
Le noterelle che seguono sono debitrici di un saggio di Manuel Disegni, Critica della questione ebraica (Bollati Boringhieri, 2024).
La “questione ebraica” riguarda l’insieme dei problemi giuridici e amministrativi legati all’emancipazione degli ebrei dai ghetti in cui erano stati segregati durante il Medioevo e alla loro integrazione civile. Emancipazione degli ebrei dai ghetti ed emancipazione della borghesia dall’Antico regime sono coeve. Avviata nella seconda metà del Settecento, all’inizio del secolo successivo l’emancipazione della borghesia giunse anche in Germania, non però per mano della stessa borghesia tedesca, ma di Napoleone.
Con le sue guerre espansionistiche Napoleone estese le conquiste della Rivoluzione francese, pose fine al Sacro Romano Impero e sconfisse la Santa Alleanza delle potenze europee conservatrici. I suoi eserciti non lasciarono solamente devastazione dietro di sé, ma anche il Code civil e il principio di uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla legge.
Per tale ragione Hegel vedeva nelle campagne napoleoniche un contributo all’universalizzazione dei principi di libertà e uguaglianza. Napoleone non sa nulla di tutto ciò, lui non capisce Hegel. È Hegel che capisce Napoleone. Avvenne così che anche l’emancipazione civile degli ebrei di Germania fu realizzata da Napoleone manu militari.
La condizione giuridica degli ebrei a cavallo dell’Ottocento era sostanzialmente invariata dal Medioevo. Le riforme introdotte dalle conquiste napoleoniche eliminarono d’un colpo discriminazioni tramandate da secoli nella storia giuridica tedesca, dalle limitazioni delle loro attività economiche alla precarietà del loro status civile.
Gli ebrei si videro riconosciuti immediatamente pieni diritti di cittadinanza in tutti i territori controllati direttamente o indirettamente dalla Francia: dapprima nei territori a sinistra del Reno (fra cui la città di Treviri, dove nacque Marx), poi nel Granducato di Berg e in Vestfalia. Il processo di emancipazione degli ebrei tedeschi era ormai avviato. I cambiamenti nella struttura e nei confini degli Stati oggetto delle conquiste napoleoniche proseguirono negli anni seguenti, anche per esigenze pratiche di uniformità normativa e amministrativa.
Nel Baden nel 1807, in Sassonia nel 1810, in Prussia nel 1812, in Baviera nel 1813 vennero promulgate leggi che eliminavano le discriminazioni giuridiche e le restrizioni speciali relative agli ebrei. Fu chiaro da subito che le riforme democratiche introdotte negli Stati tedeschi non erano determinate da una volontà popolare kantianamente “entusiasta” dello spirito dei diritti umani, ma da una potenza militare straniera.
Da questa consapevolezza muove l’ideologia sciovinista che animerà le “guerre di liberazione” contro Napoleone. La realizzazione imperialistica della libertà e del diritto che Hegel, a Jena, tanto aveva ammirato, finirà così per legare insieme l’anima e il destino dell’antisemitismo con quelli del nazionalismo tedesco, antifrancese e antiliberale, in un’alleanza salda e duratura.
Tuttavia, l’emancipazione civile degli ebrei non era un’idea francese, bensì originariamente tedesca, prussiana. Il parallelismo fra la rivoluzione politica — reale — in Francia e quella religiosa e filosofica — ideale — in Germania, costruito da Heinrich Heine sul calco del concetto hegeliano di storia (che è insieme storia della coscienza e storia della realizzazione della libertà), è vero anche nel caso dell’emancipazione ebraica.
Essa fu realizzata praticamente dalla Rivoluzione francese, ma fu pensata e formulata come concetto politico per la prima volta in Germania. Il primo programma di emancipazione degli ebrei proviene dall’illuminismo berlinese. Fu partorito nel seno del ceto di funzionari di stato illuministi formatosi alla corte di Federico II di Prussia.
Il testo classico dell’illuminismo statalista prussiano sulla questione ebraica è Per il miglioramento civile degli ebrei, pubblicato dal diplomatico Christian Wilhelm Dohm nel 1781, otto anni prima della Rivoluzione francese. Questo saggio di scienza politica illuminista è animato da uno spirito cosmopolita prerivoluzionario. Per quasi un secolo rimase un riferimento primario nei dibattiti intorno all’emancipazione degli ebrei, e non solo in Germania.

In Francia, ad esempio, Mirabeau scrisse il saggio Sur Moses Mendelssohn, sur la réforme politique des Juifs solo nel 1787, dopo un soggiorno berlinese in cui incontrò Mendelssohn e Dohm. L’abbé Grégoire, il prete citoyen della Rivoluzione che fu tra i principali artefici della legge del 1791 che riconosceva pieni diritti agli ebrei, pubblicò il saggio Sur la régénération physique, morale et politique des Juifs solo l’anno successivo.
Fino alla seconda metà del Settecento gli ebrei erano stati discriminati dalla legge ed emarginati dalla società, senza che ciò costituisse una “questione”. Essi avevano vissuto per secoli ai margini della società europea, al di fuori dell’ordine cetuale: né servi, né padroni. Esclusi dalle attività dei cristiani, dal possesso della terra e dalle corporazioni artigiane, essi occupavano per lo più posizioni sociali di mediazione. Erano soggetti a tasse e censimenti speciali e a limitazioni di diritti come quello di residenza e di matrimonio.
Dapprima attivi nel commercio, con la formazione di una borghesia mercantile cristiana nel corso dei secoli XVI e XVII fu loro interdetta sempre più anche questa attività, il che li spinse a specializzarsi nel commercio di denaro e nel credito — cioè in una posizione di potenziale conflitto con tutte le classi sociali colpite dalla modernizzazione e costrette a indebitarsi, dai nobili ai contadini.
