


Nel loro libro Siamo stati iscritti al Pci, Chicco Testa e Claudio Velardi, ripercorrono la loro militanza comunista, senza nostalgia e senza abiure. Ne nasce un confronto insieme politico e biografico sulla storia della sinistra italiana, sul rapporto irrisolto con il comunismo, sulla caduta del Muro, su Tangentopoli e sulla trasformazione della coerenza in gabbia identitaria. Un dialogo disincantato, ironico e ancora appassionato su ciò che il Pci è stato, su ciò che non ha saputo diventare e sull’eredità che continua a pesare nel presente.
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Bella chiacchierata tra due ex del PCI in un’intervista elegantissima, proprio come ci si aspetta da due ex dirigenti del partito. Testa e Velardi raccontano con ironia e affetto la loro gioventù nella “chiesa” comunista, smontando qualche mito sulla coerenza berlingueriana… senza mai arrivare, però, a dire che hanno sbagliato tutto sul comunismo reale. Un perfetto non rinnegare e non rimpiangere. È il nuovo motto di chi ha trasformato la militanza in carriera e il centralismo democratico in savoir-faire romano, e ora guarda al passato come a un’amante con cui si è stati bene ma che, per fortuna, non si è sposata. Il PCI è stato una formidabile fabbrica di élite travestita da avanguardia del proletariato. Finché la sinistra non troverà il coraggio di ammetterlo fino in fondo, continuerà a trascinarsi dietro quel fantasma con un sorriso nostalgico. Peccato manchi il capitolo decisivo, ovvero quello in cui spiegano quando abbiano capito, o se lo abbiano mai capito, che il “socialismo reale” era un disastro autoritario.