
Non si può capire l’invasione russa dell’Ucraina se non si conosce, almeno a grandi linee, che cosa è stato l’Holodomor, lo sterminio per fame dei contadini ucraini -oltre cinque milioni- voluto da Stalin tra l’inverno del 1932 e l’estate del 1933. Il 25 novembre è il Giorno della sua memoria, che però in Italia (quasi) nessuno ricorda. Per questo propongo al lettore alcuni brani tratti dal libro “La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina” (Mondadori, 2019). L’autrice, Anne Applebaum, giornalista e saggista statunitense naturalizzata polacca, collabora con il Washington Post e insegna alla London School of Economics.

Nel 1929 la politica di collettivizzazione agricola forzata promossa da Stalin costrinse milioni di contadini russi a consegnare allo Stato bestiame, attrezzi e ogni scorta alimentare fino all’ultimo chicco di grano. È l’inizio di una catastrofica carestia, la più letale nella storia d’Europa, che causò, tra il 1931 e 1933, oltre cinque milioni di vittime, in gran parte nella Repubblica socialista sovietica di Ucraina, una delle più popolose dell’Urss. Un vero e proprio “sterminio per fame” (in ucraino, “Holodomor”), frutto della criminale operazione architettata dal governo di Mosca e attuata con particolare ferocia nel “granaio d’Europa”: la proprietà collettiva era infatti uno dei pilastri del marxismo-leninismo professato dal Partito comunista sovietico, e la campagna doveva fornire ogni possibile risorsa alla crescita delle città e dell’apparato industriale e militare del Paese.
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Quell’inverno [del 1932] le squadre operanti nei villaggi dell’intera Ucraina si diedero a perquisire alla ricerca non soltanto di cereali, ma di qualunque prodotto alimentare. Erano armate di speciali strumenti, lunghe aste metalliche, a volte dotate di uncini, in grado di penetrare varie superfici. I contadini li chiamavano con molti nomi diversi: fili di ferro, bastoni, bastoni di metallo, bastoni appuntiti, bacchette, lance, picche, pertiche. Migliaia di testimoni hanno raccontato come venissero usati per sondare e sfondare forni, letti, culle, pareti, bauli, camini, sottotetti, tetti e cantine; per cercare grano nascosto dietro icone, in botti, in tronchi d’albero cavi, nelle cucce dei cani, in fondo a pozzi e sotto mucchi di spazzatura. Gli uomini e le donne che li usavano non si fermavano davanti a nulla: setacciavano cimiteri, fienili, case vuote e frutteti.
Come i requisitori del passato, cercavano cereali. Ma, in più, prendevano frutti dagli alberi, sementi e verdure dagli orti -barbabietole, zucche, cavoli, pomodori- nonché miele e alveari, burro e latte, carne e salsicce. Le brigate, avrebbe ricordato Ol’ha Cymbaljuk, portavano via “farina, cereali, tutto ciò che veniva conservato nei vasi, vestiti, bestiame. Era impossibile nascondere qualunque cosa. Perquisivano con aste di metallo […] cercavano dentro le stufe, distruggevano i pavimenti, i muri”. Anastasja Pavlenko ricordava che strapparono dal collo di sua madre, sospettando che contenesse qualcosa di commestibile, una collana di perline. Laysa Sevcuk vide dei militanti portar via una barbabietola e delle piantine di papavero che sua nonna stava coltivando per poi piantarle nell’orto.

