
Qui la prima parte
Le noterelle che seguono sono debitrici di un saggio di Manuel Disegni, Critica della questione ebraica (Bollati Boringhieri, 2024).
Il processo di emancipazione giuridica e di integrazione sociale degli ebrei subisce una pesante battuta d’arresto con il congresso di Vienna (1814-1815). Negli anni del fervore prerivoluzionario che prepararono il 1848, la questione torna a essere al centro del dibattito politico. La crisi economica degli anni Settanta e il passaggio del capitalismo a una fase imperialistica coincideranno invece con una recrudescenza dell’antisemitismo.
Le ragioni degli ebrei e quelle del movimento liberale si incontravano su diverse questioni. Ad esempio, il presupposto istituzionale dell’eguaglianza civile degli ebrei coincideva con l’obiettivo principale delle battaglie liberali: l’emancipazione dello Stato dalla Chiesa, della politica dalla religione. Anche se in qualche caso si schierò con gli ebrei la stessa Chiesa cattolica, per contrastare l’avanzata del luteranesimo nello Stato prussiano.
Ma, al di là delle alleanze politiche occasionali, nella prima metà del XIX secolo fra le istanze degli ebrei e quelle del movimento liberale c’era un nesso più profondo. I problemi del processo di emancipazione degli ebrei riflettevano infatti problemi generali dell’epoca, gli ostacoli che si frapponevano all’emancipazione umana universale. Vale a dire che la questione ebraica costituiva una sorta di banco di prova del successo della rivoluzione borghese.
Debellare l’intolleranza e abbattere le barriere religiose in nome della ragione e dell’unità del genere umano: questa era la principale promessa dell’Illuminismo che il liberalismo ottocentesco si era impegnato a realizzare. Tuttavia, integrare nella vita sociale e politica una minoranza che da secoli viveva isolata e si distingueva così nettamente dalla maggioranza per religione, lingua e costumi era un obiettivo che presentava difficoltà eccezionali.
Occorreva sradicare pregiudizi secolari e superare rancori antichi. Per la nascente società borghese e per la sua classe dirigente liberale, risolvere la questione ebraica significava dar prova dell’avvenuta emancipazione dal passato, della capacità di lasciarsi il Medioevo alle spalle. Significava dimostrare il carattere veramente inclusivo del nuovo ordine sociale che andava costituendosi.
Qualora fosse riuscita l’impresa di fare “perfino” degli ebrei dei buoni cittadini – membri liberi, felici e utili della società borghese – e di eliminare la giudeofobia, non sarebbe stato più possibile dubitare del fatto che l’epoca moderna aveva reso tutti gli uomini dei buoni cittadini. Il grado di emancipazione degli ebrei costituiva, insomma, un indicatore del progresso storico realizzato.
Nella “questione ebraica” era quindi in gioco la realizzazione dei principi di libertà e uguaglianza. Il concetto di società del pensiero liberale non era definito come un legame naturale, di sangue o di appartenenza a un territorio, ma fondato su principi etici e politici razionali. Non era dunque compatibile con l’esclusione di interi gruppi di individui in base a criteri razziali o culturali, pena la falsificazione del senso più profondo ed emancipatore del principio individualista.
Gli avversari dell’emancipazione ebraica non consideravano gli ebrei in quanto individui. Per loro l’espressione der Jude, “il giudeo”, è sempre stata una figura retorica, una sineddoche che significava die Judenschaft, l’insieme compatto di tutti i giudei. L’appartenenza di singoli individui a questo gruppo costituiva, agli occhi dei nazionalisti e dei populisti (Volkstümler), un fattore di incompatibilità con la religione cristiana, la nazione tedesca, il popolo laborioso o la razza ariana: in ogni caso, un criterio di esclusione. Per i detrattori, una vera integrazione degli ebrei non era in realtà neanche pensabile: anche nelle nuove vesti urbane, una volta resi cittadini per decreto, restavano pur sempre ebrei.
Diametralmente opposta era la prospettiva liberale. La troviamo espressa in forma classica in Wilhelm von Humboldt che, nei dibattiti che avevano preceduto l’editto di emancipazione prussiano del 1812, era stato una delle voci più radicali, pronunciandosi per l’equiparazione civile – completa e immediata – degli ebrei, la libertà religiosa e la separazione tra Stato e Chiesa.
