

L’Occidente continua a chiedersi che cosa l’Iran sia disposto a concedere. Ma il nodo vero viene prima: chi negozia davvero a Teheran e quale idea ha del negoziato? Tra diplomazia statuale e sopravvivenza rivoluzionaria, il tavolo non è mai lo stesso per tutti.
Donald Trump continua a parlare di negoziati con la Repubblica islamica dell’Iran. Le sue dichiarazioni arrivano mentre il Medio Oriente attraversa una fase di profonda instabilità, mentre il conflitto apertosi alla fine di febbraio ha modificato gli equilibri regionali e mentre il dossier nucleare iraniano continua a occupare una posizione centrale nelle preoccupazioni strategiche occidentali.
La discussione pubblica si concentra quasi automaticamente sul contenuto delle trattative: l’arricchimento dell’uranio, il futuro delle sanzioni, la sicurezza dello Stretto di Hormuz, il programma missilistico iraniano, la rete dei proxy regionali e le condizioni necessarie per una de-escalation.
Si tratta di una prospettiva comprensibile. Si tratta anche di una prospettiva insufficiente.
Da quasi mezzo secolo l’Occidente continua a interrogarsi su ciò che l’Iran sarebbe disposto a concedere, modificare o abbandonare. Molto meno frequentemente si interroga sulla natura dell’attore con cui sta discutendo. Eppure qualunque riflessione fondata sul realismo geopolitico dovrebbe partire da una domanda preliminare: chi è realmente l’interlocutore? Quali categorie utilizza per interpretare il potere? Quale significato attribuisce alla diplomazia? Quale funzione assegna al negoziato?
L’approccio occidentale continua invece a essere influenzato da una lettura prevalentemente statuale. La Repubblica islamica viene osservata come uno Stato revisionista, ostile e aggressivo, ma comunque assimilabile agli altri attori del sistema internazionale. Da questa premessa discende la convinzione che il problema possa essere affrontato attraverso una combinazione di deterrenza, pressione economica e compromesso diplomatico.
La storia della Repubblica islamica suggerisce una conclusione differente. L’Iran non rappresenta semplicemente uno Stato che persegue interessi nazionali. L’Iran rappresenta una rivoluzione che da quarantasei anni governa uno Stato.
L’equivoco occidentale
Una parte significativa delle incomprensioni che caratterizzano il rapporto tra Occidente e Iran nasce da un equivoco teorico prima ancora che politico. La diplomazia contemporanea è figlia della tradizione statuale europea. Presuppone l’esistenza di soggetti che perseguono interessi, valutano costi e benefici, ricercano equilibri e considerano il compromesso una componente fisiologica dell’azione politica. Questa impostazione continua a influenzare profondamente il modo in cui Washington e le capitali europee interpretano il comportamento iraniano.
La Repubblica islamica nasce da una tradizione differente.
La rivoluzione del 1979 non si limitò a sostituire una classe dirigente con un’altra. Costruì un sistema nel quale il potere politico venne subordinato alla tutela di una missione religiosa, rivoluzionaria e identitaria. La dottrina del velayat-e faqih attribuisce alla Guida Suprema una funzione che supera quella di un normale capo di Stato, collocando la difesa della rivoluzione al centro della legittimazione politica del regime. Da quel momento la sopravvivenza dello Stato e la continuità della rivoluzione hanno cessato di essere due questioni separate.
Questa caratteristica produce conseguenze profonde sul piano geopolitico. Uno Stato tradizionale tende a considerare il negoziato come uno strumento destinato alla gestione degli interessi. Un regime rivoluzionario tende a valutare ogni scelta politica anche alla luce della propria sopravvivenza ideologica. Le due logiche possono convergere in determinate circostanze, ma non coincidono necessariamente. Quando entrano in tensione, la seconda tende a prevalere sulla prima.
La questione centrale non riguarda quindi il nucleare, i missili, Hormuz o le sanzioni. Tutti questi elementi sono importanti, ma appartengono al livello superficiale del problema.
Il punto non è ciò che viene negoziato. Il punto è chi sta negoziando.
