


A Venezia, durante la Biennale, un manifestante pro-palestinese ha incontrato Eyal Waldman — imprenditore israeliano, filantropo, sostenitore della coesistenza, padre di una ragazza massacrata al Nova festival il 7 ottobre. Lo ha chiamato “assassino”. Perché era israeliano.
Proviamo a fare un esperimento mentale. Prendete il profilo dell’israeliano ideale secondo i canoni di un certo coté progressista. Deve credere nella soluzione a due Stati. Deve aver dato lavoro ai palestinesi. Deve aver finanziato ospedali a Gaza. Deve essersi opposto pubblicamente alle politiche del governo israeliano. Deve aver cercato il dialogo anche dopo aver subito il peggio che il terrorismo possa infliggere a un essere umano.
Prendete questo profilo e dategli un nome: Eyal Waldman.
Cofondatore di Mellanox Technologies, venduta a Nvidia nel 2019 per 6,8 miliardi di dollari, Waldman ha aperto centri tecnologici nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, assumendo centinaia di ingegneri palestinesi. Ha donato 360.000 dollari a un ospedale oncologico a Gaza. Ha partecipato a forum bilaterali israelo-palestinesi per una soluzione diplomatica del conflitto. Nel 2024 ha ricevuto il Premio Israele, la massima onorificenza civile dello Stato ebraico.
Il 7 ottobre 2023 sua figlia Danielle è stata massacrata al festival di Re’im. Aveva ventiquattro anni.

Venezia, 6 maggio 2026. A margine della Biennale, Waldman incrocia alcuni manifestanti pro-palestinesi. Si avvicina. Sorride. Stringe la mano a uno di loro e gli chiede se vuole fare la pace.
L’uomo gli risponde che gli israeliani sono animali. Poi lo chiama assassino. Poi urla. Attorno, quasi nessuno sembra reagire. Il video fa il giro del mondo.
Fine dell’esperimento mentale.
Dal 7 ottobre in poi, il movimento propal, divenuto nel frattempo una delle posture politiche più trasversali e socialmente remunerative del nostro tempo, ha dato nuova linfa a un artifizio retorico rodato. La distinzione tra antisionismo e antisemitismo esiste da decenni, ma non aveva mai trovato una platea così vasta, così convinta, così poco disposta a interrogarsi.
Per qualcuno funziona perché è sofisticata quanto basta da sembrare seria, e abbastanza vaga da coprire qualsiasi cosa. “Resistenza” invece di terrorismo. “Genocidio” brandito con una disinvoltura che avrebbe fatto inorridire chi quel termine lo coniò davanti alla distruzione del popolo ebraico d’Europa. Davanti a sei milioni di ebrei braccati, catturati, deportati come animali e poi sterminati.
C’è poi una variante più sofisticata, coltivata con particolare cura in una certa area cattolica e liberal-democratica: il manicheismo comodo che divide gli israeliani in buoni e cattivi. I buoni sono quelli che si oppongono a Netanyahu, che vanno alle manifestazioni per la pace, che rilasciano le interviste giuste, che si dissociano. I cattivi sono tutti gli altri.
È una distinzione che ha il pregio di sembrare ragionevole e il difetto di essere, nei fatti, un’altra forma dello stesso pregiudizio: l’israeliano è accettabile solo se si scusa di esistere nel modo “sbagliato”.
Molti pensavano che questi trucchetti semantici funzionassero. Finché non arriva Waldman.
Perché Waldman non rappresenta nessuna delle cose contro cui il movimento dice di battersi. Non è un colono. Non è un ministro. Non è un generale. È un uomo che ha cercato di stringere una mano.
E viene chiamato assassino lo stesso.
Questa vicenda ci dice che oggi, per una parte del discorso pubblico occidentale, non esiste più un israeliano abbastanza buono. Non esiste una biografia abbastanza progressista, una perdita abbastanza straziante, una mano tesa abbastanza sincera da sospendere il verdetto già emesso.
Ci dice che, in modo consapevole e doloso, il pregiudizio ha smesso ancora una volta di fare i conti con le persone. Che l’odio ha trovato una forma socialmente accettabile, anzi socialmente premiata, nelle piazze occidentali. Che si può urlare “assassino” a un uomo che ha perso una figlia e tornare a casa sentendosi dalla parte giusta.
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Se neanche l’assassinio della figlia è bastato a fargli aprire gli occhi su chi ha d fronte e ancora continua a porgere la mano agli assassini, gli sta bene di essere preso a calci. È esattamente questo genere di gentaglia a essere la rovina di Israele.
Detto brutalmente, purtroppo è così.
Puoi sperare e credere fermamente nella pace tra popoli, ma non per questo accettando di suicidarti per fare contento chi non ha invece alcuna intenzione di iniziare un tale processo di pace e di ammettere i propri errori per permetterlo seriamente.
Può sembrare cinismo, e magari lo è, ma è (anche) puro e semplice realismo. Quelli dei kibbutz sul confine era tutti più o meno pacifisti e credenti nella possibilità di rapporti cordiali, avevano amicizie e collaborazioni oltre confine eccetera, per poi alla fine scoprire (ma non a tutti è stato sufficiente per prendere in considerazione un cambiamento di rotta) che loro erano amici di quelli, ma quelli li stavano sfruttando per carpire informazioni dettagliate che hanno poi usato il 7 ottobre. E sono stati i primi a essere falciati. Oggi leggo di alcuni sopravvissuti che intendono riprendere il discorso da dove si era interrotto in quel fatidico giorno, e a me viene una gran voglia di prenderli a randellate sulle gengive.
per fortuna ogni tanto leggo questi articoli. Potessi stringere io la mano a quell’Uomo, Waldman, mi sentirei la persona più ricca del mondo.