


Capitali, tecnologia, istituzioni e sicurezza: il modello occidentale tiene insieme ciò che i suoi concorrenti offrono soltanto in parte. La Russia esporta dipendenza, la Cina non offre le stesse garanzie istituzionali e l’UE sconta la dipendenza militare. Difendere questo sistema non significa difendere Trump, ma preservare sviluppo e libertà anche contro chi li usa per demolirlo dall’interno.
Ieri Donald Trump ha annunciato quello che definisce «il più grande accordo petrolifero della storia» con il Venezuela. Quasi 100 miliardi di dollari in investimenti privati, equity invece di debito, capitali veri invece di prestiti garantiti da barili.
La storia recente del Venezuela merita però di essere letta dall’inizio, non dalla fine. Cina, Russia e Iran erano alleati di Caracas da ventisette anni.
In quel quarto di secolo, il Paese con le maggiori riserve petrolifere provate al mondo – 303 miliardi di barili – ha visto il PIL collassare a un terzo del potenziale, le infrastrutture ridotte a relitti, sei milioni di cittadini emigrare, ospedali senza medicine e raffinerie senza pezzi di ricambio.
Gli alleati compravano petrolio a sconto, prestavano soldi garantiti da greggio, vendevano armi. Non hanno mai costruito nulla.
E quando a gennaio 2026 è arrivata la prima spallata seria – il blitz americano che ha rimosso Maduro – tutto è crollato con una velocità che dice tutto sulla solidità di ciò che era stato costruito in ventisette anni. Non c’era nulla su cui appoggiarsi.
Il Venezuela non è crollato per un’invasione devastante o per un embargo totale. È crollato perché i suoi alleati non avevano mai offerto nulla di più della dipendenza.
Arrivano gli americani – con equity, investimenti, tecnologia, istituzioni – e il Paese che aveva fatto dell’antiamericanismo la propria identità politica firma con entusiasmo.
È una storia di petrolio. Ma è soprattutto la fotografia di un vuoto. Il vuoto lasciato da chi per decenni ha preteso di offrire un’alternativa al modello occidentale senza mai riuscirci davvero.
Perché il modello occidentale non è il petrolio, non sono le basi militari, non sono nemmeno i dollari. È un sistema integrato – capitali, istituzioni, diritto, tecnologia, standard di vita, libertà individuali – che ha trasformato Paesi e continenti in un modo che nessun altro modello ha saputo replicare.
La domanda che il Venezuela pone oggi non è se Trump sia un filantropo. È più scomoda: esiste un modello alternativo? La risposta, oggi, è no. E vale la pena spiegare perché.
Perché la Russia non è un modello
La Russia ha proiettato influenza nel mondo attraverso tre strumenti: energia, armi e sicurezza.
Ha usato il gas come leva politica in Europa per decenni, ha venduto sistemi d’arma a chiunque fosse disposto a pagarli o a ospitare una base, ha offerto protezione militare a regimi che non trovavano altri garanti. È un modello di influenza reale, ma è un modello che non costruisce nulla.
Quando la Russia entra in un Paese, non porta capitali produttivi: porta dipendenza.
La Siria è l’esempio più nitido: Mosca è intervenuta militarmente, ha salvato Assad, ha ottenuto basi navali e aeree. E la Siria è rimasta un Paese distrutto, senza ricostruzione, senza investimenti, senza prospettiva.
La dipendenza energetica europea dal gas russo non ha mai prodotto sviluppo nei Paesi clienti: ha prodotto rendita per Mosca e vulnerabilità per chi comprava.
La Russia non esporta un modello di sviluppo perché non ne ha uno. Esporta sicurezza in cambio di fedeltà, e quella fedeltà dura finché dura la sicurezza.
La guerra in Ucraina ha rivelato i limiti strutturali di questa proiezione di potere: un’economia dipendente dall’export di materie prime, un settore industriale che fatica a sostenere uno sforzo bellico prolungato, un isolamento finanziario che ha ridotto i margini di manovra.
La Russia rimane una potenza militare rilevante – i numeri e le armi nucleari lo garantiscono – ma come modello alternativo di organizzazione del potere globale ha mostrato i propri limiti in modo definitivo.