Le condizioni giuridiche degli ebrei variavano da Stato a Stato, ma la loro situazione esistenziale era ovunque precaria, dipendente dal favore dell’autorità locale e dalla loro capacità finanziaria, dalla possibilità di comprarsi privilegi e protezioni. Vivevano da stranieri tollerati solo nella misura in cui le autorità locali potevano aspettarsi dei vantaggi economici dalla loro presenza sul territorio. E il diritto di stabilirsi in un territorio era condizionato al pagamento di una tassa speciale di protezione e doveva periodicamente essere riacquistato.
All’interno delle comunità ebraiche vi erano grandi differenze. I cosiddetti “ebrei di corte”, che prestavano servizi di natura prettamente finanziaria ai principi e ai governi, erano molto abbienti. C’era poi un ceto medio di mercanti e banchieri, tenuti a portare con sé Schutzbriefe, lettere di raccomandazione di signori feudali che garantivano loro il privilegio di svolgere le proprie attività. La maggior parte versava in condizioni di indigenza e si guadagnava da vivere per lo più con lavori domestici e col commercio minuto.
La vita quotidiana degli ebrei era caratterizzata, inoltre, non solo da una posizione giuridica incerta, ma anche da piccole e grandi umiliazioni subite dall’ambiente cristiano. Erano considerati dalle corporazioni e dalle gilde come una calamità pubblica, dai sovrani come una fonte di finanze, ma il loro posto negli interstizi della società feudale era un elemento fisso dell’ordine divino del mondo, non rappresentava materia di discussione e non era in alcun caso un problema a cui dare una soluzione.
La “questione ebraica”, quindi, si pose con l’avvento della modernità. Fu un prodotto delle trasformazioni storiche della seconda metà del Settecento. Le strutture economiche e giuridiche della società borghese, che livellavano le disuguaglianze, le distanze e le barriere della società cetuale premoderna, non prevedevano più la presenza al proprio interno di “interstizi” in cui potessero vivere gruppi e individui separati dal resto del corpo sociale.
Da parte loro, sempre più ebrei cominciavano ad adottare i modi di vita e di pensiero del mondo circostante, a studiare nelle università e a dedicarsi alle professioni liberali, ad assimilarsi alla borghesia cristiana.
Tuttavia, non erano certo scomparsi da un giorno all’altro i vecchi pregiudizi sul conto degli ebrei. Che essi fossero infidi, avari, incivili, sporchi, vagabondi; che essi fossero un pericolo per la società, erano convinzioni ancora assai diffuse, e non solo presso i ceti più popolari e meno istruiti. Quale sarebbe stato, allora, il posto degli ebrei nel mondo dell’economia di mercato e dello Stato moderno?
I membri più ricchi delle comunità ebraiche tedesche avevano già raggiunto posizioni di potere e di grande influenza. Agenti di corte, banchieri e fornitori militari ebrei avevano assunto nel corso della seconda metà del XVIII secolo ruoli di primaria importanza nella finanza, nel commercio e nell’industria.
I vertici delle burocrazie tedesche più progressiste, in particolare quella prussiana, sentivano l’esigenza di prendere atto di questa mutata realtà. Ispirati dalle teorie mercantiliste e fisiocratiche e interessati a modernizzare la struttura produttiva dei loro territori, sostenuti dall’opinione pubblica illuminista, cominciarono a elaborare progetti di riforma del diritto, dell’amministrazione e dell’istruzione.
La “questione ebraica” nacque in questo clima politico riformista. I primi emancipatori muovevano dalla convinzione di poter creare le condizioni perché gli ebrei potessero esercitare una funzione utile e progressiva nello sviluppo del commercio e dell’industria. Uno Stato che voleva dotarsi di strutture giuridiche e amministrative all’altezza dell’economia moderna, basata sul denaro e sul sistema creditizio, doveva necessariamente porsi la questione dell’equiparazione civile e dell’integrazione sociale degli ebrei.
Lo scritto di Dohm sulla questione ebraica fu occasionato, fra l’altro, dalla pubblicazione di un violento pamphlet contro gli ebrei, Observations d’un Alsatien sur l’affaire présente des Juifs d’Alsace (Strasburgo 1779), divenuto poi un riferimento classico dell’antisemitismo francese, in cui il giudice François Hell accusava gli ebrei di danneggiare l’economia locale mediante l’usura e chiedeva la loro espulsione dall’Alsazia.
A queste accuse, Dohm rispose che l’usura era il prodotto di una cattiva organizzazione della società e doveva essere superata da un potere illuminato mediante leggi, e non con l’emarginazione degli ebrei.
A sollecitare l’intervento di Dohm era stato Moses Mendelssohn, di cui il giovane funzionario prussiano era un ammiratore. Facevano parte entrambi della Berliner Mittwochgesellschaft, un consesso di intellettuali e politici protagonisti della modernizzazione dello Stato prussiano sotto il dispotismo illuminato di Federico II, e della diffusione in Germania delle idee moderne, cosmopolite e liberali, soprattutto attraverso il prestigioso giornale Berlinische Monatsschrift.
Figura centrale dell’illuminismo tedesco ed europeo, Mendelssohn (1729-1786) fu ispiratore anche di un movimento illuminista nel seno dell’ebraismo, la Haskalah. Ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione di un rapporto intellettuale fra ebrei e non ebrei, fu pioniere del dialogo interreligioso e divenne illustre rappresentante e simbolo di un modello di emancipazione fondato sulla Bildung, sull’istruzione, la cultura e la formazione civica.
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Grazie Michele, sempre illuminante.
Nadia Mai