
C’è un errore che l’Occidente ha commesso più volte nella sua storia recente, ed è sempre lo stesso: scambiare una fase favorevole per una condizione permanente. Dopo il 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, questo errore ha assunto una forma particolarmente sofisticata. Non si è trattato soltanto di ottimismo strategico, ma di una vera e propria rimozione concettuale del conflitto come categoria strutturale delle relazioni internazionali.
La competizione tra potenze non è stata dichiarata conclusa: è stata considerata superata. La politica di potenza è stata archiviata come residuo novecentesco; la sicurezza come derivato automatico dell’integrazione economica; l’equilibrio internazionale come prodotto spontaneo di regole, mercati e istituzioni multilaterali. In altre parole, l’Occidente ha progressivamente smesso di pensare il mondo come uno spazio politico e ha iniziato a concepirlo come un sistema amministrabile.
Questa trasformazione non è stata solo teorica. Ha inciso sulle priorità strategiche, sulle architetture di sicurezza, sull’intelligence, sulla cultura politica delle élite. Ha prodotto l’idea che i conflitti fossero eccezioni locali, deviazioni temporanee, crisi da gestire tecnicamente più che espressioni di una competizione strutturale per il potere. In questo quadro, la storia non era finita per decreto, ma veniva trattata come se lo fosse.
Oggi quella rimozione presenta il conto. E il conto non riguarda soltanto la Russia o la Cina, ma la capacità dell’Occidente – e in particolare dell’Europa – di riconoscere il contesto in cui opera. La guerra in Ucraina non rappresenta un’improvvisa rottura dell’ordine internazionale, ma il momento in cui diventa impossibile continuare a ignorare ciò che era già in atto: il ritorno esplicito della competizione tra grandi potenze come asse centrale della politica globale.
Parlare di “nuova guerra fredda” non serve a evocare analogie meccaniche con il passato né a costruire slogan interpretativi. Serve a nominare una realtà che non abbiamo voluto vedere: la continuità del conflitto sistemico sotto forme mutate, più ibride, più indirette, ma non meno politiche. La guerra non è tornata all’improvviso. Non se n’era mai andata.
Dopo il 1989: la fine della storia come errore strategico
Nel trentennio successivo alla fine della guerra fredda, l’Occidente ha interiorizzato una convinzione profonda: che la competizione strategica fosse stata sostituita dalla cooperazione regolata. Questa convinzione non era ingenua, ma teoricamente fondata. Si appoggiava a una lettura liberal-progressiva delle relazioni internazionali, secondo cui l’interdipendenza economica, la diffusione delle istituzioni multilaterali e l’universalizzazione delle norme avrebbero progressivamente neutralizzato il conflitto tra Stati.
Il problema non è stato adottare questa cornice. Il problema è stato assumerla come irreversibile. Così facendo, la politica di potenza è stata delegittimata come categoria analitica prima ancora che come pratica. Russia e Cina non sono state interpretate come attori portatori di una visione alternativa dell’ordine internazionale, ma come sistemi “in transizione”, destinati prima o poi a convergere verso il modello occidentale.
Questa lettura ha prodotto un effetto perverso: ogni segnale di discontinuità è stato spiegato come deviazione temporanea, non come espressione di una strategia coerente. L’espansionismo russo è stato letto come reazione difensiva; l’ascesa cinese come opportunità economica; le ambizioni regionali di potenze medie come disturbi marginali. In questo modo, il conflitto non è scomparso: è diventato invisibile.
La guerra fredda, in realtà, non si è mai conclusa sul piano della logica sistemica. È cambiato il vocabolario, non la struttura. E mentre l’Occidente smetteva di parlare il linguaggio della potenza, altri attori continuavano a praticarlo.
Quando il locale diventa globale per sostituire il sistemico
Dentro questo vuoto concettuale si inserisce la centralità del terrorismo. Non perché il terrorismo fosse un fenomeno marginale o secondario, ma perché diventa l’unico nemico riconosciuto in un mondo occidentale convinto di aver definitivamente superato i conflitti tra grandi attori statali. In assenza di una minaccia sistemica dichiarata, il terrorismo assume una funzione sostitutiva: consente di continuare a parlare di guerra senza dover ammettere il ritorno della politica di potenza.
Fenomeni radicati in contesti specifici – Medio Oriente, Nord Africa, Asia centrale – vengono così globalizzati simbolicamente, caricati di una valenza strategica universale. È un processo di internazionalizzazione del locale, che permette all’Occidente di mantenere intatta l’illusione post-storica: non si combatte più contro Stati, imperi o sistemi alternativi, ma contro una minaccia diffusa, amorfa, deterritorializzata.
L’illusione occidentale della fine della storia trova una prima, potente incrinatura l’11 settembre 2001. Ma quella frattura viene letta nel modo sbagliato. L’attacco alle Torri Gemelle non riporta l’Occidente alla competizione tra potenze: globalizza il terrorismo e lo eleva a chiave interpretativa quasi esclusiva della sicurezza internazionale. Da quel momento, il terrorismo smette di essere una minaccia asimmetrica tra le altre e diventa la minaccia globale per eccellenza.
