
Reverendo Monsignor Spadaro,
le sue riflessioni sullo Stretto di Messina possiedono la rara qualità di elevare un dibattito infrastrutturale a una dimensione quasi teologica.
La sua prosa colta, Monsignor Spadaro, ha il merito di trasformare un’opera di ingegneria in un dilemma metafisico. Lei ci invita a vedere non un vuoto da colmare, ma una “pienezza” densa di mito e memoria, una storia trimillenaria da salvare dalla minaccia di piloni e acciaio. È una visione che affascina, una difesa della poesia contro la prosa dei calcoli ingegneristici.
Eppure, con tutto il rispetto per questa prospettiva, non possiamo esimerci dal porci un interrogativo scomodo: questa sublime poesia non rischia di trasformarsi in una comoda astrazione, che sacrifica le necessità presenti sull’altare di un passato idealizzato?
Questa prospettiva, nella sua eleganza, potrebbe finire per coprire una profonda incoerenza, difendendo il mito e ignorando il degrado reale, o potrebbe dissimulare una palese contraddizione, celebrando un’idea di bellezza mentre la realtà del territorio viene ferita. La tensione tra la difesa di un’immagine e la cura di un popolo non è nuova. La storia stessa della Chiesa ci offre esempi illuminanti di come, di fronte alle necessità concrete, persino la più sacra delle memorie possa essere riconsiderata in nome di una responsabilità superiore. Un esempio emblematico è quello del vescovo Gioeni ad Agrigento nel XVIII secolo: egli non esitò a dare il suo consenso per l’utilizzo dei resti del magnifico tempio di Zeus Olimpio per la costruzione del molo di Porto Empedocle. Un’opera pubblica vitale ebbe la precedenza sulla pura conservazione archeologica, in un atto che oggi chiameremmo di profonda responsabilità etica verso la sua gente.
Questo esempio storico chiarisce la vera natura del dilemma attuale, che non è tra poesia e prosa, ma tra due diverse forme di responsabilità. Da un lato, una responsabilità che potremmo definire estetica, la quale si concentra sulla preservazione di un’immagine idealizzata del passato, rischiando però di ignorarne le piaghe presenti.
E esiste una responsabilità etica, che impone di agire sul presente per sanare quelle piaghe, anche a costo di alterare quell’immagine. Difendere la bellezza di un luogo ignorando chi lo abita e il degrado che lo consuma non è amore per la tradizione. Si tratta di una forma di estetismo che, nel prediligere la purezza di un’idea, finisce per ignorare le sorti di un popolo e di un territorio reali.
La prima, paradossale osservazione che emerge dalla sua visione, per quanto affascinante, è di natura ambientale. Lei cita la bellezza di Capo Peloro, descritta dal National Geographic come un paradiso di delfini e acque cristalline. Ma questa bellezza è oggi aggredita non da un ponte futuro, ma da una duplice, brutale ferita presente.
Da un lato, la ferita mobile e quotidiana dell’impatto ambientale insostenibile generato da flotte di traghetti obsoleti che scaricano veleni nell’aria e nel mare, e dalla congestione del traffico pesante intrappolato in un limbo di attesa e caos. Dall’altro, la ferita permanente, e ben più grave, di una costa che da cinquant’anni viene soffocata da una colata di cemento selvaggio: un’avanzata disordinata di ville, resort di lusso e campeggi che ha eroso la costa, sfigurando il paesaggio e cancellandone il profilo storico fino alle vestigia più antiche.
Ci si chiede dove fosse la tutela dei miti mentre il cemento seppelliva la bellezza. Invocare oggi la ‘poesia’ di un attraversamento ha il suono amaro di un epitaffio recitato troppo tardi, una melodia stonata in una sinfonia assordante di devastazione.
Il secondo elemento dirimente è di ordine economico e sociale. Lei teme la “perdita culturale” nel “normalizzare” un luogo che è per sua natura un’eccezione. La sua difesa dell’eccezionalità dello Stretto, pur nobile, rischia di cristallizzare la situazione in un’immobilità forzata. Perché l’eccezione, tradotta in termini umani, significa isolamento, disoccupazione, fuga di cervelli. Il vero “non-luogo” non è il Ponte, ma il limbo attuale di un’eterna e caotica anticamera a cielo aperto.
Un luogo che non è un luogo, ma una sospensione del tempo e della vita, dove ogni giorno si ripete lo stesso rituale di attesa estenuante. Non è un semplice disagio, ma una condizione esistenziale di paralisi: un’anticamera perché nessuno sceglie di starci, ma vi è costretto in attesa di raggiungere un ‘altrove’; eterna, perché questa attesa si ripete senza fine, consumando ore e speranze; caotica, perché dominata dal disordine di mezzi e persone in un ingorgo di frustrazione. E tutto questo ‘a cielo aperto’, sotto la bellezza indifferente dello Stretto, che rende ancora più amara la prigionia di chi è costretto a terra.
Lei teme per la sopravvivenza dei miti, ma i miti non sono fossili da conservare; sono organismi viventi che respirano e si trasformano. Il Ponte non è la profanazione del mito di Scilla e Cariddi; è la sua catarsi. È l’atto finale in cui l’ingegno umano si eleva al di sopra delle antiche paure, trasformando un archetipo di timore reverenziale in un simbolo di audacia e congiunzione. Ciò che realmente ci frena, oggi, è l’immobilismo e la rassegnazione.
Alla fine, il dilemma non è tra poesia e prosa, ma tra due diverse forme di responsabilità. Esiste una responsabilità estetica, che cerca di preservare un’immagine idealizzata del passato, anche a costo di ignorarne le piaghe. E esiste una responsabilità etica, che impone di agire sul presente per sanare quelle piaghe, anche a costo di alterare quell’immagine. Difendere la bellezza di un luogo ignorando chi lo abita e il degrado che lo consuma non è amore per la tradizione. Si tratta di una forma di estetismo che, nel prediligere la purezza di un’idea, finisce per ignorare le sorti di un popolo e di un territorio reali.
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Bellissimo appunto. Io mi tengo terra terra: mio padre democristiano diceva già negli anni ’70 che il problema dell’Italia era dato da banche, assicurazioni, preti e sindacati. Siamo ancora lì.
“Si tratta di una forma di estetismo che, nel prediligere la purezza di un’idea, finisce per ignorare le sorti di un popolo (…)”
Quello che parallelamente Spadaro fa da anni scrivendo sul Fatto Quotidiano e ispirando il “coraggio della bandiera bianca” a proposito di Ucraina e Ucraini e della purezza di una pace che calpesta la libertà nel sangue e nel fango.
ecco
Totalmente d’accordo.
Aggiungo, scendendo sullo stesso terreno del Monsignore, che un’opera di tale audacia ingegneristica può anche diventare un’opera d’arte, capace essa si di trasformare un fantomatico mito, in una realtà che celebra una bellezza vera e vitale, che permea di sé la fatica quotidiana di tanta gente.