

Più che un tempo remoto, quello in cui l’antisemitismo pareva relegato ai margini del nostro discorso pubblico è stato una lunga pausa: una tregua provvisoria fra un’esplosione e l’altra. Perché l’antisemitismo non si estingue; arretra, viene sospinto all’angolo, costretto entro parentesi storiche in cui la coscienza collettiva ne frena l’impudenza. Ma resta, latente, sotto la crosta civile delle società.
Dal 7 ottobre 2023 quella crosta si è incrinata. Non è nato un odio nuovo — che mai era scomparso — bensì è mutata la sua postura: ciò che un tempo si sussurrava oggi si proclama, ciò che suscitava riprovazione ora pretende cittadinanza nel dibattito.
L’invettiva si traveste da analisi politica, l’antisionismo diviene talora schermo retorico di pregiudizi antichi, e l’insulto si ammanta di virtù morale. Non siamo dinanzi a un rigurgito marginale, ma a una normalizzazione progressiva: ed è questa legittimazione pubblica, più dell’odio stesso, a segnare la fine della parentesi e a destare inquietudine.
C’è una formula retorica che negli ultimi anni è diventata quasi automatica: “Non è antisemitismo, è solo critica a Israele”. In astratto, l’affermazione è legittima. Criticare uno Stato, qualunque Stato, è parte integrante del dibattito politico: chi scrive, tra l’altro, non ha alcuna simpatia (eufemismo) per Benjamin Netanyahu e per le azioni del suo governo.
Tutto ciò, però, è marginale rispetto al nodo che qui interessa. La distinzione fra antisemitismo e antisionismo, in sé necessaria, è tornata a essere in molti casi uno scudo, una zona franca dentro cui far transitare contenuti che con la critica politica hanno poco a che fare e con l’ostilità verso gli ebrei hanno invece una continuità evidente. Il linguaggio si fa allora ambiguo, equivoco, bifronte: sufficientemente allusivo per attivare un immaginario sedimentato, ma abbastanza indeterminato da restare formalmente difendibile.
Le strategie per collocarsi sul perimetro dell’antisemitismo conclamato senza oltrepassarlo apertamente possono essere ricondotte, a mio avviso, a tre meccanismi: la plausibile negazione, il dog whistle e la normalizzazione graduale.
La plausibile negazione consiste nel formulare un’affermazione abbastanza chiara da essere recepita dal pubblico “giusto”, ma sufficientemente ambigua da poter essere smentita in caso di contestazione. Non si afferma esplicitamente che “gli ebrei controllano tutto”; si insiste piuttosto su “lobby”, “poteri finanziari”, “influenze occulte”, su un “sistema mondiale” che spalleggia l’entità sionista, lasciando che l’immaginario collettivo completi il quadro. Se qualcuno rileva l’eco di stereotipi antisemiti secolari, la replica è pronta: “Avete decontestualizzato. Parlavo di geopolitica”. Insomma: parliamo di un dispositivo di protezione del parlante.
Il secondo meccanismo è il dog whistle: il fischietto che solo alcuni sentono. Si adoperano espressioni apparentemente neutre — “globalismo”, “élite apolidi”, “interessi stranieri” — che, per una parte del pubblico, possiedono una stratificazione semantica ben riconoscibile. Non è necessario nominare gli ebrei: basta evocare un campo lessicale storicamente carico. La frase funziona perché attiva un codice condiviso, ma resta formalmente difendibile; chi la pronuncia può sempre rivendicare la propria buona fede. In questo caso, siamo dinanzi a un dispositivo di riconoscimento tra parlante e pubblico.
Infine, c’è la normalizzazione graduale. Il confine di ciò che è dicibile raramente si sposta per salti bruschi; più spesso arretra per impercettibili scivolamenti. Si comincia con la critica a una decisione specifica del governo israeliano o a determinate politiche: fin qui, nulla da obiettare. Si passa poi ad attribuire collettivamente agli israeliani le responsabilità delle scelte governative, e a negare legittimità morale a chi le sostiene, talora pretendendo pubbliche prese di distanza come condizione di accettabilità pubblica.
In un passaggio ulteriore, lo Stato viene descritto come intrinsecamente malvagio o ontologicamente illegittimo. Si giunge così a sostenere che la sua stessa esistenza costituisca un errore storico da correggere — una posizione che, pur non essendo formalmente unica nel panorama delle polemiche internazionali, assume qui un carattere di assolutezza e di demonizzazione difficilmente riscontrabile altrove con la stessa intensità simbolica. A quel punto, l’estensione dalla critica allo Stato alla diffidenza verso gli ebrei in quanto tali diventa più agevole, perché il piano politico e quello identitario si sono progressivamente sovrapposti.
Chi ritenesse eccessiva questa analisi dovrebbe confrontarsi con quanto accaduto nei giorni scorsi, e raccontato su questa testata da Filippo Piperno: un fantoccio con la Stella di David impiccato e bruciato ad Andorra, durante il Carnevale di Encamp; tre anziane donne ebree insultate e invitate a nascondere i propri simboli religiosi nel Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
Non è in discussione la legittimità di criticare il governo israeliano. È in discussione ciò che diventa socialmente possibile quando Israele viene stabilmente assunto come categoria morale totalizzante. Il passaggio dall’attacco all’entità statuale al segno identitario non richiede dichiarazioni ideologiche: avviene quasi da sé, in un clima che lo rende plausibile.