L’Occidente continua a interpretare la diplomazia come uno strumento di gestione degli interessi. Una parte significativa dell’establishment iraniano continua invece a interpretare la politica internazionale attraverso categorie rivoluzionarie, religiose e identitarie. I due interlocutori possono utilizzare lo stesso linguaggio diplomatico, partecipare agli stessi tavoli e perfino firmare gli stessi documenti. Ciò non implica che attribuiscano a quelle pratiche il medesimo significato.
In altre parole, i due interlocutori non siedono realmente allo stesso tavolo perché non riconoscono la stessa natura del tavolo.
La guerra e il potere reale
Il conflitto iniziato alla fine di febbraio ha reso questa divergenza ancora più evidente. Le guerre raramente producono moderazione nei sistemi rivoluzionari. Più frequentemente rafforzano gli apparati incaricati della loro sopravvivenza. La pressione esterna tende a ridurre il peso delle strutture politiche ordinarie e ad ampliare quello delle organizzazioni militari, dei servizi di sicurezza e delle élite incaricate della difesa del regime.
L’Iran non costituisce un’eccezione.
Negli ultimi anni i Pasdaran hanno progressivamente consolidato la propria influenza economica, politica e militare. La guerra ha accelerato ulteriormente questa dinamica. Essi rappresentano oggi molto più di una forza armata. Costituiscono il principale garante della continuità rivoluzionaria, il centro di gravità della deterrenza asimmetrica iraniana, il perno della rete regionale costruita da Teheran e il soggetto che più di ogni altro continua a interpretare il confronto con Stati Uniti e Israele come una dimensione esistenziale del regime.
Questo elemento assume un’importanza decisiva perché sposta l’attenzione dal potere formale al potere reale. La diplomazia occidentale continua a dialogare con governi, ministri e negoziatori. Il realismo geopolitico impone di individuare il soggetto che possiede realmente l’autorità necessaria per ridefinire gli interessi considerati vitali dal sistema. Nel caso iraniano, questa autorità continua a essere distribuita all’interno di un complesso intreccio di potere religioso, rivoluzionario e militare, nel quale i Pasdaran occupano una posizione sempre più centrale.
L’idea che la pressione esterna possa favorire una progressiva normalizzazione del regime si scontra con una realtà differente. La guerra sta rafforzando proprio gli attori che attribuiscono maggiore valore alla continuità della rivoluzione. Più aumenta la percezione della minaccia, più cresce il peso di chi si presenta come custode della sopravvivenza del sistema. Si tratta di una dinamica osservabile in numerosi regimi rivoluzionari del passato e che oggi caratterizza nuovamente la Repubblica islamica.
Questa trasformazione modifica inevitabilmente anche il significato del negoziato. Se il potere si concentra progressivamente nelle mani degli apparati incaricati della sicurezza e della continuità ideologica del regime, qualsiasi trattativa finisce per essere filtrata attraverso la loro visione del mondo.
Trump e il limite della diplomazia performativa
È in questo contesto che emergono anche i limiti dell’approccio trumpiano. La politica estera di Donald Trump è caratterizzata da una forte componente di diplomazia performativa, una concezione della negoziazione nella quale la rappresentazione pubblica della forza assume un ruolo centrale. Dichiarazioni, ultimatum, annunci e personalizzazione del confronto diventano strumenti destinati a costruire una posizione negoziale dominante e a spingere l’interlocutore verso la concessione.
Questa impostazione presuppone però che le parti condividano una medesima grammatica della potenza.
La diplomazia performativa funziona quando l’altra parte attribuisce valore alla rappresentazione pubblica della forza. Funziona quando l’interlocutore considera il negoziato una transazione nella quale costi e benefici possono essere ridefiniti attraverso la pressione politica, economica o militare. La Repubblica islamica continua invece a interpretare il confronto con l’Occidente attraverso una prospettiva differente.
Per una parte significativa dell’apparato rivoluzionario iraniano la capacità di resistere alla pressione rappresenta una fonte di legittimazione. La sopravvivenza del regime non costituisce semplicemente un obiettivo politico. Costituisce una dimostrazione della validità storica della rivoluzione stessa.
