

Il dibattito spagnolo sul divieto del burqa non è una disputa su un indumento. È una questione di principio: fino a che punto la libertà religiosa può spingersi nello spazio pubblico di una democrazia liberale?
La maggioranza guidata da Pedro Sánchez respinge la proposta sostenuta da Vox e dal Partido Popular in nome della libertà religiosa. Argomento legittimo, ma non risolutivo. Nessun diritto fondamentale è assoluto. Tutti trovano un limite quando entrano in conflitto con altri diritti o con esigenze di ordine pubblico.
Dire che vietare il burqa limita la libertà religiosa sarà anche vero. Ma la domanda non è questa. La domanda è: quella limitazione è giustificata e proporzionata?
Qui emerge un punto spesso eluso. Se la libertà religiosa fosse un principio intangibile in senso assoluto, lo Stato non potrebbe vietare pratiche che alcune comunità rivendicano come tradizionali o religiosamente fondate. L’infibulazione, ad esempio, è talvolta giustificata in nome di tradizioni culturali o credenze religiose. Eppure nessuna democrazia europea la tollera. È vietata, senza ambiguità, perché lede diritti fondamentali e la dignità della persona.
Il paragone non serve a sovrapporre fenomeni diversi, ma a chiarire un principio: la libertà religiosa non è uno scudo che neutralizza ogni valutazione pubblica. Quando una pratica entra in collisione con valori costituzionali — uguaglianza, dignità, sicurezza — lo Stato deve decidere dove tracciare il confine.
Il burqa pone un problema diverso, meno estremo ma non irrilevante. Riguarda l’identificabilità nello spazio pubblico e, per molti, la rappresentazione stessa della donna nella comunità civile. I casi concreti sono numericamente marginali, ma il nodo simbolico è potente.
Il problema è che la destra xenofoba, troppo spesso, non si muove per difendere principi ma per combattere una battaglia identitaria. Non è la laicità a guidarla, né la tutela dei diritti, bensì la costruzione di un “noi” contrapposto a un “loro”. Il divieto diventa una bandiera, un simbolo muscolare da sventolare per marcare il territorio culturale.
Ma il rischio della sinistra è, per certi versi, ancora più insidioso: abdicare alla propria tradizione laica e universalista per rifugiarsi in un multiculturalismo pavloviano, che scambia ogni limite per persecuzione e ogni critica per islamofobia.
In nome dell’inclusione si finisce per applicare due pesi e due misure: inflessibili nel pretendere uguaglianza e neutralità dallo Stato, accomodanti quando quelle stesse regole vengono sfidate da rivendicazioni identitarie che si pongono in contrasto con l’ordinamento.
Così facendo, una parte della sinistra finisce paradossalmente per rafforzare proprio quella destra xenofoba che dice di voler contrastare. Perché quando l’argomentazione si riduce a un automatismo morale, lascia spazio alla narrazione opposta: quella che dipinge le istituzioni come incapaci di fissare regole comuni e di difendere uno spazio pubblico condiviso.
Una democrazia matura non si limita a proclamare diritti. Li bilancia. E quando li bilancia, inevitabilmente sceglie. Il punto non è difendere o attaccare una religione. Il punto è stabilire quale idea di spazio pubblico e di dignità personale si vuole proteggere.
Su questo terreno si misura la serietà del confronto. Tutto il resto è slogan.

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Oltretutto il corano impone di coprire i capelli, non il viso. E per quanto riguarda l’abbigliamento, il principio di base sarebbe – come nell’ebraismo ortodosso – quello di non attirare l’attenzione, e uno si chiede: attira di più l’attenzione una ragazza in jeans e maglietta o una col burqa, o col niqab, come quello dell’immagine che illustra l’articolo?
Si rispettano le tradizioni religiose ma queste devono attenersi all’irrinunciabilità dei diritti universali dell’uomo, comprese le donne che praticano una particolare fede integralista e dogmatica dove il maschio ha una certa predominanza sulla femmina.
Una donna indossa il burqa se non obbligata da altri praticanti musulmani maschi, altrimenti c’è una violazione dei suoi diritti. Il problema purtroppo che si pone abitualmente in questi casi come in altre situazioni familiari tossiche è che forse la maggior parte di quelle donne mentirebbe o sarebbe costretta a mentire per non subire violenze casalinghe e altri tipi di angherie.
E’ una questione che non si conclude facilmente con dei provvedimenti, serve attenzione costante in certe situazioni.
Condivido totalmente e aggiungo che qui è questione anche della offesa e miseria inflitta alle donne
Condivido totalmente. Purtroppo la cosidetta sinistra, ovvero i conservatori con ideologia di sinistra, non avendo una logica e visione progressista non è in grado di valutare in modo razionale e pragmatico le situazioni, come in questo caso e reagisce con atteggiamenti ideologici. Questo ha fatto sì che, ad esempio, il problema immigrazione , sopratutto di ideologia religiosa musulmana, venisse ignorato e non valutato razionalmente e studiato in modo approfondito, realistico e pragmatico, tenendo conto degli scenari futuri. Oggi ne vediamo le conseguenze.