Tutto viene ricondotto a quel frame: le missioni militari, le dottrine di sicurezza, l’intelligence, la cooperazione internazionale. La storia non è finita, ma viene compressa in un’unica narrazione, quella della “guerra al terrore”. Una guerra necessaria, in molti casi inevitabile, ma strategicamente incompleta, perché assorbente e totalizzante sul piano cognitivo.
Questo processo produce un effetto collaterale decisivo. Mentre l’Occidente concentra risorse politiche, militari e analitiche sul terrorismo, le dinamiche di competizione tra grandi potenze non scompaiono, ma vengono considerate residuali, superate, quasi anacronistiche. Stati revisionisti come Russia e Cina, al contrario, non abbandonano mai la logica sistemica del conflitto: la sospendono, la mascherano, la traducono in forme indirette, ma continuano a prepararla.
Lo squilibrio non nasce da una carenza informativa, ma da un disallineamento cognitivo. Le informazioni c’erano, gli indicatori anche. Mancava la cornice interpretativa capace di collegare fenomeni apparentemente disgiunti – intelligence, economia, influenza, coercizione indiretta – dentro una visione coerente del ritorno della competizione strategica.
Il risultato è che, mentre l’Occidente combatteva una guerra necessaria ma non decisiva, il sistema internazionale si riorganizzava altrove. Non in modo visibile, non dichiarato, ma strutturale. Ed è in quello spazio lasciato scoperto che la nuova guerra fredda ha continuato a svilupparsi.
Il mondo che ritorna: competizione sistemica e consapevolezza tardiva
Il punto di svolta non è il riemergere della competizione internazionale. Quella non se n’è mai andata. Il vero cambiamento riguarda l’Occidente: la lenta, discontinua e spesso dolorosa presa di coscienza che il mondo non funziona secondo le categorie interpretative adottate dopo il 1991.
Per oltre trent’anni, stabilità è stata confusa con assenza di attrito, prevedibilità con linearità, cooperazione con convergenza automatica degli interessi. In questa cornice, le crisi venivano lette come anomalie gestibili, deviazioni temporanee da un ordine ritenuto strutturalmente solido. Non come segnali sistemici. Oggi questa lettura non regge più. Non perché il mondo sia diventato improvvisamente più violento, ma perché è tornato esplicitamente politico.
La competizione tra Stati Uniti e Cina non è più interpretabile come una semplice sfida tecnologica o un contenzioso commerciale ad alta intensità. È una contesa sull’architettura dell’ordine internazionale, sulle regole, sugli standard, sulle gerarchie. La Russia non agisce per essere reintegrata in un sistema condiviso, ma per dimostrarne la vulnerabilità, in particolare sul fronte europeo. Le potenze regionali non cercano più mediazioni multilaterali, ma spazi di influenza autonoma, spesso in aperta competizione con gli interessi occidentali. In questo scenario, l’Europa si scopre esposta non tanto per carenza di risorse, quanto per ritardo interpretativo.
Per anni si è ritenuto che la globalizzazione avesse neutralizzato la logica dei blocchi; che le catene del valore avessero reso il conflitto irrazionale; che la densità delle interdipendenze producesse automaticamente moderazione. Oggi è evidente che quelle stesse interdipendenze sono diventate strumenti di pressione, che la cooperazione può convivere stabilmente con la coercizione e che l’integrazione non elimina il conflitto: lo trasforma.
La frattura reale, dunque, non è tra pace e guerra. È tra chi ha continuato a pensare strategicamente e chi ha smesso di farlo. L’Occidente – e in particolare l’Europa – non ha perso terreno solo sul piano geopolitico, ma su quello concettuale: ha progressivamente delegato l’analisi del potere a categorie economiche, giuridiche o morali, rinunciando a leggerlo per ciò che è, ovvero come relazione asimmetrica, conflittuale, dinamica.
Il ritorno della cosiddetta “guerra fredda” non coincide con un confronto militare permanente né con una riproposizione meccanica del Novecento. È il ritorno di un mondo in cui la competizione tra sistemi, interessi e visioni è strutturale e ineludibile. Il problema non è affrontarla. Il problema è aver creduto, troppo a lungo, di poterne fare a meno.
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Dividendo per la pace!!! Un mantra che stolti politici occidentali si ripetevano fino alla nausea, autoconvincendosi del loro grande acume e di come avrebbero impiegato le risorse disponibili (collasso delle spese militari) per il benessere della società.
Da osservatore del mondo aerospazio e difesa (da pischello iniziai a seguire geopolitica e il mondo military sul finire dei ’70), nei primi anni 90 non solo i politici si riempivano la bocca ma anche i soloni (NB: quelli che passano le sole!!) del mondo OS.Int. urlavano a gran voce di incassare il dividendo per la pace!!!! Quindi credo sia giusto chiarire che a tutti i livelli, politico, sociale, economico e militare, ci si sia beati in un brodo di giuggiole autoconvincendosi che tutto sarebbe stato riconducibile a dinamiche economiche….