Per Humboldt, considerare un uomo in base alla sua discendenza o alla sua religione invece che in base alle sue qualità individuali era sintomo di un modo di pensare “pieno di pregiudizi” e addirittura “disumano”. Era compito dello Stato sopprimere questa mentalità e inverare il concetto di dignità umana.
L’emancipazione ebraica era pensata dai suoi fautori innanzitutto come un fatto giuridico, cioè come equiparazione civile degli ebrei alla maggioranza degli altri cittadini. Tale è, per esempio, la definizione che ne dà il lessico politico del liberalismo tedesco di allora. Tuttavia, l’intento politico e lo scopo dell’emancipazione era l’integrazione completa degli ebrei, da realizzare non solamente sul piano del diritto, ma anche su quello sociale, culturale, economico e, in fondo, anche religioso.
Emancipazione faceva rima con assimilazione. È in tal senso che il deputato Carl Theodor Welcker, di fronte al parlamento del Baden, parlò nel 1831. Bisognava, certo, costruire una società aperta, senza più le barriere delle corporazioni, dei ceti, dei privilegi e delle chiese. Per altro verso, si chiedeva però – anzi, si esigeva – dagli ebrei che volevano farne parte una rottura altrettanto radicale con il loro passato, con il “mondo del ghetto”.
Si dibatteva, con differenti posizioni, sulla gradualità del processo di equiparazione giuridica degli ebrei, ma vi era accordo sul fatto che essa implicava una trasformazione profonda delle loro tradizioni e stili di vita. Alla concessione della cittadinanza doveva corrispondere, da parte degli ebrei, un livello morale e civico più alto, adeguato alla libertà e alla razionalità moderne.
Sotto questo aspetto, il concetto di emancipazione ebraica rivelava, nei suoi fautori liberali di inizio Ottocento, una inquietante pedagogia autoritaria. La soluzione della “questione ebraica” alludeva, in ultima analisi, alla cancellazione dell’ebraismo. Si apriva così la porta a quella “intolleranza” che, più tardi, avrebbe infettato il socialismo antisemita.
Un punto rivelatore del carattere problematico e contraddittorio dell’emancipazione giuridica: da un lato essa doveva consistere nell’elargizione agli ebrei di diritti civili paritari, dall’altro lato vi dovevano rientrare le presunte conseguenze morali e sociali di una equiparazione “reale”, ossia il “miglioramento borghese” degli ebrei.
Il vecchio ordine feudale era un ordine giuridico. I limiti e gli ostacoli che si opponevano allo sviluppo delle nuove forze sociali e dei rapporti moderni erano limiti e ostacoli di natura giuridica. Dal punto di vista del movimento dell’emancipazione borghese si trattava di sciogliere questi vincoli giuridici tradizionali, e tanto sarebbe bastato a scuotersi di dosso la polvere del mondo passato depositata sulle spalle della società.
Ciò valeva tanto per la modernizzazione generale dei rapporti sociali quanto per il caso particolare degli ebrei. Nel caso degli ebrei si palesò prima e più chiaramente che l’equiparazione giuridica non garantiva ipso facto un’integrazione sociale sostanziale. Le difficoltà del processo di emancipazione ebraica mostravano che non era sufficiente abbattere i privilegi feudali per realizzare l’auspicata emancipazione universale..
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Si fa cenno al “mondo dei ghetti”. Era una situazione voluta dagli ebrei stessi, ovvero si stabilivano e vivevano in quartieri particolari per non partecipare agli usi e costumi del resto della popolazione e condividere riti e usanze religiosi e non solo, oppure era situazione resa obbligatoria dal scetticismo crescente sfociato in discriminazione e razzismo da parte della maggioranza attraverso magari l’uso della legge e di provvedimenti di governo?
Il paragrafo in cui si illustra la “pedagogia autoritaria. La soluzione della questione ebraica alludeva, in ultima analisi, alla cancellazione dell’ebraismo” è pari-pari ai latrati che oggi, posizione tenuta soprattutto dalla sinistra occidentale, eccheggiano nel mainstream: “per definirsi un buon ebreo esso deve ripudiare ciò che Israele rappresenta, in primis l’attuale governo”. Tutto cambia, niente cambia!!!
Molto interessante. Grazie. L’integrazione in cambio della rinuncia ad esseri se stessi è inqua.