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Le brigate chiedevano anche soldi. I contadini erano ancora soggetti alla legge del 1929, che comminava loro, per il grano che non riuscivano a produrre, ammende che potevano arrivare fino a cinque volte il suo valore. Agli abitanti dei villaggi sulle liste nere, inoltre, era imposto di consegnare i loro risparmi. Mettere insieme somme del genere era da tempo un problema. Nel dicembre 1932 Lazar ’Kaganovic, stretto sodale di Stalin in Ucraina, scrisse nel suo diario che gli agricoltori individuali erano stati multati nella Repubblica per 7,8 milioni di rubli, di cui, tuttavia, erano stati incassati solo 1,9 milioni. Vlas Cubar aveva debolmente spiegato la cosa dicendo che non avevano “niente da vendere”. Ma nell’autunno del 1932, perché i contadini potessero pagare quelle somme, furono organizzate aste di mobili e altri beni: “Quando un contadino pagava la tassa, gliene veniva poi imposta un’altra, più alta. E poiché mio padre non poteva pagare questa tassa ulteriore, fu indetta un’asta [..] furono venduti un magazzino e un capanno”. A volte quelle richieste avevano poco a che vedere con le imposte passate: in un villaggio, a chiunque avesse parenti negli Stati Uniti fu chiesto di consegnare i soldi che si presumeva avesse ricevuto dall’estero.
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Con il passare delle settimane, il solo fatto di essere rimasti in vita divenne sospetto: se una famiglia non era morta, voleva dire che aveva del cibo. Ma se aveva del cibo avrebbe dovuto consegnarlo, e se non l’aveva consegnato doveva essere una famiglia di kulak, petljuristi, agenti polacchi, nemici. “Com’è possibile che in questa famiglia nessuno sia ancora morto?” chiesero i membri di una brigata andata a perquisire la casa di Mychajlo Balanovskij, nella provincia di Cerkasy. E quelli di un’altra brigata, dopo aver perquisito la casa di Hryhorij Moroz, nella provincia di Sumy, dappertutto, fin sul tetto di paglia, senza riuscire a trovare niente di commestibile, s’interessarono: “Come fate a campare?”. Con il passare dei giorni le domande si fecero più irose, il linguaggio più spietato: “Perché non siete ancora spariti? Perché non siete ancora morti stecchiti? Come mai siete vivi?”
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Alcuni, per parlare di quello che avvenne, hanno fatto ricorso a delle metafore. Tetjana Pavlycka, che viveva allora nella provincia di Kiev, ricordava che sua sorella Tamara “aveva una grande pancia gonfia, e il collo lungo e sottile come quello di un uccello. Le persone non sembravano persone, erano più simili a spettri affamati”. Un superstite raccontava che sua madre “sembrava un barattolo di vetro pieno di chiara acqua di fonte. Tutto il corpo che le si poteva vedere […] era trasparente e pieno d’acqua, come un sacchetto di plastica”. Un altro ricordava il fratello sdraiato, “vivo ma completamente gonfio, il corpo luccicante come se fosse di vetro”. Un altro riferiva di come tutti si sentissero “intontiti”: “Tutto era come annebbiato. Avevamo terribili dolori alle gambe, come se qualcuno ci stesse strappando i tendini”. Un altro non riusciva a liberarsi dell’immagine di un bambino seduto, che dondolava il corpo “avanti e indietro, avanti e indietro”, recitando a mezza voce un unico, interminabile “cantico”: “Magiare, mangiare, mangiare”.
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In una situazione del genere, le norme della morale comune non avevano più senso. Rubare ai vicini, cugini, fattorie collettive, sui posti di lavoro divenne una pratica estremamente diffusa. Tra coloro che soffrivano, il furto era ampiamente giustificato. Vicini rubavano a vicini i polli, dopodiché si difendevano in tutti i modi possibili. La gente chiudeva a chiave la porta di casa dall’esterno di giorno e dall’interno di notte. Come lamentò una lettera anonima inviata al comitato provinciale di Dnipropetrovs’k: “Non c’è alcuna garanzia che qualcuno non entri con la forza, si prenda l’ultimo cibo che vi resta e magari vi ammazzi. Dove chiedere aiuto? Gli uomini della milizia sono affamati e spaventati”.
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Prima o dopo, la fame rese tutti apatici, incacapi di muoversi e di pensare. La gente stava seduta su panche nell’aia, sui bordi delle strade, a casa, e non faceva un passo. Villaggi prima pieni di vita si fecero silenziosi, ricordava Mykola Proskovcenko, che sopravvisse alla carestia nella provincia di Odessa. “C’era ovunque uno strano silenzio. Nessuno gridava, gemeva, si lamentava […]. Dappertutto c’era indifferenza: la gente era gonfia o completamente esausta. […]. Per i morti si sentiva addirittura una specie di invidia”.
