di Michele Magno
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,/ e fui contento,/perché rubacchiavano./Poi vennero a prendere gli ebrei,/e stetti zitto,/perché mi stavano antipatici./Poi vennero a prendere gli omosessuali,/e fui sollevato,/perché mi erano fastidiosi./Poi vennero a prendere i comunisti,/e io non dissi niente,/perché non ero comunista./Un giorno vennero a prendere me,/e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
Questi versi, forse di Bertolt Brecht, si ispirano a un sermone del pastore protestante Martin Niemöller, vibrante di sdegno per l’apatia degli intellettuali tedeschi di fronte all’ascesa al potere di Hitler. L’incipit allude all’accusa di “wandertrieb”, istinto al nomadismo, rivolta agli zingari dal Terzo Reich. Schedati fin dal 1938 dalle SS di Heinrich Himmler, dopo il “decreto Auschwitz” (dicembre 1942) furono internati e sterminati nei lager. “Porrajmos” (nella lingua romaní, devastazione, divoramento) è il termine con cui rom e sinti designano il loro Olocausto, ma oltre mezzo milione di morti non ha lasciato quasi traccia nei documenti, nei libri, nella memoria collettiva. In uno striminzito paragrafo, sono appena menzionati negli Atti del processo di Norimberga. Né sono in disarmo le ricerche etnografiche che li rappresentano come un esotico residuo premoderno della civiltà umana.
L’altra faccia del pregiudizio antizigano riguarda i carnefici: cioè, potenzialmente, tutti noi. Soprattutto quando non riusciamo a controllare il fondo oscuro delle nostre paure più profonde, di cui si nutre lo stereotipo dello zingaro come “diverso radicale”. Anche se stanziale, anche se insediato in Italia da generazioni, nella scala del disprezzo si ritrova sempre un gradino al di sotto di qualsiasi etnia venga a occupare i piani bassi nella gerarchia dei migranti. Una marginalità sociale che spesso lo spinge ad accettare -e, in qualche caso, perfino a esibire con orgoglio- il ruolo che gli viene attribuito, cioè di praticare il furto e l’accattonaggio molesto.
Apparsi in Europa agli albori dell’anno Mille, il loro arrivo nei Balcani risale all’inizio del Trecento. Solo con la successiva espansione dell’impero ottomano cominciò la diaspora verso verso l’Europa occidentale. Si trattava di spostamenti di interi clan, nei cui itinerari si mescolavano il movente religioso offerto dal pellegrinaggio ai luoghi di culto e il movente economico, per mettere a frutto la loro maestria nella lavorazione del ferro e dei metalli; e anche per chiedere aiuti e sussidi, spesso concessi da autorità desiderose di liberarsi dagli invadenti visitatori. Si definivano pellegrini in compimento di voti, vestivano miseramente ma i capi ostentavano un certo sfarzo; generalmente poveri, ma non di rado provvisti di oro e argento, osservanti di riti cattolici, poliglotti. Dalla Germania gli zingari passarono in Francia e in Spagna; altri gruppi si diressero verso il nord d’Italia; altri ancora verso le isole britanniche, dove rimasero stabilmente, e verso la Scandinavia, la Polonia, la Russia.
La loro presenza alle porte delle città provocava inevitabilmente, per la foggia degli abiti e il colore della pelle, curiosità e stupore. Un testimone oculare, Andeas Pressbyter di Regensburg, nel 1424 narra che erano sospettati di essere al servizio di potenze straniere (l’Egitto e l’India), di tradire i precetti cristiani e di praticare arti magiche come la predizione del futuro. Una diffidenza ripresa dai cronisti della prima età moderna, i quali nei loro scritti riflettevano le angosce dei contemporanei di fronte alla rovina dell’ordine costituito, alla delegittimazione della chiesa di Roma, alle scorrerie dei turchi e alle indomabili epidemie di peste. Il risultato fu che i rom vennero bollati come spie. Non fu più garantita loro alcuna protezione, fu ordinata la loro espulsione e vietati nuovi ingressi; inoltre, si stabilì che ogni atto violento nei loro confronti, compreso l’omicidio, non fosse perseguibile. Lo status di fuorilegge dei rom restò formalmente in vigore sino alla dissoluzione del Sacro romano impero nel 1806.
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