
Dopo aver letto l’articolo di Luca Sofri sul come fare la prova del nove di democraticità ad Israele ho scritto un post su X riportando alcuni dati che, contrariamente a quanto sostenuto dall’autore, dimostrano come la presenza di persone della comunità araba nelle istituzioni israeliane sia un chiaro segnale del pluralismo democratico di quella società.
Andando oltre ai dati che ho già postato vorrei far notare che, come al solito, il problema sta nell’elaborare e applicare regole sui generis per lo Stato israeliano, cioè uno standard a cui solo gli israeliani sono tenuti ad adeguarsi (ma anche il suo contrario, ovvero applicare regole generali a casi specifici completamente decontestualizzati).
Facciamo un esempio. Nell’articolo Sofri definisce le democrazie come sistemi in cui i partecipanti hanno un ruolo nelle decisioni che li riguardano ed ammette che, sì, Israele fa votare liberamente i propri cittadini ma solo dopo “aver scelto con attente discriminazioni chi può essere cittadino”.
Penso sia notorio che tutti gli Stati tracciano linee da non oltrepassare e si attribuiscono il potere di stabilire chi, all’interno di quei confini, può godere dei diritti politici. Anche la Costituzione italiana si esercita in questo genere di operazioni “discriminatorie” quando, ad esempio, si riferisce agli “italiani non appartenenti alla Repubblica”. Se portassimo all’estremo il ragionamento di Sofri dovremo arrivare all’assurda conclusione che ogni Stato pratica apartheid nei confronti dei non cittadini, in quanto ogni Stato privilegia i propri cittadini rispetto a quelli che tali non sono.
Aggiunge Sofri che lo stesso concetto di stato ebraico non sarebbe compatibile con un’idea di “democrazia larga” perché questo consisterebbe sostanzialmente in un “privilegio di nascita” o di tipo religioso.
Addirittura, quale privilegio! E non è lo stesso presunto privilegio di cui godono tutti gli italiani (lo ius sanguinis è un principio diffuso in buona parte d’Europa) i quali acquisiscono la loro cittadinanza al momento della nascita? E l’italianità non è essa stessa una forma religione in fondo? Una narrazione che unisce le persone che abitano la penisola tramite la condivisione di una storia, di una lingua e di tradizioni comuni? La parola religione significa appunto legare, o meglio, legarsi a principi e valori.
Per quanto riguarda il Medio Oriente nello specifico, l’idea stessa di cittadinanza sbarcò in Palestina insieme ai sionisti e furono proprio i leader sionisti a teorizzare che la sua estensione verso tutti gli autoctoni avrebbe favorito l’appiattimento delle differenze e quindi la minimizzazione dei conflitti sociali all’interno del futuro Stato israeliano.
Il piano sionista era questo: offrire ai palestinesi i tipici benefici e servizi dello stato sociale, come l’istruzione o il sistema sanitario, per trasformarli gradualmente in cittadini israeliani; un piano pragmatico che faceva leva sui bisogni reali della popolazione.
Inutile ricordare che la leadership araba locale, già notevolmente indebolita dagli eventi della “capitolazione ottomana”, temeva proprio questo genere di scenario: in un contesto sociale economico che somigliava al latifondismo di stampo medievale, diffondere idee come quella della cittadinanza o della democrazia era considerato, da chi deteneva il potere politico e religioso, come un’ulteriore delegittimazione della propria autorità.
Volete un esempio di queste dinamiche? Agli inizi del ‘900, il clan Husseini riuscì ad ottenere dal Sultano di Costantinopoli che il nuovo governatore di Gerusalemme adottasse alcuni provvedimenti nei confronti degli ebrei dei luoghi: furono abolite quasi tutte le organizzazioni sioniste e venne proibito agli autoctoni di vendere i loro terreni ai pionieri israeliti. Tuttavia i provvedimenti non funzionarono come sperato dai leader musulmani, in quanto la vendita dei terreni semplicemente si spostò, concentrandosi nei territori intorno a Nablus, che all’epoca erano sotto la competenza del governatore di Beirut.
Le fonti che riguardano queste vicende sono molte, ad esempio, un rapporto della Commissione Simpson del 1930, ci informa che “Gli ebrei hanno pagato prezzi molto alti per la terra e spesso hanno versato somme anche a chi occupava quella terra senza esserne proprietario”. Non solo, l’arrivo dei pionieri sionisti diede un impulso agli affari, le prospettive di trovare un lavoro ben retribuito diede inizio anche alla migrazione araba verso quei luoghi. Una lettera del governatore britannico del Sinai, sempre del 1930 conferma che “la migrazione araba continua non solo dall’Egitto, ma anche dalla Transgiordania e della Siria”. Conclude il governatore: “Difficile dire che gli Arabi vengono spodestati se nel frattempo continuano ad arrivarne altri”.