Il Venezuela lo dimostra: ventisette anni di amicizia russa non hanno lasciato nulla in piedi.
Perché la Cina non lo è ancora
La Cina è il caso più complesso. Pechino ha costruito la Belt and Road Initiative come tentativo esplicito di offrire un’alternativa al modello occidentale di sviluppo: infrastrutture, connettività, investimenti in Paesi che l’Occidente aveva ignorato.
È una strategia ambiziosa, con risorse enormi e una visione di lungo periodo che le democrazie occidentali faticano a replicare per ragioni legate ai cicli elettorali.
Ma il modello cinese presenta limiti strutturali che i ventisette anni in Venezuela rendono visibili. Il primo è la struttura del finanziamento: la BRI funziona prevalentemente attraverso prestiti garantiti da risorse naturali, lo stesso meccanismo usato in Venezuela.
Zambia, Sri Lanka, Pakistan, Ecuador: i casi in cui il modello cinese ha lasciato Paesi più indebitati e più dipendenti di prima sono documentati e numerosi. Pechino compra risorse e costruisce infrastrutture funzionali all’estrazione, non necessariamente allo sviluppo del Paese ospitante.
Il secondo limite è tecnologico e gestionale. La Cina ha costruito capacità ingegneristiche enormi, ma non ha ancora la profondità tecnologica americana, né la capacità di gestire accordi di equity complessi in contesti politicamente instabili.
L’accordo venezuelano richiede non solo capitali, ma competenze estrattive, gestione del rischio politico, infrastrutture finanziarie sofisticate. Competenze che si costruiscono in decenni.
Il terzo limite è istituzionale: la Cina non porta con sé il sistema di regole, garanzie contrattuali e istituzioni internazionali che il modello occidentale include.
Un Paese che firma con Washington firma anche con un ecosistema – WTO, FMI, Banca Mondiale, arbitrati internazionali – che offre prevedibilità e protezione. Un Paese che firma con Pechino firma con Pechino. La differenza non è ideologica: è strutturale.
La Cina crescerà come potenza globale e il suo modello si affinerà, molto probabilmente. Ma oggi non è ancora un modello alternativo: è un aspirante modello in costruzione, con risorse enormi ma senza la profondità istituzionale e tecnologica necessaria per sostituire quello occidentale.
E c’è un ulteriore limite che raramente viene nominato: la Cina ha i suoi problemi strutturali – un debito interno che pesa, un mercato interno poco redditizio che impone l’esportazione come valvola di sfogo, un settore immobiliare in difficoltà cronica – e può risolverli soltanto avvicinandosi ai Paesi ricchi, non ai Paesi poveri.
Il paradosso cinese è che il suo modello di sviluppo dipende strutturalmente dall’accesso ai mercati che dice di voler sostituire. Non è una contraddizione passeggera: è una dipendenza strutturale che limita la credibilità di qualsiasi pretesa di alternativa sistemica.
L’UE e il limite militare
L’Unione europea ha costruito una proiezione di influenza basata su un modello diverso: regole, standard, accesso al mercato interno, fondi di sviluppo.
È un modello reale: l’allargamento a est ha trasformato Paesi ed economie in modo strutturale e duraturo. Ma ha un limite che la guerra in Ucraina ha reso definitivamente evidente: manca l’elemento militare.
La capacità di proiettare influenza nel mondo dipende, alla fine, dalla capacità di garantire sicurezza. Non necessariamente attraverso l’uso diretto della forza, ma attraverso la credibilità della minaccia del suo uso.
Gli Stati Uniti hanno costruito la loro influenza globale su questo fondamento: non solo mercati e capitali, ma basi, flotte, alleanze militari che rendono credibile qualsiasi impegno politico.
L’UE non ha questo. Ha il mercato più grande del mondo, ha fondi di sviluppo, ha standard tecnici che diventano legge globale. Ma quando si tratta di garantire la sicurezza di un Paese partner, deve chiamare Washington.
La Francia ha capito questa asimmetria prima degli altri. È l’unica potenza europea che mantiene una capacità di proiezione militare autonoma – in Africa, nel Mediterraneo, negli oceani – e la usa consapevolmente come strumento di influenza politica.
