
Il libro di Francesca Albanese recentemente uscito in libreria s’intitola Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina (Rizzoli, 2025), e questa non ambisce ad esserne un’indesiderata recensione. Nel libro l’autrice racconta diverse tragiche vicende che hanno colpito il popolo di Gaza durante il conflitto ancora in corso, come per esempio quella di Hind Rajab, morta a sei anni sotto le bombe, e le alterna con testimonianze che mostrano aspetti diversi di quanto accaduto, come quella di Abu Hassan, che descrive cosa è successo intorno a Gerusalemme, o quella dello storico dell’Olocausto Alon Confino, che illustra alcune delle asperità morali che può trovarsi ad affrontare la coscienza ebraica di fronte alle modalità in cui si è svolta la guerra, o quella di Ghassan Abu-Sittah, un chirurgo che descrive ciò che ha visto dal suo particolare ed estremo punto di osservazione.
Senza mettere in dubbio l’autenticità delle testimonianze raccolte dall’Albanese, qui si vorrebbe però partire dall’ipotesi, invero alquanto discutibile, che il mondo sia ancora abbastanza sveglio per accorgersi che si sta addormentando. Per tentare di rimanere sveglio, il mondo dovrebbe intanto interrogarsi su quali conoscenze e considerazioni potrebbero farlo non scivolare in breve tempo in un sonno prolungato e profondo, sonno in cui sembrano invece sprofondati coloro che, in molti casi senza avvedersene, supportano di fatto Hamas con la nobile intenzione di voler difendere un popolo di civili inermi e di eroici resistenti.
A questo scopo, si potrebbe cercare di raccontare la complessità di un conflitto che non ammette semplificazioni, restituendo voce ai fatti, alle fonti giuridiche, alla memoria storica e alla filosofia politica. E si potrebbe iniziare proprio da una delle critiche più significative tra quelle mosse dalla Albanese a Israele, ovvero quella di praticare l’apartheid. Con questo termine, che evoca immediatamente il regime sudafricano (1948-1994), la Convenzione ONU del 1973 definisce gli “atti inumani commessi allo scopo di instaurare e mantenere la dominazione di un gruppo razziale su un altro gruppo razziale, e di opprimerlo sistematicamente” (Convenzione ONU sull’apartheid, art. II). Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (1998), art. 7(2)(h), parla di: “atto inumano commesso nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale su un altro, compiuto con l’intento di mantenere tale regime”.
Israele, al contrario di quanto quell’articolo prevede, è invece una democrazia rappresentativa con circa il 20% della popolazione araba dotata di pieni diritti, tanto che George Karra, un giudice arabo, condannò l’ex presidente Moshe Katsav: un segno evidente, tra i tanti che sarebbe possibile enumerare, a conferma del fatto che non esiste una segregazione razziale istituzionalizzata. D’altra parte, è escluso che si possa parlare di apartheid quando un popolo in guerra con un altro da cui è stato attaccato lo accerchia per determinare la sua sconfitta, perché in questo caso si potrebbe parlare di apartheid anche per descrivere la situazione in cui si trovò il popolo tedesco durante gli ultimi mesi del regime nazista.
Un’altra questione cruciale proposta dalla Albanese per sostenere la sua tesi generale è quella che concerne l’uso del termine “resistenza” piuttosto che “terrorismo” per definire la strategia di Hamas. La Risoluzione ONU 37/43 del 1982 parla del “diritto inalienabile dei popoli alla lotta contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera”. Ma il Protocollo I alle Convenzioni di Ginevra (1977), art. 51.2, stabilisce: “gli atti o le minacce di violenza il cui scopo principale sia diffondere il terrore fra la popolazione civile sono proibiti”. Hamas viola da tempo questo principio, per esempio lanciando, solo dagli anni 2000, più di 30.000 razzi contro le città israeliane. Inoltre, il Comitato Internazionale della Croce Rossa dichiarò nel 2004 che “il diritto dei popoli all’autodeterminazione non giustifica in alcun caso il terrorismo” (CICR, 2004). Confondere invece, come si fa nel mondo che dorme davvero, resistenza e terrore significa tradire lo stesso diritto internazionale e legittimare la barbarie del terrorismo.
Un altro tema forte del libro di Francesca Albanese è quello che consiste nel dipingere Israele come una colonia europea. Ma le comunità ebraiche hanno abitato Gerusalemme, Hebron e Safed per secoli e Simon Sebag Montefiore ricorda che nel 1864 gli ebrei erano già la maggioranza nella città vecchia di Gerusalemme. Il sionismo non nacque infatti come progetto coloniale, ma come movimento di liberazione nazionale. Theodor Herzl scriveva, nel 1896, che gli ebrei, come ogni popolo, avevano “diritto a una patria” per poter essere finalmente un popolo libero. Oggi, se proprio si vuole parlare di colonialismo e usarlo come condimento politicamente corretto di ogni discorso politico, conviene dare prima un’occhiata alla carta geografica, dalla quale emerge con chiarezza che, se un colonialismo c’è stato in quell’area del mondo, questo dovrebbe essere piuttosto imputato ai popoli arabi di religione islamica.
