Era sorta la speranza che la vittoria dell’Azerbaigian contro gli indipendentisti armeni del Nagorno-Karabakh, costretti nell’ottobre del 2023 a un umiliante esodo di più di 100mila persone (dopo mesi di assedio mascherato da manifestazioni ambientaliste), potesse spingere questo Paese a maggioranza islamica del Caucaso a uscire dalle sue logiche antidemocratiche. La sconfitta cocente della guerra contro l’Armenia del 1994, che aveva in pratica raddoppiato il corridoio di terra armeno verso l’Iran, era stata infatti ‘vendicata’ dal presidente Ilham Aliyev e tanto poteva bastare all’orgoglio nazionale azero.
Purtroppo invece il ripristino dei confini internazionali dell’Azerbaigian sembra aver portato l’attenzione del governo Aliyev contro i presunti nemici interni, parecchio rari già prima della vittoria. La campagna di intimidazione di giornalisti, analisti e – più in generale – qualsiasi voce sgradita (in corso da tempo) si è intensificata a livelli da far invidia alla Cina. Persino leggendo i giornali di Mosca, e in questo sono illuminanti le rassegne stampa dell’inviato BBC Steve Rosenberg, si capisce come fra le righe sia tollerata qualche forma di critica (certo sempre suggerita dietro un muro di parole, nella modalità di comunicazione preferita dai russi).
La stretta di Aliyev sui media appare dunque asfissiante e totalitaria: secondo l’organizzazione “Reporters without borders” il settore dei media è interamente sotto il controllo statale, corrispondente ai voleri del Partito del Nuovo Azerbaigian (una vera e proprio entità politica ‘pigliatutto’ nel panorama rappresentativo azero). Non ci sono tv o radio indipendenti. Semplicemente non esistono. I quotidiani critici sono stati chiusi o non trovano tipografie. Online, si salvano dalla censura “Azadliq” e “Meydan TV” perché fondati in Paesi terzi. Soltanto dal gennaio di quest’anno sono stati arrestati tredici giornalisti e un professionista legato al mondo dell’informazione, spesso con accuse penali infamanti e distanti dal loro lavoro.
A questi, andrebbero aggiunti gli attivisti come Bahruz Samadov. Un azero dottorando presso la Charles University di Praga che è stato prima arrestato con l’accusa di possesso di droga, aggiornata poi in tradimento. Samadov è molto giovane, ma non gli è mai mancato il coraggio di esprimere le sue critiche contro il regime di Aliyev e atti brutali come la reintegrazione del Karabakh. Arresti che colpiscono trasversalmente la rete di liberi pensatori dell’Azerbaigian, con le richieste di testimonianza. Cavid A?a, un altro analista azero della minoranza albano caucasica, è stato fermato all’aeroporto mentre si stava imbarcando per iniziare un percorso di studi all’Università di Vilnius in Lituania. Un arresto giustificato dal bisogno di dover portare la testimonianza di A?a al processo contro Samadov e che, oltre a essere avvenuta in modalità intimidatorie, ha fatto sfumare la collaborazione tra il ricercatore e l’istituto europeo.
Prima Aliyev venne per gli armeni, poi per i giornalisti, ora per gli studiosi. Neanche a un povero dottorando è concesso l’esercizio di critica, men che mai all’estero. Una situazione di mancanza di libertà in costante peggioramento mentre l’Azerbaigian gioca a far l’amico dell’Europa inviandoci gas, di cui una quota è fornita indirettamente dal Cremlino tramite gli storici gasdotti caucasici (aggirando quindi le sanzioni). Fra i due litiganti, la Russia e l’Occidente, è quindi il furbo Aliyev a godere di un potere assoluto che permetterà a questo figlio d’arte (suo padre fu presidente prima di lui) di assicurare la permanenza della sua dinastia alle redini dell’Azerbaigian.
Pubblicato su “La Ragione” il 29 agosto 2024
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