A partire dagli anni ‘30 il conflitto sociale sobillato da una parte della leadership palestinese cominciò ad aggravarsi, in particolare il clan Husseini e altri a loro fedeli, legarono la loro lotta personale per il mantenimento del potere agli interessi geopolitici del neonato regime nazista tedesco. L’approccio nazista alla “questione ebraica” aveva creato le fondamenta per un’insolta collaborazione, dai carteggi si intuisce come i leader musulmani locali fossero ben consci della situazione internazionale e che, se non vi si fossero opposti con la forza, la nascita dello Stato ebraico avrebbe decretato la fine dei loro privilegi medievali. Il cruccio arabo si poteva sintetizzare in questo modo: gli occidentali se ne sarebbero andati, era solo una questione di tempo. Gli ebrei no, loro arrivavano con l’intenzione di rimanere.
L’effetto sensibile fu un inasprimento considerevole della violenza nei confronti degli ebrei nel territorio mandatario e non solo. Una escalation che culminerà nella guerra di indipendenza ebraica del ‘48 e in cui sionisti riuscirono infine ad avere la meglio contro l’aggressione araba, una vittoria sofferta: oltre alle vittime di guerra, la metà del territorio israeliano venne stabilmente occupato militarmente da Giordania ed Egitto.
Nella Palestina occupata dagli Stati arabi si rifugiò la grande maggioranza degli sfollati palestinesi profughi di guerra, occorre ricordare però che le espulsioni effettuate dagli israeliani furono dettate da necessità tattiche e militari e non da scelte di stampo politico promananti dal governo provvisorio. L’evidenza di questo fatto è che, alla fine delle ostilità, circa un quinto della popolazione residente sul territorio controllato dal neonato Stato israeliano era di origine araba.
Ad oggi il loro numero è salito a circa due milioni persone che sono a tutti gli effetti cittadini israeliani tranne per questa piccola differenza: la leva militare non è obbligatoria, per evitare loro di trovarsi nella spiacevole situazione di essere obbligati a combattere contro membri della propria famiglia. Mi vengono alla mente le parole di un arabo israeliano il quale, rispondendo ad una domanda di Gil-Shuster sul presunto apartheid israeliano, affermava: “Siamo liberi di fare quello che vogliamo in questo Paese, chi vuole veramente avere successo, può ottenerlo. Gli altri preferiscono lamentarsi del governo o del Paese”.
Ultimo punto sollevato da Sofri: l’occupazione della Cisgiordania comprime i diritti della popolazione locale delegittimando la pretesa israeliana di essere considerato uno Stato democratico.
Non è così, alla fine della “Guerra dei sei giorni” nel 1967, Israele ottenne nuovamente il controllo della Giudea e della Samaria e questo fatto riaprì anche la questione dello status civile dei palestinesi residenti nei “territori occupati”.
Il punto di svolta si ebbe con gli Accordi di Oslo, siglati da Israele e ANP poco dopo il trattato di Pace con la Giordania in cui vennero rinegoziati i confini con Israele (sostanzialmente le stesse frontiere stabilite dal Mandato). Le due parti si impegnarono a risolvere la controversia attraverso dei negoziati mentre alla Cisgiordania veniva attribuito uno status speciale come soluzione temporanea da applicare durante lo svolgimento delle trattative.
In questo senso possiamo affermare che – a dispetto di quanto invece osservato da Sofri sulla dittatura militare nella West Bank – l’imprinting sionista in tema di cittadinanza caratterizzò anche il periodo che va dal ‘67 al ‘94 e questa caratteristica si può rinvenire nell’aumento della scolarizzazione, nella diminuzione drastica della mortalità infantile, nell’adeguamento dell’aspettativa di vita agli standard occidentali Sono elementi che andrebbero sempre tenuti a mente quando si discute di quelle vicende.
Insomma, non è affatto vero che la disparità di trattamento rende Israele uno Stato meno democratico, semmai il contrario: la disparità di trattamento ha la sua origine nel riconoscimento, da parte israeliana, del diritto dei palestinesi ad autodeterminarsi tramite istituzioni proprie.
Una condotta, quella sionista, incomprensibile se letta attraverso le lenti distorte della propaganda moderna. Quella che vorrebbe cancellare la storia per trasformare Israele in uno Stato usurpatore e colonialista agli occhi della pubblica opinione.
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