
Sesto articolo del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Quando sono più debole di te ti chiedo la libertà perché ciò è in accordo con i tuoi principi. Quando sono più forte di te ti tolgo la libertà perché ciò è in accordo con i miei princìpi.
Frank Herbert
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale perché tu, come libero e sovrano artefice di te stesso, ti plasmi e ti scolpisca nella forma che avrai prescelto
Giovanni Pico della Mirandola
Insieme ad Alessandro Tedesco abbiamo imbastito un dialogo, se volete anche arruffato e disordinato come spesso accade ad ogni dialogo coinvolgente e nato spontaneamente. Il perno del nostro dire è la libertà, con accenni in chiave psicologica, politica, tecnologica e sociologica. L’urgenza di gettare uno sguardo a questo tema è per noi centrale in un’epoca dove la libertà è il bersaglio implicito di più di un ganglio del potere in Occidente e fuori. Nel suo ultimo articolo Tedesco ha scritto delle minacce alla consapevolezza che discendono dalla tecnica, come prima aveva delineato con efficacia il confine ormai impercettibile tra realtà e rappresentazione.
La cultura è indubbiamente un sistema di rappresentazioni attraverso cui costruiamo dei sistemi identitari, in cui ci sentiamo parte in causa, qualcosa in noi dice “sì, sono questo”. L’homo sapiens che ha un carattere tribale ha costruito sistemi di rappresentazione diversi per ogni “tribù” e quando le tribù entrano in contatto assai difficilmente rinunciano ai loro sistemi culturali, alla rappresentazione che hanno del mondo e purtroppo la reazione è violenta. Non mi riferisco a cose astratte, ma anche molto pratiche, il rapporto con il cibo, la definizione del ruolo della donna, l’idea di innovazione, la scuola, la scienza, l’essere cittadini, la relazione con il potere e la legge.
L’Occidente ha coltivato paternalisticamente l’idea che la propria cultura sia in qualche modo una datità, una costante immutabile e goda di una condizione di sostanziale inattaccabilità. Niente di più sbagliato, come mostra la cronaca contemporanea con chiarezza ineluttabile. Fattori strutturali come il calo demografico, le migrazioni di massa, le guerre in Medio Oriente ed in Ucraina, il bisogno cronico di capitali da paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita, evidenziano come nel contatto tra culture la nostra possa essere soccombente. La libertà pilastro della nostra cultura, generata anche da quell’umanesimo che ha radici nell’Antica Grecia, passa da Roma e si fonda nel Rinascimento non è affatto patrimonio comune dell’umanità, ma solo dell’Occidente. Altre culture non contemplano affatto il pensiero di Pico della Mirandola, l’uomo capace di autodeterminarsi, e anzi guardano con sospetto o con esplicita avversione a questa ipotesi. L’individuo non solo non è, ma non deve essere artefice di se stesso, ma esser parte di un “corpo comune” all’interno di una precisa e rigida scala gerarchica. Si pensi al sistema delle caste indiano per fare un esempio tra i molti possibili o alla condizione femminile in molti paesi islamici.
Ci sono differenze profonde, secolari e impossibili da cambiare se non nell’arco di decine e decine di generazioni: a cultura ha radici profonde.
Frank Herbert mette in luce un aspetto inquietante delle società libere: proprio perché fondate su principi universali, rischiano di essere disarmate di fronte a culture o sistemi che non condividono la stessa reciprocità. Le società aperte si basano sull’idea che la libertà sia un valore da concedere anche a chi la pensa diversamente; quelle autoritarie la considerano invece un’eventuale e mai scontata concessione temporanea, utile soltanto finché serve a consolidare il potere, per poi essere cancellata. Herbert, nel contrapporre il linguaggio del debole e quello del forte, ci ricorda che i princìpi non hanno lo stesso peso per tutti: per alcuni sono regole sacre, per altri appunto semplici strumenti.
Questo crea un’asimmetria profonda e pericolosa. Le società democratiche limitano deliberatamente il proprio potere per preservare diritti e tutele, accettando un certo grado di vulnerabilità interna. Le società autoritarie, invece, non hanno questo freno e possono sfruttare la trasparenza, l’apertura e la tolleranza degli altri senza offrire nulla in cambio, anzi avvelenando il dibattito interno alle democrazie. L’idea stessa di libertà diventa così un punto debole strutturale, un varco attraverso cui può insinuarsi chi non la riconosce come valore, ma come spazio da occupare, facendone strumento per minare le menti. La guerra ibrida, motivo per cui il Presidente della Repubblica Mattarella domani riunirà il Consiglio Supremo di Difesa, non è nient’altro che questo utilizzare le garanzie democratiche per annientare la democrazia stessa.
