenza di conflitti regionali separati in una singola lotta globale.
Negli anni ’30 abbiamo assistito all’invasione giapponese della Manciuria (1931), all’attacco italiano all’Etiopia (1935) e alla guerra civile spagnola (1936), che si fusero in un unico scontro continentale dopo l’espansione tedesca in Europa e raggiunsero l’altro emisfero dopo Pearl Harbor.
Oggi, lo scontro Russia-Ucraina, iniziato nel 2014 ed esploso nel 2022, la guerra su 7 fronti di Israele (2023) e le crescenti tensioni su Taiwan formano un mosaico di aggressioni che possono portare a una conflagrazione globale.
Questi regimi autoritari – ad est come ad ovest – pur avendo interessi divergenti, hanno scoperto una comunione d’intenti nel voler imporre una visione totalitaria del mondo, replicando patti di amicizia “illimitata”, che possono però svanire o ribaltarsi nello spazio di un post su “X” o su “Truth”.
Oltre il “lieto fine” hollywoodiano
È improbabile che il conflitto con l’Iran termini con una resa formale in stile seconda guerra mondiale. Più verosimilmente, in un tempo indefinito – forse particolarmente lungo, come temevo nel mio precedente articolo su questa testata – si giungerà a un cessate il fuoco in cui entrambe le parti rivendicheranno la vittoria.
Tuttavia, il successo strategico non deve essere misurato con parametri cinematografici, ma con la degradazione effettiva della minaccia.
L’opzione Gorbaciov per l’Iran
Un Iran ridotto a uno “stato zombificato”, incapace di pagare i propri funzionari o reprimere il dissenso interno a causa del blocco economico, potrebbe evolvere verso una crisi interna risolutiva. Esiste la possibilità di una transizione interna, opzione Gorbaciov, dove una parte della leadership decide di cambiare rotta per evitare il collasso totale.
A differenza della Russia post-sovietica, il popolo iraniano appare oggi dolorosamente vaccinato contro l’estremismo islamico dopo decenni di teocrazia, mostrando sentimenti pro-democratici che potrebbero favorire una transizione verso un modello più vicino alla Polonia che a un Paese autoritario come USA, Russia o Cina.
La resilienza di Israele e dell’Occidente non dipende da una vittoria definitiva e statica, ma dalla continua applicazione di coraggio, ingegno e nervi saldi per gestire una realtà di minacce ricorrenti piuttosto che una soluzione finale illusoria.
La stabilità futura risiede nella forza dell’asse dei “moderati e modernizzatori” contro quello dei “fanatici e totalitari”. Anche se, spesso, tutti gli attori in scena sembrano scambiarsi le parti e i copioni.

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Ottimo articolo, soprattutto quando spiega, in maniera sintetica ma comprensibile, la necessità di dotarsi di un buon paio di lenti, per leggere la realtà delle cose
Condivido pienamente la sua analisi. Il tentativo di attacco di oggi, 21 marzo, contro Diego Garcia segna davvero la fine dell’illusione regionale. Non è più una questione di “cortile di casa” mediorientale. Teheran ha appena dimostrato, lanciando missili a oltre
3 800–4 000 km di distanza, di poter colpire avamposti occidentali remoti. Il superamento della soglia dei
2 000 km (che fino a poco tempo fa veniva presentata come un limite autoimposto) non è un dettaglio tecnico, ma un vero cambio di paradigma strategico. Da oggi il ricatto iraniano può teoricamente toccare direttamente capitali europee come Berlino, Parigi o Londra. La sicurezza del Vecchio Continente è diventata inseparabile dalle dinamiche del Golfo. Soprattutto, l’aver tentato di colpire una base anglo-americana nel cuore dell’Oceano Indiano infrange un tabù decennale. Teheran non teme più l’escalation. La gestisce attivamente e la usa per testare le difese missilistiche occidentali, a partire dagli SM-3. Come scrive lei, se la distanza non protegge più, la profondità strategica dell’Occidente è evaporata. Questi missili non difendono interessi iraniani. Servono a imporre un nuovo ordine globale misurato in chilometri di gittata. Grazie per aver messo a fuoco con tanta chiarezza il punto di non ritorno che abbiamo appena superato. Aspettare che la minaccia diventi “irreversibile”, come suggerisce la sua metafora oncologica, non è più un’opzione. Siamo già in fase di metastasi geopolitica.