Certo, nella Striscia ci sono state, dopo l’efferato attacco terrorista del 7 ottobre 2023, molte vittime civili. Ma di chi è la responsabilità politica di quelle vittime? É vero, il Protocollo I (1977), art. 51, vieta “attacchi che possono causare perdite civili eccessive rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto”, ma chi dovrebbe stabilire che sono state eccessive rispetto al legittimo obiettivo militare che si prefiggevano? Poiché Hamas posiziona arsenali in scuole e ospedali, violando la Quarta Convenzione di Ginevra (1949, art. 28) – secondo cui “la presenza di una persona protetta non potrà essere usata per rendere certi punti o certe zone immuni da operazioni militari” – chi dovrebbe stabilire, alla luce della cinica strategia di Hamas, quando il numero delle vittime è eccessivo rispetto al conseguimento di un obiettivo legittimo?
Israele, pur con errori e talora provocando stragi, che sono purtroppo inevitabili in guerre che si svolgono in aree densamente abitate in cui è impossibile distinguere i civili dai militari, adotta procedure di allerta, che non risulta siano mai state adottate da Hamas. Il generale Richard Kemp dichiarò, in un suo intervento alle Nazioni Unite nel 2014, che nessun esercito nella storia dei conflitti urbani aveva fatto di più per ridurre le vittime civili di quanto abbia fatto l’IDF a Gaza”. Magari non è più così, ma è tutt’oggi difficile trovare qualche esercito che ne abbia prodotte di meno in circostanze analoghe. Sebbene oggi l’opinione pubblica occidentale abbia in prevalenza un’impressione opposta, bisognerebbe confrontare i dati con quelli che hanno caratterizzato nell’ultimo mezzo secolo guerre analoghe in aree urbane densamente popolate. In ogni caso, un’analisi obiettiva potrà essere fatta solo quando la Striscia di Gaza non sarà più sotto il controllo di Hamas e i suoi oppositori palestinesi potranno finalmente parlare.
Bisognerebbe comunque decidersi a distinguere l’elevato numero di morti anche da ciò che oggi in molti, inclusa l’Albanese, tendono a definire “genocidio”. Non sono poche le guerre che, anche nel secolo scorso, hanno fatto molte vittime civili tra i propri nemici, e il secondo conflitto mondiale ne costituisce un esempio eclatante. Ciò non significa che non sia stato giusto per le forze alleate intraprenderlo e portarlo avanti con la maggiore coerenza e determinazione possibile per conseguire il legittimo obiettivo di sconfiggere il nazifascismo.
Oggi, nella guerra ancora in corso a Gaza – dove intanto Hamas sta continuando, nonostante i recenti accordi, a massacrare e torturare tutti suoi oppositori palestinesi nell’indifferenza generale – l’elevato numero delle vittime costituisce l’ultima tragica conseguenza di un conflitto iniziato con la nascita dello Stato ebraico. Mentre infatti Israele riconobbe fin dal 1948 il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese, nessun paese arabo riconobbe allora, e fu così fino al 1978, il diritto all’esistenza di Israele. Quando il 29 novembre 1947 l’ONU approvò la Risoluzione 181 che prevedeva due Stati, Israele l’accettò, mentre i paesi arabi la respinsero. La guerra del 1948 provocò l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi, ma anche quello di circa 850.000 ebrei dai Paesi arabi. Nel 1967 Israele, di fronte a una minaccia esistenziale, colpì preventivamente e vinse la Guerra dei Sei Giorni. La Lega Araba a Khartoum sancì allora i suoi “tre no”: “nessuna pace, nessun riconoscimento, nessun negoziato con Israele”.
Le conseguenze di quella vittoria sono ancora al centro delle rivendicazioni palestinesi di oggi e contribuiscono da tempo a far lievitare l’antisemitismo internazionale, che sta facendo rapidamente proseliti, tanto da produrre la paradossale impressione che, nonostante la sua accresciuta forza militare e la “quasi vittoria” su Hamas, oggi la posizione geopolitica di Israele sia meno sicura rispetto all’epoca di Rabin e delle speranze di Oslo. Si tratta di un’impressione infondata? Molto dipenderà da come Israele riuscirà a coniugare l’intransigenza verso Hamas e l’apertura verso un futuro stato palestinese.
