

Ogni interpretazione del Giorno della Memoria non può che partire dalla definizione di «commemorazione», cerimonia in questo caso laica di matrice retorico-liturgica. In breve tempo, come fisiologicamente prevedibile, la ricorrenza si è calcificata in qualcosa di ben diverso dal suo presunto proposito di monito per le future generazioni, «per non dimenticare». Così ci si presenta oggi: sorta di collettivo rituale apotropaico, di celebrazione del capro espiatorio nella sua versione generalista.
L’enfer, dopotutto, c’est les autres. Ogni Paese aderente declina il rituale secondo la propria versione della Storia, individuando i propri colpevoli, il proprio straccio alla vergogna. In Italia, come insegnano i manuali scolastici, nell’ordine sono Hitler, Mussolini, i Savoia ad avere la responsabilità prima ed ultima, la banalità del male una malattia rara il cui esponente di spicco aveva nome Adolph Eichmann, e una divisa.
L’orrore di Auschwitz nasce così da una tempesta perfetta senza prima né dopo, hapax legomenon partorito dalla bocca dell’Ade. Queste premesse, che hanno nutrito oramai diverse generazioni, sono quanto di più lontano vi sia da una presa di coscienza della ricorrenza storica, dell’antisemitismo carsico e risorgente, le cui gocce divengono un fiume, collante di tanti momenti di crisi.

Esse hanno pudore delle responsabilità dei singoli che compongono la società e la folla, a cominciare da quei sovente egregi, civilissimi criminali, facilmente reintegrati nel ’46 da un Paese restio a fare i conti con la realtà individuale della memoria stessa, Paese dell’amnistia che si tramuta, inevitabilmente, in amnesia.
L’antisemita italiano medio – splendidamente incarnato, con pochissimi tratti di penna, nel portinaio dell’Aracoeli di Elsa Morante – ha insomma trovato nel Giorno della Memoria la propria grazia ancor più di un Sabato Visco, la cui assoluzione veniva sancita dal pieno reintegro all’Università di Roma, dalla Democrazia cristiana e dal PCI.
Il Giorno della Memoria, si dirà, è molte cose. È però anche il giorno in cui si ripete, nel rito un po’ sbandato di un mondo che si crede razionale, l’espiazione cucita addosso ad altri, manipolo di demoniche incarnazioni ben circostanziate. E anche gli ebrei, quegli ebrei, sono altri: fantasmi privi di relazioni nel quotidiano del loro essere, avulsi dal tessuto sociale di vicini, datori di lavoro, sottoposti, amici, portinai, studenti, docenti, giornalai, e sotto i cui piedi si aprivano improvvise le voragini dell’oblio, senza che ve ne fosse contezza. Tanto che se i pochi sopravvissuti oggi aprono bocca, lo shock che dopotutto essi siano impone di zittirli, contestualizzarli o di votarli, gentilmente, all’autocensura.
Che quel «mai più» carico di retorica, applicato a uno specifico contesto riletto come avulso dalla Storia, avulso da Israele, sia oggi sconfitto, ce lo dicono gli eventi più recenti. Che la cristallizzazione di un momento storico potesse rinnovarsi nel gioco dei carnefici, ribaltando significante e significato, era prevedibile. Forse davvero la comunità ebraica dovrebbe cessare di partecipare a quella che, per molti versi, si è palesata una messinscena di apparati che ne hanno gradualmente fagocitato il senso. O forse dovrebbe piuttosto battersi, con voce unita e forte, per correggerne la traiettoria, abbandonando il quieto vivere che ne ha segnato il percorso, o meglio i percorsi, dal Dopoguerra.
Di certo, proprio per la pluralità di significati che il Giorno della Memoria in sé racchiude, è auspicabile riflettere a fondo sull’opportunità di farne o meno ancora parte. Soprattutto dopo il 7 ottobre. I giovani di oggi, quelli delle piazze, dei cortei, del «genocidio», sono figli anche e direi, provocatoriamente, soprattutto del Giorno della Memoria, della sclerotizzazione di civili e soldati, della disumanizzazione di vittime e carnefici nell’età della rappresentazione. Se questa, che è l’opinione di chi scrive, fosse veramente la realtà, il fallimento sarebbe già totale.
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Le parole chiare, di puro semplice buon senso, sono sommerse dalla retorica pelosa e gratuita.
L’Italia, paese delle parole ed immemore , nominò primo presidente della corte costituzionale Gaetano Azzariti che era stato presidente del tribunale della razza, alla cui morte fu intestata una strada a Napoli.
Solo da qualche anno la strada ha cambiato nome ed è dedicata a una bimba ebrea napoletana uccisa ad Auschwitz.
Però l’effige di Azzariti è ancora nella galleria della suprema Corte con gli altri presidenti.
Il giorno della memoria è una ipocrisia insultante per l’Italia che non ha fatto i conti con il proprio passato.