Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.(Gaetano Salvemini, Prefazione a Mussolini diplomatico, 1932).
È trascorso quasi un secolo dalla pubblicazione del pamphlet di Julien Benda, Il tradimento dei chierici (1927), in cui il filosofo francese denunciava l’asservimento dell’intellettuale agli interessi dei ceti dominanti, difendendo la sua l’immagine di custode dei valori di verità e giustizia, contrario a ogni coinvolgimento di parte che potesse distrarlo dai suoi compiti di educazione razionale. È in particolare la passione patriottica quella con cui polemizza più aspramente, e ne attribuisce la primogenitura agli intellettuali tedeschi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Ma non meno dura è la sua critica delle Réflexions sur la violence di Georges Sorel (1906), un incitamento all’odio di classe che ritrova parallelamente nel fascismo italiano e nel bolscevismo russo. Solo in alcune circostanze, qui il riferimento all’affaire Dreyfus è esplicito, agli intellettuali è permesso di entrare nell’arena politica senza venire meno alla loro funzione. In generale, però, il modo corretto di agire per il “chierico” nel mondo moderno è quello di protestare verbalmente e di bere la cicuta quando lo Stato lo ordina. Ogni altra azione è tradimento.
A contestare questa tesi è un giovane romanziere comunista che, nel 1931, aveva pubblicato un testo che lo renderà famoso, Aden Arabie, cui segue l’anno successivo Les chiens de garde, la sua risposta diretta a Benda. Quella di Nizan è in qualche modo la prima coerente formulazione di una teoria dell’impegno degli intellettuali. Per il ventisettenne scrittore di Tours, rifarsi agli eterni valori di verità e giustizia senza parlare di colonialismo, guerra, industrializzazione, disoccupazione, amore, morte e politica, cioè di tutti i problemi che assillano la maggioranza degli abitanti del pianeta, era solo un tentativo di oscurare le miserie della realtà contemporanea. Occorreva schierarsi: con gli oppressi o contro. Rovesciando il discorso di Benda, per lui i “cani da guardia” sono gli intellettuali che si rifiutano di sporcarsi le mani e difendono i privilegi e la ricchezza della borghesia.
Attorno alla metà degli anni Trenta il tema dell’impegno degli intellettuali è al centro di una serie di appuntamenti di rilievo internazionale. Nel settembre 1934 si svolge il primo congresso degli scrittori sovietici, cui partecipano -tra gli altri- i francesi André Malraux e Louis Aragon insieme allo stesso Nizan, lo spagnolo Rafael Alberti, l’americano Mike Gould, anche se le relazioni principali vengono tenute da due dei massimi dirigenti del Pcus, Nikolaj Bucharin e Andrej Zdanov, uno sulla via di un drammatico tramonto e l’altro in inarrestabile ascesa. È però il congresso che si apre a Parigi il 21 giugno 1935, dedicato alla “difesa della cultura” di fronte all’avanzata del nazifascismo in Europa, a divenire il simbolo stesso di quell’impegno che sarà il mantra di Jean Paul Sartre. Mancano i simpatizzanti del trockismo e personalità di orientamento conservatore, come François Mauriac e Henry de Montherlant. L’insieme dei presenti, tuttavia, costituisce un’assemblea di prestigio. È André Gide, convertitosi da poco al comunismo e destinato ad abbandonarlo clamorosamente qualche anno dopo, a inaugurare le assise.
Benda, che diventerà più tardi un intransigente difensore della fase più tragica dello stalinismo, contrappone come inconciliabile il comunismo alla civiltà occidentale. La replica di Nizan è violenta. SoloRobert Musil chiede di potersi “sottrarre alle pretese” della politica, invitando i colleghi a imparare la “nobile arte femminile del non concedersi”. Il drammaturgo austriaco, autore di una delle pietre miliari della letteratura, L’uomo senza qualità, invita inoltre alla libertà, intendendo con essa un’idea psicologica, l’audacia, l’irrequitezza dello spirito, il piacere della ricerca, la schiettezza e il senso di responsabilità, perché “nessuna cultura può fondarsi su un rapporto obliquo con la verità”.
Laquestione della verità viene ripresa con coraggio leonino (in quel contesto) da Gaetano Salvemini, allora professore a Harvard. È lui a sollevare il “caso Serge”, creando nella platea un forte imbarazzo. Al termine del suo intervento, suscitando scandalo e riprovazione, l’illustre antifascista italiano afferma: “Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia […] -è in Russia che Victor Serge [seguace di Lev Trockij, accusato di attività antisovietiche] è prigioniero […] -si può capire la necessità dell’attuale stato totalitario russo a condizione che ci si auguri la sua evoluzione verso forme più libere, ma bisogna dirlo e non si può celebrarlo come l’ideale della libertà umana”.
Salvemini si contrapponeva così, con il linguaggio chiaro che gli era consueto, al milieu culturale della sinistra abbacinata dal “sol dell’avvenire”, per la quale il mito dell’Urss era un buon escamotage per preservare la propria fede rivoluzionaria, anche a costo di occultare la realtà: quella di una grandiosa utopia di emancipazione del lavoro che si stava tramutando nel suo più asfissiante e burocratico apparato coercitivo. Oggi non sono pochi i sedicenti intellettuali di sinistra che dissimulano il rimpianto per quel mito con un antioccidentalismo che avvelena i pozzi della verità, sul conflitto israelo-palestinese come su quello sul fronte ucraino. Lo confesso: ho nostalgia di Gaetano Salvemini.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Articolo veramente interessante. Grazie!
Ma i pensieri in corsivo in apertura sono di G. Salvemini o di M. Travaglio?