Certo, dai tempi di Rabin il processo di pace ha subito solo rapide involuzioni e tragici fallimenti, rispetto ai quali il governo guidato da Netanyahu non sembra affatto esente da colpe: favorendo l’espansione dei coloni in Cisgiordania e indebolendo deliberatamente l’ANP, ha perso infatti l’occasione di rafforzare un interlocutore moderato e di fornire un’alternativa credibile al popolo palestinese. In questo modo, sembra aver smarrito la linea che David Ben Gurion aveva tracciato, e secondo la quale la sicurezza di Israele non dipendeva solo dai carri armati, ma anche dalla giustizia percepita del progetto nazionale israeliano. In un famoso discorso tenuto alla Knesset nel novembre del 1955 Ben Gurion si esprimeva infatti in questi termini: “lavoriamo per raggiungere la superiorità intellettuale e spirituale. Dobbiamo elevare la nostra capacità morale e intellettuale al massimo grado. La nostra capacità scientifica e la nostra immagine morale determineranno la nostra posizione internazionale, la nostra immagine nazionale, la nostra potenza difensiva e, soprattutto, la nostra influenza sugli ebrei della diaspora e l’attrazione verso Israele”.
Il monito di Ben Gurion resta oggi più attuale che mai. Non era una frase di circostanza: era il riconoscimento che la sopravvivenza di Israele non poteva basarsi soltanto sulla forza militare, ma doveva fondarsi anche sulla sua legittimità morale, tanto interna quanto internazionale. La politica israeliana degli ultimi anni sembra invece aver dimenticato questo insegnamento.
Il rischio principale che ancora oggi ne consegue è che, nonostante la sua “quasi sconfitta”, Hamas riesca a trasformare i suoi resti in un mito ancora in grado di ricompattare i palestinesi intorno alle sue posizioni, e per di più con un accresciuto supporto internazionale. Il combattere senza utilizzare un esercito regolare in rappresentanza di uno Stato, ma gruppi armati dislocati in più Stati arabi e civili spacciati come vittime inermi di un popolo senza Stato, anche quando sono in realtà terroristi in abiti civili, può infatti rivelarsi, per Hamas e per tutti i palestinesi radicalizzati che potrebbero essere indotti ancora a seguirlo, assai più efficace di quanto potrebbe essere per uno Stato palestinese il dover combattere assumendosi la piena responsabilità delle proprie azioni.
Il mancato impegno nel favorire la nascita di uno Stato palestinese disposto a riconoscere Israele ha probabilmente aggravato questo rischio. Un simile Stato, se fosse sostenuto dai paesi arabi moderati e dai palestinesi che hanno rifiutato la logica di Hamas, rappresenterebbe infatti la migliore garanzia di sicurezza per Israele, oltre che per gli stessi palestinesi, per tutto il Medio-Oriente e per l’insieme delle democrazie occidentali. Non cogliere oggi, da parte del governo Netanyahu, questa opportunità significherebbe andare nella direzione opposta a quella indicata da Ben Gurion, cioè quella di una sicurezza fondata anche su una giustizia riconosciuta in base a principi condivisi con gli altri paesi democratici, senza trarne alcun effettivo vantaggio per la propria sicurezza futura.
È vero: l’essere svegli cui siamo chiamati è un atto politico ed etico, ma lo è in un senso ben diverso da quello indicato dalla Albanese. Essere svegli significa distinguere tra resistenza e terrorismo, tra autodifesa e aggressione, tra un genocidio e un elevato numero di vittime in una guerra che si svolge in una zona densamente abitata e capillarmente militarizzata, tra un uso cinico e criminale dei propri civili e lo sforzo di proteggerli, tra memoria storica e manipolazione ideologica, tra paesi in cui chi si oppone al governo ha diritto di parola e paesi in cui non ce l’ha e viene sistematicamente torturato. Ma significa anche non chiudere gli occhi sugli errori che rischiano di erodere dall’interno le basi stesse dell’efficacia della autodifesa di Israele, impedendo di fatto ad altri paesi democratici – anche in virtù dell’inevitabile interazione con una significativa parte dormiente delle loro opinioni pubbliche – di poterlo continuare a supportare come un riferimento e un prezioso alleato.
L’essere svegli è dunque un invito: a Israele, a non tradire la lezione dei suoi fondatori; all’Occidente, a non lasciarsi ipnotizzare dalle semplificazioni ideologiche e dagli slogan opportunisti ed ipocriti che alcune sue componenti politiche sanno produrre con solerte puntualità; ai palestinesi, a rifiutare il terrorismo criminale di Hamas come destino. Il conflitto israelo-palestinese non è soltanto una vicenda locale: è uno specchio della coscienza del mondo. Dormire significa arrendersi alle “grida” che dalla piazze e della strade cercano d’infliggere una spallata decisiva a Israele e alla democrazia liberale dovunque si trovi; svegliarsi significa assumersi la fatica di una ricostruzione storica intellettualmente onesta e la responsabilità di costruire un futuro diverso, che nonostante tutte le traversie e le sconfitte dei precedenti processi negoziali potrebbe ancora consentire a due Stati, se si riconosceranno reciprocamente il diritto di esistere, la possibilità di convivere in pace.
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