


Molti osservatori della campagna referendaria sottolineano una certa latitanza dei sostenitori del SÌ.
Lo stesso non può certo dirsi per il fronte del NO, il cui livello di mobilitazione è invece altissimo. Un attivismo eccitato e un po’ isterico, comme il faut quando si è impegnati a difendere non banalmente un modo di organizzare la carriera e l’autogoverno della magistratura, ma nientemeno che la sopravvivenza della democrazia contro la “barbarie” (Giovanni Bachelet, sic!) dei riformatori.
Comprensibile, dunque, che talora una simile foga democratica — la stessa che singolarmente impedisce a molti tifosi del NO di solidarizzare con chi per la democrazia e la libertà muore davvero in Ucraina o in Iran — induca a qualche infortunio comunicativo.
È il caso del Partito Democratico, la cui propaganda riprende alacremente a scavare ogni volta che gli ottimisti di turno pensano abbia toccato il fondo. Così, dopo i sostenitori del SÌ raffigurati come emuli dei fascisti di CasaPound (peraltro emulati già a suo tempo dalla segretaria Schlein nel voto contrario alla riforma costituzionale dell’allora odiato Renzi), si è passati all’appropriazione indebita delle emozioni olimpiche tricolori.
Di una gara sportiva che ha unito nel tifo gli italiani, con la carica sentimentale aggiuntiva inevitabilmente connessa alle Olimpiadi di casa, si è voluto fare un simbolo di parte, divisivo, totalmente privo di nesso con il referendum.
Così si è vieppiù affossato il livello del dibattito: ritenendo di aver esaurito tutti gli accostamenti negativi possibili per chi vota SÌ, i geniacci della comunicazione piddina hanno pensato bene di puntare sul messaggio che i buoni, gli eroi, i vincenti, quelli che regalano soddisfazioni ed emozioni votano NO.
Ergo: non c’entra nulla su cosa si vota, ma conta solo chi vota come.
Operazione malamente infrantasi contro la sacrosanta reazione, fra gli altri, degli atleti coinvolti e non disponibili a lasciarsi così platealmente strumentalizzare.
Ma soprattutto operazione che oggi impallidisce, quanto a bassezza propagandistica, nel confronto con le parole del Procuratore della Repubblica di Napoli. “Voteranno per il NO — ha spiegato Nicola Gratteri — le persone perbene, e per il SÌ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente.”
Beninteso, nihil sub sole novi per certi aspetti. Nel malato bipolarismo italiano, dove ogni voto è scelta di civiltà, implacabile ordalia, ultima spiaggia democratica, la condanna antropologica degli elettori avversari (rectius, nemici) data almeno da quel grottesco movimento resistenziale storicamente noto come antiberlusconismo.
A votare il Cavaliere, secondo la vulgata progressista, era un’Italia rozza e incolta, un’Italia che la sera preferiva inopinatamente “Drive In” a Kant, un’Italia moralmente spregevole, la parte peggiore del Paese, dedita principalmente a parcheggiare in doppia fila e ad evadere le tasse.
Oggi, però, le parole di Gratteri — attualmente la più popolare e mediatica incarnazione di quel mito dell’Angelo vendicatore in cui i giustizialisti identificano la magistratura requirente — segnano un salto di qualità persino in questo contesto.
Dalle qualità morali al casellario giudiziale. Dal catechismo laico-progressista al codice penale.
Con un piccolo, anzi meschino, capolavoro di arroganza giudiziaria, con il ricorso a un chirurgico quanto osceno manicheismo, Gratteri disegna una peculiare mappa elettorale del Paese: da una parte le persone perbene, i cittadini modello, i santini della legalità che votano NO; dall’altra i poco di buono, i reprobi schierati per il SÌ.
Qui muore ogni possibile dibattito sul merito della riforma. Se chi contesta le ragioni del NO è automaticamente sospetto, salvo peggio, e arruolato d’ufficio nel fronte tenebroso degli “indagati” e nell’eterna Spectra dei “centri di potere”, nessun confronto è possibile.
Esattamente come non lo è quando lo schieramento del NO cavalca l’allarme democratico, sul presupposto che la democrazia in Italia sia garantita solo a condizione che la Costituzione rimanga ferma e immutabile (salvo quando fa comodo modificarla per inseguire questo o quel contingente populismo, come per la modifica del Titolo V e la riduzione dei parlamentari).
Questo argomentare feticistico, prepolitico, irrispettoso della Costituzione stessa — che prevede la propria modificabilità — e fraudolento (nella misura in cui attribuisce alla riforma contenuti eversivi di pura fantasia) preclude ogni discussione sul merito.
Non sappiamo come gli esponenti del SÌ gestiranno sul piano comunicativo la reazione alle parole di Gratteri (ci permettiamo solo di sconsigliare iniziative legali che darebbero verosimilmente la stura a meccanismi di vittimizzazione di cui non si avverte davvero il bisogno).
Sappiamo, però, quale potrebbe essere l’adeguata reazione di chi finora ha valutato anche solo l’ipotesi di esprimersi per il SÌ.
Sarebbe il caso di chiarire al procuratore Gratteri, con il proprio voto favorevole alla riforma, che la giustizia non è un dominio morale di qualcuno, ma un servizio reso ai cittadini e, come tale, sempre bisognoso e suscettibile di pur opinabili interventi di riforma; che il voto è libero, non è un’autodenuncia; che la scheda elettorale non è un certificato penale né presuppone un esame di coscienza; che votare non è un atto di purificazione, ma una scelta politica.
Si rassegni, dottor Gratteri: tra il certificato di buona condotta, da lei rilasciato con la stessa protervia con la quale qualcuno ritira la patente di sinistra a chi in quello schieramento vota SÌ, e la libertà di pensiero, scegliamo la seconda. Altrimenti sì che non ci sentiremmo gente “perbene”.

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Il voto spetta a tutti ed è segreto ! Ho avuto una indagine penale durata 5 anni e conclusa senza rinvio a giudizio , ma resto d’accordo con Gratteri che di sicuro chi ha pendenze attuali o potenziali con la giustizia penale di sicuro condivide lo scopo ultimo della riforma : riportare gli inquirenti in soggezione ai politici , come ai bei tempi ! Di certo non avremmo avuto lotta all’ inquinamento , allo sfruttamento dei lavoratori e alla corruzione senza pretori e procuratori sottratti alle decisioni dei Procuratori generali che popolavano certi porti delle nebbie !!!
Mi tremano le vene ai polsi al pensiero che un votante SÌ debba un giorno essere indagato da persona tanto “equanime” come il dottor Gratteri.
Spero solo che questa volta i SÌ siano determinati e ligi al voto.
Purtroppo nulla di nuovo sotto il sole del Belpaese…qualcuno si ricorda di Borrelli & c.? e delle relativamente recenti affermazioni di un certo Piercamillo Davigo? Sarebbero costoro i difensori della giustizia? o piuttosto della loro torre d’avorio? Infine, si ricorda qualcuno di uno dei pochissimi referendum passati, quello sulla responsabilità civile dei magistrati? Statistiche alla mano, quante volte la norma è stata applicata? E’ tutto questo che mi inquieta maggiormente. Ma per fortuna, non tutta la magistratura è questo.