TLB courtesy: 05/10/2018 - IMAGOECONOMICA|

Il 23 aprile scorso il Cnel ha pubblicato il XXVI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva in Italia. È rivolto non solo agli studiosi della materia, ma al più largo pubblico di cittadini interessati a conoscere dati aggiornati e attendibili sulla realtà e sulle tendenze occupazionali, demografiche, salariali nel nostro paese. Qui intendiamo attirare l’attenzione del lettore sulla prima parte del Rapporto, proponendo cinque schede informative su altrettanti punti critici del mercato del lavoro e una sesta, ad essi strettamente collegata, sulla distribuzione degli occupati nelle varie classi di impresa e la loro produttività. Le schede, che verranno pubblicate a puntate, riguarderanno:
1-Occupazione, disoccupazione, inattività;
2-Lavoro femminile;
3-Persone con disabilità;
4-Stranieri e mercato del lavoro;
5-Lavoro sommerso;
6-Dimensione di impresa e produttività
Il curatore si rende conto che pubblicare testi pieni di numeri, dati e percentuali si presta a qualche rischio. Alla fine, può annoiare chi legge, ad esempio. La cultura dei dati, tuttavia, è importante. Come diceva Luigi Einaudi, “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”. Un adagio passato di moda in Italia.
Lavoro femminile
Anche le più recenti elaborazioni (CNEL – ISTAT, 2025) confermano una tendenza di crescita sul fronte della occupazione femminile, ma con forti disparità generazionali e territoriali, oltre a confermare la presenza femminile soprattutto nei settori a minore valore aggiunto, in particolar modo con una crescita nelle occupazioni tradizionalmente già a prevalenza femminile e, in maniera meno marcata, in alcune attività prevalentemente appannaggio degli uomini.
Per quanto riguarda le fasce di età, nel 2024 il tasso di occupazione femminile nella fascia 15-64 anni ha registrato un aumento di 0,9% nel secondo trimestre e di 1,4% nel terzo trimestre, dato, quest’ultimo, trainato dalla crescita occupazionale delle ultracinquantenni, che hanno contribuito per il 71,3% all’incremento complessivo. Rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre il tasso di occupazione femminile registra un +6,4%, per le ultracinquantenni l’aumento raggiunge i 20%, contro un valore di appena +1,4% per la fascia 25-34 anni.
Per quanto attiene alle disparità territoriali, negli ultimi 16 anni si rileva che le regioni centrali hanno riscontrato l’aumento più marcato del tasso di occupazione femminile (+8%), seguite dal Nord e dal Sud con +5%, con un incremento determinato soprattutto dagli ultimi quattro anni.
Nonostante la crescita, il divario con l’Europa resta significativo: nel terzo trimestre del 2024 il tasso di occupazione femminile in Italia era inferiore del 12,6% rispetto alla media UE ed alla Francia, mentre raggiungeva un differenziale negativo di 20 % rispetto alla Germania, risultando il più basso tra i 27 Stati membri. Nello stesso periodo di riferimento, il divario di genere italiano quanto al tasso di occupazione è di 17,4 punti, quasi il doppio della media UE (9,1 punti).
Persiste una quota elevata di donne al di fuori dal mercato: quasi un milione risultano le disoccupate (49,3% del totale dei disoccupati) e oltre 7,8 milioni le inattive (63,5% del totale degli inattivi tra i 15 e i 64 anni). La maggioranza delle donne che rinunciano a entrare nel mondo del lavoro è rappresentata dalle madri in coppia (38,6%), seguita dalle figlie che vivono nella famiglia durante un percorso di studi e dalle donne in coppia senza figli.
Un’ampia componente delle inattive si dichiara non disponibile a lavorare principalmente per motivi familiari (33,3%), ricomprendendo tanto l’accudimento dei figli quanto l’assistenza a persone non autosufficienti. L’analisi dei dati sulla compagine femminile inattiva rileva una sostanziale differenza circa l’area geografica (per la fascia d’età 25-54 anni più del 47% risiede nel Sud contro il 20% del Nord-Italia e il 23,8% del Centro Italia) e il ruolo nella famiglia, ma anche il titolo di studio (solo il 14% delle inattive è in possesso di un titolo di studio universitario) (CNEL – ISTAT, 2025).
Tra le donne in cerca di lavoro, quasi un terzo (31,5%) sono figlie che vivono nella famiglia di origine. Un altro terzo circa è costituito da madri in coppia (31,9%), seguono le nubili (12,9%) concentrate
soprattutto nelle classi di età più adulte, le madri sole (11,8%) e le donne in coppia senza figli (9,9%). Tra le donne inattive, invece, le madri in coppia rappresentano il gruppo più numeroso (38,6%), seguite dalle figlie che ancora studiano (33,5%) e dalle donne in coppia senza figli (14,8%), meno numerose le donne nubili e le madri sole (rispettivamente 6% e 5,5%).
