

Dopo oltre tre anni di logoramento, la guerra russo-ucraina è entrata nella sua fase geologica: un conflitto che si muove lentamente, quasi per pressione e sedimentazione, più che per assalti e sfondamenti. Proprio quando tutto sembra immobile, però, la diplomazia ricomincia a respirare.
A Ginevra, dietro le vetrate che si specchiano nel lago e dentro corridoi costruiti per ospitare trattative impossibili, è iniziata la discussione,ancora non dichiarata pubblicamente, della prima vera architettura di pace dal 2022. Non una pace perfetta, non una pace giusta, forse neppure una pace pienamente stabile. Ma una pace possibile. E in questo momento storico, la possibilità vale più della purezza.
Al centro del negoziato circola da settimane una piattaforma “non dichiarata” in sette punti, frutto di contatti riservati in ambienti americani e ucraini ed europei. Una base pragmatica, pensata per tenere in equilibrio tre esigenze: le necessità vitali di Kiev, le pretese narrative e strategiche di Mosca e il nuovo attivismo della presidenza Trump, che dopo molte pressioni ha ridotto la sua proposta iniziale da 28 a 19 punti, lasciando i sette capisaldi come ossatura minima per un cessate il fuoco negoziato.
E se sulla carta l’Europa non è ufficialmente al tavolo, la realtà, come sempre nella diplomazia, è molto più sfumata.
I sette pilastri
1. Cessate il fuoco totale e immediato
Il punto da cui tutto deve partire. Armi silenziose lungo l’intera linea del fronte, con verifiche affidate a missioni miste ONU-OSCE.
La Santa Sede insiste con forza: senza uno stop agli scontri, nessuna trattativa può prendere forma.
2. Ritiro completo e sequenziale delle truppe russe
Kiev considera questa clausola non negoziabile.
Le bozze discusse mostrano una Russia disposta a un ritiro graduale, legato alla verifica dei punti successivi e a una riduzione progressiva delle sanzioni.
È il compromesso più delicato, perché tocca la questione territoriale, il vero nervo del conflitto.
3. Autonomia garantita alle regioni russofone
La parte meno visibile ma forse più sensibile dell’intero pacchetto.
Kiev valuterebbe un modello di ampia autonomia amministrativa e culturale, una forma di quasi-federalismo.
Mosca cerca da anni una cornice narrativa per “proteggere i russofoni” senza ammettere il fallimento dell’occupazione: questa soluzione potrebbe offrire una via d’uscita a ambe belligeranti.
4. Corsia accelerata per l’ingresso dell’Ucraina nella Comunità Europea
Su questo punto Trump preme in modo insistente, quasi impaziente.
Bruxelles, invece, frena per la contrarietà dei alcuni paesi: tempi troppo rapidi, troppi rischi politici.
Alla fine prevale una formula di mezzo: percorso accelerato, condizioni alleggerite, nessun automatismo.
5. Niente NATO per l’Ucraina
È il cuore del compromesso.
Trump ha sposato l’idea di un’Ucraina neutrale ma armata, capace di “difendersi” ma non schierata militarmente.
Mosca otterrebbe così la garanzia che considera la sua “linea rossa”.
Kiev, consapevole che l’adesione all’Alleanza non era comunque dietro l’angolo, valuta la neutralità come il prezzo per salvare l’integrità dello Stato.
6. Ricostruzione finanziata con i fondi russi congelati
Paradossalmente, è il punto più concreto: circa 300 miliardi di dollari russi bloccati in Occidente.
La bozza prevede di utilizzarne una parte per ricostruire energia, infrastrutture e città devastate.
Mosca, ufficialmente, non potrebbe mai ammettere una concessione del genere.
Ufficiosamente, potrebbe accettarla come un anticipo di future compensazioni.
7. Fine delle sanzioni e reintegrazione graduale della Russia nel G8
L’incentivo più pesante.
L’Europa è spaccata: Francia e Italia più concilianti, Germania e Baltici nettamente contrari.
La strategia americana punta a una reintegrazione condizionata, passo dopo passo, monitorata in modo rigido, in realtà per dividere la Russia dalla Cina, in vista della futura competizione con Pechino.
Ufficialmente al tavolo ci sono:
Il segretario di Stato Marco Rubio, uno dei capi della delegazione USA ai colloqui di Ginevra sul piano di pace. Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca. Andriy Yermak, capo dell’Ufficio della Presidenza ucraina. Altri membri della delegazione ucraina: Rustem Umerov (Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale) e Kyrylo Budanov (capo dell’intelligence ucraina).
Al momento, non sembra che ci sia una alta delegazione russa a Ginevra con potere decisionale pieno confermato nei rapporti recenti. Non ci sono notizie chiare su un inviato di primo livello di Putin che guidi i colloqui di pace in questa fase.
Sono invece in corso colloqui bilaterali indiretti tra Stati Uniti e Russia in una sede diversa (Abu Dhabi) per discutere la questione.
L’Europa partecipa ai colloqui di Ginevra con rappresentanti di Germania, Francia e Gran Bretagna, però almeno per ora non a livello ministeriale: sono il back office dell’Europa, il segno che l’Unione può protestare quanto vuole, ma non può permettersi di ignorare ciò che si decide sul proprio continente.
La Santa Sede, di solito prudente nelle crisi euroasiatiche, ha ritrovato una voce più attiva. Non detta la strategia, ma costruisce il contesto: corridoi umanitari, scambi di prigionieri, garanzie per i civili, un cessate il fuoco simbolico entro Natale.
Tre condizioni, nuove e forse irripetibili, rendono questo tentativo più solido dei precedenti:
1. Esaurimento strategico reciproco – Nessuno può vincere davvero, ma tutti possono ancora perdere molto.
2. Pressione americana asimmetrica – Trump vuole un risultato rapido, una prova della superiorità del suo metodo rispetto alle lungaggini multilaterali.
3. Europa politicamente impotente, tecnicamente decisiva – Incapace di imporre una linea comune, ma fondamentale per qualsiasi stabilizzazione futura.
I sette capisaldi non sono un trattato definitivo. Sono una tregua strutturata, una piattaforma mobile, una linea di galleggiamento che può permettere alla diplomazia di lavorare. È ciò che resta quando la vittoria è impossibile, la sconfitta è inaccettabile e la guerra rischia di trasformarsi in una condizione permanente.
Ginevra non sarà Versailles e non sarà Helsinki. Ma potrebbe essere il luogo dove, almeno per ora, la guerra smette di parlare. E in questi tempi, anche solo questo conta moltissimo.
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La Russia aveva già dichiarato che un cessate il fuoco (senza missioni internazionali di intervento tra l’altro) non potrà avvenire finché non saranno riconosciute le sue condizioni principali poste per permetterlo.
Non vedo come possa essere diverso stavolta, a meno che indirettamente la Russia accettando il cessate il fuoco confermi anch’essa dei problemi a proseguire il conflitto.
Tutti gli altri punti sarebbero da vedere da quel momento, con quello del ritiro delle truppe russe che risulterebbe ancora improbabile da parte del governo russo.