Trump tende a concepire il negoziato come una manifestazione di forza finalizzata all’accordo. La Repubblica islamica tende a concepirlo come uno strumento utile alla gestione del conflitto senza necessariamente modificare la propria identità strategica. Washington guarda alla trattativa come a un possibile meccanismo di trasformazione del comportamento iraniano. Teheran può considerarla un mezzo per attraversare una crisi, ridurre i costi della pressione internazionale e preservare la propria posizione.
Questa divergenza produce una conseguenza fondamentale. Le due parti utilizzano lo stesso linguaggio diplomatico, ma attribuiscono significati differenti alle medesime parole. La nozione occidentale di compromesso non coincide necessariamente con quella iraniana. L’idea occidentale di normalizzazione non coincide necessariamente con quella iraniana. La stessa concezione del successo negoziale può risultare profondamente diversa.
Negoziare con la rivoluzione
Da quasi mezzo secolo gli Stati Uniti cercano di modificare il comportamento iraniano attraverso sanzioni, isolamento, deterrenza e negoziati. Nel frattempo il programma missilistico è sopravvissuto, la rete regionale costruita da Teheran continua a rappresentare una componente essenziale della sua profondità strategica, il controllo dello Stretto di Hormuz rimane uno strumento di pressione geopolitica e l’antagonismo verso Stati Uniti e Israele continua a occupare una posizione centrale nella legittimazione del regime.
Questo non significa che la Repubblica islamica rifiuti la diplomazia. Significa che la utilizza secondo logiche differenti da quelle immaginate dall’Occidente. Il negoziato può essere impiegato per ridurre i costi della pressione internazionale, per guadagnare margini di manovra, per gestire il tempo strategico e per preservare gli interessi considerati essenziali dal sistema. Nessuna di queste finalità implica necessariamente una trasformazione della natura del regime.
La domanda che accompagna ogni nuovo tavolo negoziale continua quindi a essere la stessa.
L’Occidente si interroga su ciò che l’Iran sarebbe disposto a concedere. Forse dovrebbe interrogarsi prima su chi stia realmente negoziando e su quale significato attribuisca al negoziato stesso. Una diplomazia costruita sul compromesso e una rivoluzione costruita sulla sopravvivenza ideologica possono certamente sedersi allo stesso tavolo. Molto più difficile è che attribuiscano allo stesso tavolo il medesimo significato.
È qui che si trova il vero problema iraniano. Non nelle clausole di un accordo. Non nelle centrifughe. Non nelle sanzioni. Nella natura dell’interlocutore e nella distanza che separa due concezioni del potere, della politica e della diplomazia che continuano a guardarsi senza riconoscersi davvero.
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A tutte le giustissime osservazioni dell’articolo, aggiungo che per l’islam, che per altri soggetti può essere una componente ma per l’Iran è l’essenza, nessun trattato concluso con gli infedeli ha valore, come ha insegnato Maometto, e può essere stracciato in qualunque momento, cosa che è stata ripetutamente fatta da diversi soggetti: forse sarebbe bene ricordarlo e farne tesoro.
L’articolo, molto interessante, coglie nel segno, poiché con l’Iran non si negozia un compromesso, ma si gestisce un conflitto. Il regime non è uno Stato come gli altri, bensì una rivoluzione teocratica che governa uno Stato, un contesto in cui la sopravvivenza ideologica conta più dell’interesse nazionale. I Pasdaran lo sanno bene e rafforzano il proprio potere proprio grazie alla pressione esterna.
Ciò non toglie che Teheran sappia essere cinicamente pragmatica. Quando la sopravvivenza del sistema è a rischio, il dogma cede il passo alla realpolitik, permettendo tregue tattiche o accordi temporanei pur di non crollare, sebbene restino, appunto, pure manovre di autopreservazione. Trump può alzare la voce e offrire “affari”, ma dall’altra parte non c’è un partner commerciale, bensì un apparato che considera la normalizzazione una minaccia esistenziale. Finché l’Occidente fingerà di trattare con uno Stato revisionista invece che con una causa rivoluzionaria armata, flessibile nella tattica ma inflessibile nella strategia, la diplomazia resterà un’illusione utile a Teheran per guadagnare tempo. Le rivoluzioni infatti non si ammorbidiscono, quindi o le si contiene, o le si affronta.