Il nucleare indipendente, la flotta, le basi nell’Africa francofona: sono gli elementi che distinguono Parigi dagli altri europei.
Ma la Francia resta una potenza regionale per ragioni demografiche, economiche e strategiche che nessuna volontà politica può superare nel breve periodo. Non ha la scala per essere un garante globale.
Il risultato è che l’Europa può essere un modello normativo – e lo è, con un’influenza reale sugli standard globali – ma non può essere un garante securitario.
E nella competizione geopolitica contemporanea, chi non garantisce la sicurezza non offre un’alternativa completa.
Perché il modello occidentale va difeso
L’accordo venezuelano non è la prova che il modello occidentale sia privo di interessi: il 55 per cento della produzione e 100 anni di concessioni non sono filantropia.
È la prova che è l’unico modello che porta insieme capitali veri, equity invece di debito, tecnologia, istituzioni e un ecosistema di regole che offre prevedibilità.
Ventisette anni di alternativa hanno lasciato il Venezuela con le infrastrutture a pezzi, la produzione petrolifera collassata, il PIL a un terzo del potenziale e sei milioni di emigrati. Non è un caso: è la differenza strutturale tra un modello che costruisce e modelli che estraggono.
Vale però la pena fare una precisazione che troppo spesso viene omessa nel dibattito pubblico: il modello occidentale non è Trump.
Trump è una parentesi: un utilizzatore occasionale e spesso maldestro di un sistema che non ha costruito lui e che non dipende da lui. Quel sistema esiste da decenni, ha attraversato amministrazioni diverse, è sopravvissuto a crisi profonde.
Ha costruito le istituzioni di Bretton Woods, ha finanziato il Piano Marshall, ha sostenuto la ricostruzione del Giappone e della Germania, ha allargato la NATO e l’Unione europea, ha portato mezzo miliardo di persone fuori dalla povertà attraverso il commercio internazionale.
Sopravvivrà a Trump come è sopravvissuto a tutto il resto, sempre che gli occidentali stessi non decidano di smontarlo.
Perché l’unica minaccia reale al modello occidentale non viene dall’esterno. Non viene dalla Russia, che non ha un modello alternativo. Non viene dalla Cina, che ne sta costruendo uno ma non ce l’ha ancora.
Viene dall’interno: dagli antioccidentali in Occidente – i propagandisti dei sistemi avversari, chi lavora attivamente per delegittimarlo, chi ne smonta le istituzioni dall’interno in nome di una purezza ideologica che non porta da nessuna parte.
Sono più pericolosi di qualsiasi competitore esterno perché conoscono il sistema dall’interno e sanno dove colpire. E perché usano le libertà che quel sistema garantisce per lavorare alla sua demolizione.
Difendere il modello occidentale non significa difendere Trump, né qualsiasi singola amministrazione o singola scelta politica. Significa difendere il sistema: le istituzioni, le regole, la capacità di proiettare sviluppo invece di dipendenza.
Perché l’alternativa non è la neutralità: è lasciare campo libero a chi non costruisce nulla ma è molto bravo a destabilizzare. Il Venezuela lo ha imparato sulla propria pelle. In ventisette anni.
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Un’azione del genere in Venezuela comunque non sarebbe mai avvenuta senza una figura politica come Trump, una figura contraddittoria e incoerente con le proposte e le promesse fatte prima delle elezioni e in contrasto in parte col suo primo mandato (grazie anche a diversi membri interni del gabinetto che riuscirono a frenare le sue pulsioni eversive).
Senza dimenticare che ha portato al successo alle urne e sui media una mentalità populista e complottista che una volta si riteneva ai margini e di nicchia, scettica se non ostile ai tradizionali canoni e alle procedure istituzionali delle democrazie liberali.
I Paesi europei hanno molte colpe nella gestione dei propri affari interni e dovrebbero pensare a dei modi alternativi per provare ad essere meno dipendenti degli Usa, ma non dimentichiamo cosa ha cercato e sta cercando di fare Trump con i suoi alleati che non ritiene tali. Se c’è uno all’interno che vuole smantellare il modello occidentale e ridurre tutto a una questione personale in base alla convenienza, questo è lui.
Grazie Donatello D\’Andrea. Illuminante e potente. Ma anche minaccioso. Nadia Mai
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