Il confronto tra culture con principi opposti non è quindi equilibrato. Là dove la libertà è un fine, ogni restrizione del potere richiede giustificazioni, controlli, contrappesi e limiti; dove il potere è un fine, la libertà è solo una variabile tra le tante. In questa differenza risiede il rischio più grande e una società aperta può essere lenta, esitante, impegnata a non tradire se stessa proprio mentre affronta un avversario che non ha tali scrupoli. Herbert ci avverte nella sua citazione fulminante, che chi è più forte decide i propri princìpi dopo aver ottenuto la forza, e non prima; le società autoritarie sono coerenti solo nel momento in cui diventa utile esserlo e non a caso è uno dei leitmotiv del suo ciclo di libri da cui sono stati tratti i film di Lynch e Villeneuve, Dune.
Il pericolo di fondo è che questa dinamica possa produrre un rovesciamento storico. Se le società libere esitano troppo a difendersi in nome dei loro stessi ideali, e se i sistemi autoritari imparano a sfruttare le debolezze dell’apertura – l’accesso alle informazioni, la fragilità del consenso, la manipolazione del discorso – può emergere una forma di potere che non ha più bisogno di dichiararsi illiberale. Le basterà dimostrare di essere più efficace, più rapida, più “sicura”. La libertà, allora, non verrebbe abolita con un atto di forza improvviso, ma svuotata dall’interno, ridotta a un concetto simbolico incapace di incidere sul reale. Vi ricorda qualcosa dell’attualità, del sistema mediatico italiano per esempio?
In questo scenario di chiara aggressione delle democrazie occidentali, credo che la deterrenza militare ovvero la capacità di dire a sistemi autoritari che siamo pronti a difenderci, sia essenziale, urgente, improcrastinabile, altrimenti ciò che oggi chiamiamo libertà potrebbe diventare un ricordo, una prassi accessoria del passato. Vedo anche la deterrenza come uno dei pochi strumenti rimasti per evitare una guerra aperta, direi il solo rimasto. Culturalmente trovo auspicabile il rivendicare i fondamenti di un umanesimo su cui non possono esserci compromessi possibili: l’autodeterminanazione degli uomini e delle donne non è e non può essere oggetto di mutazioni indotte, di sensi di colpa per la nostra storia, di commistioni e integrazioni che ne alterano i principi, pena la cancellazione di quel che intendiamo come Occidente. La perdita dell’umanesimo porterebbe anche alla fine di ogni convivenza nella diversità, diversità non tollerata in più di un sistema culturale, si pensi a chi viene ucciso solo per il proprio credo religioso. Le società aperte rischiano di perdere il proprio fondamento non per tradimento, ma per esaurimento: quando la pressione esterna e interna diventa troppo forte, quando la paura supera la fiducia, quando la promessa di ordine sembra più convincente del rischio di perdere la libertà. La linea che separa una democrazia da una forma più rigida di governo può assottigliarsi rapidamente, e una volta oltrepassata è difficile tornare indietro.
Per questo la citazione di Herbert è un monito. Se il debole invoca la libertà e il forte la limita, allora tutto sta nel definire in quale parte della frase ci troviamo collettivamente. Una società libera rimane tale solo finché è capace di difendere i propri princìpi anche quando diventano scomodi, anche quando rallentano, anche quando sembrano meno efficaci rispetto alle scorciatoie autoritarie. Se perde questa capacità, può arrivare a un punto in cui, pur conservando il nome di “libertà”, ne avrà smarrito l’essenza.
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Spero che l’occidente democratico trovi la forza, e le forze, per opporsi all’avanzata delle ideologie illiberali e dei nazionalismi predatori.
Purtroppo temo che in questi ottant’anni di pace e benessere abbiamo raggiunto l’apice del progresso sociale e civile e che non ci resti che affrontare il declino, come è evidente anche solo dal calo demografico.
Le invasioni barbariche sono iniziate da tempo, silenziosamente, col consenso di una società che si credeva abbastanza forte da reggere l’urto dell’immigrazione di massa senza sgretolarsi.
Dovremo ripercorrere un altro Medio Evo prima di giungere nuovamente al Rinascimento e al Risorgimento. E chissà quante volte nella Storia futura si ripresenteranno gli stessi cicli di civiltà e barbarie prima del collasso del sistema solare.