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In un lungo rapporto inviato a Kaganovic e Kosior nel giugno 1933, un funzionario del partito che lavorava in una stazione di macchine e trattori nel distretto di Kam’jans’kyj riferì che nella sua zona le persone stavano morendo di fame a migliaia. Portò esempi su esempi di gente che moriva nei campi durante il lavoro o mentre ne tornava, o non riusciva nemmeno a uscire di casa. Ma anch’egli aveva notato la crescente indifferenza. “La gente si è spenta, non mostra la benché minima reazione” scrisse. “Né alle morti né al cannibalismo, a niente”.
L’indifferenza si estese ben presto alla morte stessa. Nei funerali ucraini tradizionali avevano avuto un ruolo sia la Chiesa sia tradizioni popolari: essi implicavano un coro, un pasto, il canto di salmi,
letture dalla Bibbia, a volte le tradizionali prefiche. Ora tutti quei riti erano vietati. Inoltre, nessuno aveva più la forza di scavare una fossa, partecipare a una cerimonia o suonare. Insieme a chiese e sacerdoti scomparvero le pratiche religiose. Per una cultura che aveva dato grande importanza ai suoi rituali, l’impossibilità di dare al defunto un degno saluto fu un altro trauma: “Non c’erano funerali” avrebbe ricordato Kateryna Marcenko. “Non c’erano preti, né funerali, né lacrime. Mancavano le forze per piangere”.
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Nei registri della polizia segreta si può leggere di più casi di cannibali finiti in prigione, giustiziati o linciati. Una singolare memorialista del Gulag ha raccontato un incontro nel 1935 con alcune donne detenute per cannibalismo nel campo di prigionia delle isole Solovki, nel mar Bianco. Olga Mane era una giovane polacca, arrestata quello stesso anno mentre varcava il confine con l’Unione Sovietica (voleva studiare medicina a Mosca) e condannata per spionaggio. Dopo un periodo nel campo, venne mandata a Muksalma, una delle isole dell’arcipelago delle Solovki. Oppose resistenza, perché aveva sentito dire che vi erano detenute circa trecento “cannibali ucraine”. Ma quando infine le incontrò i suoi sentimenti mutarono.
Lo shock e l’orrore per le cannibali passarono in fretta; bastò vedere quelle sventurate ucraine scalze e seminude. Venivano tenute in vecchi edifici del monastero: molte avevano il ventre gonfio per la fame e, per la maggior parte, soffrivano di malattie mentali. Mi presi cura di loro, ascoltavo i loro ricordi e le loro confidenze. Mi raccontarono di come i loro figli fossero morti di fame e loro, molto vicine a morire di fame anch’esse, ne avessero cotti i cadaveri e li avessero mangiati. Era accaduto quando si trovavano in uno stato di shock causato dalla fame. Più tardi, quando erano giunte a capire che cosa era successo, avevano perso la ragione.
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Per sopravvivere, la gente mangiava qualsiasi cosa. Mangiava qualunque scarto o cibo andato a male che le brigate avevano trascurato. Mangiava cavalli, cani, gatti, topi, formiche, tartarughe. Cucinava rane e rospi. Mangiava scoiattoli. Cuoceva ricci sul fuoco, friggeva uova di uccelli. Mangiava la corteccia delle querce. Mangiava muschio e ghiande. Mangiava foglie e denti di leone, nonché calendule e atreplici, sorta di spinaci selvatici. Uccideva corvi, piccioni e passeri. Nadija Lucysyna avrebbe ricordato che “le rane non durarono a lungo. La gente le catturò tutte. Furono mangiati tutti i gatti, e i piccioni, e le rane; la gente mangiava di tutto.
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conoscevo i fatti. ma sentirseli raccontare di nuovo è agghiacciante. in quegli anni mio padre era un bambino. se fosse stato un bambino ucraino e fosse scampato, il suo racconto sarebbe rimasto indimenticato. questo da solo dovrebbe spiegare molte cose.