È qui che la formula “non è antisemitismo” mostra la propria insufficienza: perché il problema — come opportunamente evidenziato nell’articolo appena richiamato — non è ciò che si intendeva dire, ma ciò che si è reso dicibile, e talvolta praticabile. In ogni passaggio si può sempre affermare: “Sto solo esprimendo un’opinione politica”, ma l’effetto cumulativo è la costruzione di un clima in cui l’ostilità verso le politiche di uno Stato si converte con facilità in ostilità verso un popolo.
La domanda da porre a quanti, di fronte alle critiche, denunciano sistematicamente la decontestualizzazione delle proprie parole è semplice: se una frase è davvero innocua nel suo contesto, perché continua a funzionare così bene quando viene isolata? Perché, privata della cornice rassicurante della “critica politica”, lascia emergere un nucleo semantico che richiama topoi sedimentati in secoli di propaganda antisemita?
Per essere chiari: non si tratta di sostenere che ogni frase estrapolata dal contesto riveli automaticamente un’intenzione nascosta. Molte affermazioni, isolate, possono effettivamente essere distorte. Il punto è un altro. Quando l’effetto si ripete con regolarità, quando, cioè, tolta la cornice, riaffiorano sempre gli stessi richiami simbolici e le stesse risonanze storiche, allora non siamo più di fronte a un incidente interpretativo, ma a un problema inscritto nel linguaggio stesso.
Se un’allusione o una generalizzazione richiamano costantemente uno stereotipo, il problema non può essere solo nell’interpretazione di chi ascolta. Possono certo esistere casi di lettura malevola; ma quando la ricorrenza diventa sistematica, l’ipotesi della mera incomprensione appare sempre meno persuasiva.
Esiste, giova ripeterlo, una critica legittima a Israele, come a qualsiasi altro Stato o governo. La differenza risiede nei criteri. Una critica politica si concentra su decisioni, strategie, responsabilità concrete; non ricorre a categorie etniche o religiose, non attribuisce colpe collettive, non applica doppi standard che non accetterebbe in altri contesti, non scivola nella demonizzazione ontologica.
Quando invece il giudizio assume tratti assoluti — quando cioè Israele diventa il male per definizione, la causa ultima di ogni instabilità, l’unico soggetto la cui legittimità viene messa in discussione in quanto tale — il discorso cambia natura. Non siamo più nel terreno della geopolitica, ma in quello dell’immaginario simbolico. E lì riemergono figure antiche: l’ebreo come potere occulto, come manipolatore, come nemico insieme interno ed esterno.
L’appello al “contesto” rischia allora di diventare un’operazione di maquillage. Si invita a leggere l’intero discorso, a coglierne le sfumature, a non fermarsi alle frasi più aspre. Ma se, guarda caso, sono proprio quelle frasi a infiammare la platea, a circolare sui social, a essere rilanciate come slogan, è difficile considerarle incidenti marginali: spesso costituiscono il nucleo emotivo del messaggio.
Difendere la libertà di parola significa anche riconoscere che le parole producono effetti. Non basta dichiarare che si sta parlando di politica estera per neutralizzare un lessico che attinge con insistenza a repertori di ostilità etnica, religiosa o metafisica. La responsabilità pubblica non si esaurisce nella possibilità di negare un’intenzione: si misura anche sugli effetti prevedibili delle proprie parole.
Quanto più elevata è la funzione ricoperta, tanto maggiore è il dovere di tener conto di tali effetti, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate. Al di là di questo confine, l’analisi si trasforma in pretesto, la generalizzazione in stigma, lo stereotipo in argomento. Gli argini non cedono in un solo giorno; si logorano per erosione. È questo logoramento progressivo che oggi merita di essere denunciato con chiarezza, perlomeno per salvare il salvabile.

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Il punto di vista della vostra testata mi ha interpellato e, lo dico con franchezza, mi impone ogni volta una riflessione profonda. Mi convince; mi permette di fare un « esame di coscienza ».
Di questo ringrazio lei ed i suoi collaboratori.
Mi permetta, però, di esprimere due perplessità:
1. É mai possibile che Israele non ci pensi alle conseguenze delle sue decisioni?
2. Per quello che continua a succedere a Gaza ed in Cisgiordania, qual è il modo « corretto » per denunciare ed isolare la responsabilità dello « stato » e di una parte della popolazione?
Questo diventa importante perché una grande parte dell’opinione pubblica (io incluso) é d’accordo con le accuse (non solo critiche, ma accuse) alla « Russia di Putin » ?
Grazie per l’attenzione
io amo Israele ma ne sono stata gelosa – amiche e amici ebrei milanesi sono andati a viverci – capivo benissimo il perché, ma mi mancavano. Lo so che sembra una sciocchezza, ma ne ho sofferto.