Le motivazioni che spingono all’inattività variano considerevolmente fra uomini e donne anche in base al ruolo ricoperto in famiglia. In particolare, tra le madri inattive con figli la maggior parte (62,2%) non cerca lavoro né è disponibile a lavorare per motivi familiari (incluso l’accudimento dei figli o l’assistenza a persone anziane o non autosufficienti), motivazione addotta solo dal 4,8% dei padri. Da diversi anni è stabile al 20% la percentuale di donne che lascia il lavoro alla prima gravidanza.
La vulnerabilità femminile sul mercato del lavoro è influenzata da più fattori, tra cui la maggiore incidenza del lavoro ’non standard ’(contratti a tempo determinato, part time, etc.), difficoltà di effettiva conciliazione vita privata/lavorativa e rischio di carriere interrotte. Le donne madri, le lavoratrici straniere e le donne impiegate nei servizi alle famiglie risultano
le categorie più esposte a tali rischi. Sul totale delle donne occupate il 31,5% lavora part time, contro l’8,1% degli uomini. In particolare, nella classe di età 25-54 anni, l’incidenza tra gli uomini diminuisce ulteriormente: solo il 6,6% degli uomini lavora a tempo parziale, contro il 31,3% delle occupate, e cala ulteriormente (4,6%) in presenza di figli, mentre tra le madri sale al 36,7%.
Tra le donne con figli sono soprattutto le 25-34enni a ricorrere al tempo parziale (41,0% contro il 38,1% delle 35-44enni e 34,7% delle 45-54enni). La quota di part time per le madri cresce all’aumentare del numero di figli, con un picco pari al 48,0% per le madri più giovani con tre o più figli minori. Analizzando il dato sul lavoro standard (dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti) tra le laureate la quota di lavoratrici di tale tipologia è del 61,7%, con una differenza di 7,6 punti rispetto agli uomini (contro i 16,2 punti del totale).
Se si osserva il ruolo in famiglia, i più forti divari di genere riguardo il lavoro standard si registrano tra i genitori (tra i padri la quota di lavoro standard raggiunge il 76,8%, tra le madri non si discosta dal valore medio del 53%). Per le donne, al contrario di quanto avviene per gli uomini, il modello familiare si riflette fortemente sul tasso di occupazione: il tasso di occupazione delle donne single è del 69%, quello delle madri single scende al 62,9% e delle madri in coppia al 57,2%.
Un altro dato significativo riguarda la struttura reddituale delle famiglie: nel periodo di riferimento 2008-2023 in Italia è calata di oltre sei punti la quota di coppie in cui solo l’uomo lavora, provvedendo alle necessità finanziarie della famiglia (dal 33,5 del 2008 al 25,2% del 2023) ma la quota di famiglie monoreddito maschile resta elevatissima incidendo sul rischio di povertà. Crescono le coppie con doppio reddito (entrambi i partner lavorano). Si passa, in particolare, dal 30,4 al 33,8% per le coppie in cui è l’uomo il principale percettore e, dal 4,8% al 7,5%, per quelle in cui lo è la donna. Aumentano anche le coppie a reddito paritario, in cui entrambi i partner lavorano e hanno redditi da lavoro di livello simile (27,8% e 29,8%). Infine, sono residuali le coppie in cui è la donna l’unica percettrice di reddito da lavoro (dal 2,3% del 2008 al 1,4% del 2023). Crescono le coppie senza alcun reddito da lavoro (dall’1,9 al 2,3%).
I dati segnalano come il livello di istruzione giochi un ruolo chiave nella partecipazione al mercato del lavoro delle donne e nella riduzione delle disuguaglianze: all’aumentare del titolo di studio cresce il tasso di occupazione 15-64 anni e diminuisce progressivamente il divario di genere. Un elevato livello di istruzione riduce sia i divari territoriali tra le donne sia quelli rispetto agli uomini: il tasso di occupazione 15-64 anni delle laureate è circa due volte e mezzo quello delle donne con al massimo la licenza media, e la differenza tra Nord e Sud, che sul totale è di 25,6 punti, si dimezza per le donne con elevato titolo di studio (12,5 punti). Anche il divario di genere diminuisce progressivamente all’aumentare del livello di istruzione, passando da un massimo di 32,9 punti tra chi ha una bassa istruzione e risiede nel Sud a un minimo di 5,7 punti tra i laureati residenti al Nord, un valore che diviene poco distante da quello della media Ue tra chi ha una istruzione terziaria (4,8 punti).
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insomma siamo ancora al “io lavoro, non mi toccare macchina iphone e partita, tu vai tranquilla dall’estetista che domenica ti faccio fare un giro”. poveri noi!