

Nelle ultime settimane, con l’inasprirsi della repressione in Iran, è riemersa con particolare intensità una polemica che attraversa da tempo la sinistra occidentale. Si tratta dell’accusa, rivolta a una sua parte non marginale, di nutrire una sorta di indulgenza sistematica verso regimi autoritari e movimenti violenti, purché questi si presentino come avversari dell’Occidente e degli Stati Uniti.
La stessa dinamica si è riprodotta quando l’amministrazione Trump ha fatto arrestare il presidente venezuelano Maduro con modalità giuridicamente problematiche (eufemismo), suscitando reazioni immediate di sostegno a quest’ultimo, fino a vere e proprie manifestazioni pubbliche.
È riapparsa ancora nel dibattito su Gaza, dove in alcuni casi la legittima condanna delle politiche del governo israeliano si è trasformata in ambiguità (e in certi casi anche più di questo) nei confronti del terrorismo di Hamas. Ed è infine tornata con la guerra in Ucraina, dove il pacifismo si è talvolta tradotto in una disponibilità rassegnata alla sconfitta dell’aggredito e in una certa accondiscendenza verso le “ragioni” dell’aggressore russo (le famigerate provocazioni della NATO), che non esistono e mai esisteranno.
Questo quadro richiama inevitabilmente alla memoria il comportamento di una parte dell’intellettualità di sinistra del Novecento, che difese o giustificò i regimi comunisti, o ne minimizzò i crimini, in nome dell’antimperialismo e dell’opposizione al capitalismo occidentale. Per quanto tali richiami siano giustificati, credo che arrestarsi a questo tipo di parallelismi rischi di bloccare il ragionamento alla semplice polemica tra fronti opposti.
Il dibattito si riduce allora a una sequenza di imputazioni speculari, in cui ciascuna parte cerca soprattutto di collocare l’altra nel campo dell’inaccettabile: chi viene accusato di indulgenza verso i dittatori replica denunciando la subalternità all’Occidente; chi difende l’Occidente viene liquidato come atlantista, e così via. In questo gioco di riflessi, ciò che conta non è tanto affermare una posizione, quanto sottrarsi a una collocazione infamante.
Il discorso politico si organizza così in forma prevalentemente negativa: più che dire ciò che si vuole, ciò che si ritiene giusto difendere e assumere come proprio, si insiste su ciò da cui si prende le distanze. Una posizione costruita quasi esclusivamente per negazione dell’altrui collocazione può essere un primo passo, che è però necessario arricchire, altrimenti finisce per rimanere concettualmente povera e politicamente elusiva.
Perché non è mai costretta a misurarsi con la domanda decisiva: quale ordine di valori, quale assetto storico concreto, quale configurazione imperfetta ma reale del mondo si è disposti, qui e ora, a sostenere. In linea di principio, è perfettamente legittimo introdurre certe distinzioni. Si può desiderare la sconfitta totale del terrorismo di Hamas e al tempo stesso condannare come crimini di guerra le azioni del governo israeliano, senza per questo cadere nell’antisemitismo.
Si può pensare che una pace, anche sfavorevole all’Ucraina, sia moralmente preferibile alla prosecuzione indefinita della guerra, senza per questo essere sostenitori dell’imperialismo russo. Si può ritenere che la liberazione dell’Iran debba provenire in primo luogo dalla società iraniana stessa, e che interventi militari esterni rischierebbero di aggravare la tragedia, senza per questo essere complici della teocrazia. Queste distinzioni, considerate in astratto, sono teoricamente difendibili.
Certo, a essere onesti, esse non sono soltanto strumenti di chiarificazione teorica. Nella pratica del discorso politico vengono in non pochi casi utilizzate in modo strumentale, come dispositivi retorici che consentono di evitare una presa di posizione esplicita a favore di poteri non democratici senza però rinnegarli davvero: il ricorso ai distinguo permette talvolta di non dichiarare apertamente il proprio appoggio a regimi autoritari, pur finendo per legittimarli indirettamente.
Dire, ad esempio, che si vuole solo “la pace”, senza interrogarsi sulle condizioni politiche concrete di quella pace, può diventare un modo per accettare come inevitabile la vittoria dell’aggressore, preservando al tempo stesso una presunta purezza morale. Analogamente, proclamare di non stare “con” un dittatore, ma soltanto “contro l’Occidente”, significa spesso mascherare uno spostamento ben più profondo.
Si finge di restare su un terreno morale, mentre in realtà si abbandona silenziosamente ogni criterio etico per adottarne uno puramente geopolitico, nel quale non conta più ciò che un regime fa ai propri cittadini, ma solo il fatto che intralci o indebolisca il potere occidentale.
Naturalmente, inoltrarsi nel terreno delle “reali intenzioni” è molto insidioso. Da un lato, l’uso sistematico dei distinguo può funzionare come una strategia di deresponsabilizzazione; dall’altro, è evidente che non si può ridurre ogni posizione critica a una complicità nascosta con i regimi autoritari, altrimenti si incoraggia un feroce tribalismo, del quale siamo già abbastanza saturi.
La vera questione, dunque, potrebbe non essere stabilire con chi non si sta, ma stabilire con che cosa si sta. Molti risponderebbero: con la libertà, con i diritti, con la democrazia. Ma queste parole, prese in astratto, non bastano: si trovano sulla bocca anche di sanguinari dittatori. La storia mostra con chiarezza – e questo è un punto chiave – che non esiste alcuna garanzia morale intrinseca nei grandi concetti, se non vengono ancorati a istituzioni e assetti politici concreti, per quanto imperfetti.
Il “né–né” può essere una posizione teoricamente rispettabile solo a condizione che non diventi una forma di neutralizzazione della responsabilità. Se nessuna delle alternative storicamente date coincide con l’ideale, ciò non autorizza a sospendere indefinitamente il giudizio, ma impone piuttosto di interrogarsi su quale alternativa, pur difettosa, mantenga aperta la possibilità di una trasformazione futura.
In tal senso, il “né–né” è credibile solo se accetta di attraversare il rischio del “bene possibile”, altrimenti si riduce a una postura estetica, a una forma di superiorità morale, che fa, perlomeno oggettivamente, il gioco dei tiranni di questo mondo.
La domanda che rivolgo a tutti i miei amici di sinistra (io sarei uno di loro, anche se in questo momento in una sorta di esilio) allora diventa: siete disposti a riconoscere che, oggi, la democrazia liberale europea, con tutte le sue contraddizioni, rappresenta il meno peggio disponibile? Che è uno spazio fragile, segnato da disuguaglianze e ipocrisie, ma anche l’unico in cui esistono strumenti istituzionali per la critica, la riforma, la tutela dei diritti individuali?
Siete disposti a difenderla, qui e ora, da tutti coloro che l’attaccano, non come un bene assoluto, ma come una condizione minima di possibilità per ogni progetto emancipativo? Siete disposti a prendere le parti di chi vorrebbe vivere in una democrazia liberale (anche se a molti di voi questa paroletta “liberale”, lo so, risulta indigesta), perché, al di fuori di questo perimetro, molti hanno sperimentato che si sta molto peggio?
Mi riferisco a ucraini e georgiani in primis, ma anche a lituani, estoni e così via. Sapete bene che la risposta affermativa a questa domanda implica dei precisi impegni di carattere pratico: aiutare Kyiv.
Domanda simile vale per l’Unione Europea. È legittimo denunciarne il carattere tecnocratico, la distanza dalle istanze popolari, la debolezza delle sue politiche sociali (su molte di queste critiche non sono d’accordo, ma va bene, parliamone). Ma allo stato attuale essa costituisce uno degli argini principali contro l’espansione dei grandi poteri autoritari, siano essi di matrice trumpiana, russa o sino-russa.
Indebolirla senza avere un’alternativa politica credibile equivale a lavorare, consapevolmente o meno, per il rafforzamento di forze che non hanno alcun interesse per la libertà, la dignità della persona o lo Stato di diritto: siete disposti a difenderla in nome del bene possibile? Anche in questo caso, una risposta affermativa comporta impegni concreti precisi: nel mondo multipolare, una UE senza adeguata difesa militare è destinata a essere divorata.
Infine, la questione decisiva riguarda ciò che potremmo chiamare il nucleo essenziale dei valori occidentali. È vero: questi valori sono stati ripetutamente traditi. L’Occidente è stato imperialista, coloniale, violento. Ma, attraverso una storia tormentata, ha anche costruito l’idea che la dignità della persona concreta, dell’individuo in carne e ossa, non sia sacrificabile a nessuna causa collettiva, politica o religiosa: non l’Uomo astratto, ma le persone reali.
Questa idea, che attraversa una linea che va da Socrate al cristianesimo, da Kant alle costituzioni moderne, è oggi una zattera fragile, ma è l’unica cui ci si può aggrappare per superare i flutti del momento. Difendere questa zattera non significa santificarla, né smettere di criticarla. Significa riconoscere che, senza di essa, non c’è uno spazio migliore che attende di essere occupato, ma un vuoto in cui prevale la forza bruta.
In certi momenti storici, il sogno del futuro passa per la difesa di un presente che non entusiasma, ma che costituisce l’unico terreno da cui un futuro diverso possa ancora essere immaginato. Siete disposti a difenderla e custodirla, senza trasformare la critica all’Occidente in una sentenza irrevocabile di condanna a morte?
Siete disposti ad aderire a un quadro minimo entro cui la libertà autentica resta pensabile? Difenderlo non equivale ad assolverlo, ma a impedire che venga sostituito da qualcosa di radicalmente peggiore. Il “né–né”, per non trasformarsi in fuga, per essere credibile, deve accettare di attraversare un “aut–aut”. Solo così può tornare a essere una posizione di responsabilità, e non una forma elegante di rinuncia a scegliere, quando non connivenza con gli aguzzini dell’umanità.

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