

La balla del “genocidio” palestinese non è solo un vezzo antisemita della contemporaneità. È il vezzo antisemita della contemporaneità. È un vezzo al quale la buona e la cattiva società non vogliono rinunciare perché consente loro di scrollarsi di dosso l’enorme e ignominioso peso del massacro del 7 ottobre, derubricandolo ad atto di resistenza nei confronti di un paese, Israele, colpevole di colonialismo razzista e genocida.
E perché offre a non pochi malintenzionati l’alibi perfetto per estendere quell’accusa di genocidio anche agli ebrei della diaspora, chiamati a risponderne per una sorta di collusione oggettiva con Israele.
Non stupisce dunque che la buona e la cattiva società si siano inalberate di fronte all’idea che vi siano leggi che provino almeno a mettere un argine a questa deriva. Tanto più quando quella legge — il DDL Delrio — è stata raccontata, con notevole disinvoltura, come un tentativo di imbavagliare il dissenso, criminalizzare la critica a Israele e introdurre nuovi reati d’opinione. Peccato che il testo dica tutt’altro.
Il DDL Delrio non introduce nessuna figura di nuovo reato. Si limita a proporre che la definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (peraltro già fatta propria dal nostro Paese nel coordinamento del contrasto dell’antisemitismo) sia presa a riferimento per il monitoraggio e la valutazione di discorsi d’odio antisemita, specialmente in rete e in ambito scolastico.
Argomentare contro il DDL Delrio sul presupposto, dunque, che possa “trasformare in reato” una critica a Israele è una pura e semplice sciocchezza.
Peraltro, basterebbe avere presente il quadro in cui è maturato l’apparato definitorio dell’IHRA per capire che quell’ipotesi è fuori discussione. Non a caso, infatti, l’IHRA precisa che “le manifestazioni possono includere la presa di mira dello Stato di Israele, concepito come collettività ebraica”, ma con la precisazione che “critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”.
Può non essere chiaro agli osservatori superficiali o a quelli in malafede, ma la differenza è abbastanza lampante: se io critico lo Stato ebraico perché assume una politica criticabile è un conto; se la mia critica è mossa perché è l’ebraicità dello Stato di Israele a farla muovere è un altro conto. Lo stesso discorso vale per le persone: un conto è criticare il comportamento di un ebreo perché è riprovevole; un altro conto è ritenere quel comportamento riprovevole giusto perché a tenerlo è un ebreo.
Ma tornando al DDL Delrio. Solo una malafede sconfinata, o una colpevole ignoranza, può prenderlo di mira in base a quella motivazione, e cioè che esso rischierebbe di trasformare in reato “la critica a Israele”. È, letteralmente, un falso.
Non basta. Lo stesso apparato dell’IHRA si struttura nella spiegazione che non ogni atto di antisemitismo costituisce reato. Il che è evidente. Se io dico che gli ebrei sono avari sono un antisemita, ma non commetto necessariamente un reato. Se istigo a molestarli perché sarebbero avari, sì.
Per cui il richiamo del DDL alla definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, agitato come uno spauracchio censorio, aveva una funzione esclusivamente interpretativa e di indirizzo. Serviva a uniformare il linguaggio delle istituzioni, la raccolta dei dati, le attività di formazione e di prevenzione. Non trasformava una critica politica in un reato, né attribuiva a quella definizione un valore punitivo. Stabiliva un perimetro concettuale, non un codice penale parallelo.
Ma la notizia degna di attenzione è quella per cui è soprattutto a sinistra che la polemica contro il DDL Delrio ha rivelato la sua natura più profonda. Da tempo una parte significativa della cultura politica progressista, incarnata dal PD di Elly Schlein, lavora a una rimozione semantica dell’antisemitismo, confinandolo in un passato musealizzato e negandone le forme contemporanee.
L’antisemitismo, per questa sinistra, esiste solo se parla il linguaggio esplicito dell’odio razziale novecentesco; tutto il resto viene assolto come “antisionismo”, “critica radicale”, “denuncia del colonialismo”.
Ma questa operazione linguistica non è innocente. Serve a rendere accettabile — e spesso moralmente legittimata — una retorica che riproduce stereotipi, colpe collettive e processi di demonizzazione assoluta, proprio come quella avvenuta nei confronti dell’ebraismo tout court in relazione alla guerra di Gaza.
In questo senso, viene il sospetto che il fastidio per il DDL Delrio non nasca dal timore di una repressione che non c’era, ma dal fatto che quel testo tentava di ricucire la frattura artificiale tra l’antisemitismo storico e le sue manifestazioni attuali, dolosamente derubricate a legittima critica a Israele.
Reati e galera non trovano alcun riscontro nel testo del DDL Delrio e non hanno nulla a che vedere con ciò che quella legge proponeva. Introdurre nel dibattito l’idea della galera e del reato d’opinione significa attribuire al disegno di legge intenzioni e contenuti che semplicemente non esistono, finendo per avvalorare una narrazione immaginaria.
Il punto, in definitiva, non è che il DDL Delrio volesse punire di più. È che voleva chiamare le cose con il loro nome. Ed è proprio questo — non la galera, non la censura, non i reati fantasma — che una parte della buona e della cattiva società non è disposta ad accettare.
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Una forza politica che si autodefinisce progressiva, umanista e democratica non può ignorare uno dei principi giuridici liberali cardine di una società moderna: la responsabilità è e rimane individuale, non può essere giudicata attraverso stereotipi o pregiudizi che coinvolgono una o più categorie o gruppi di persone o identificabili in particolari etnie, culture, costumi e religioni.
Anche la Costituzione italiana lo ribadisce chiaramente.
Quindi non solo codesti appartenenti di quella forza politica ignorano certe definizioni internazionali adottate per combattere l’antisemitismo e non solo questo, ma mettono i presupposti per violare gli articoli della Costituzione che costoro a parole dicono di volere difendere citando l’antifascismo.
Certo se ti definisci anche socialista, fa comodo mettere tutto in unico calderone e tralasciare le responsabilità individuali e personali. Forse questo è il vero problema di certe forze politiche, confuse prima di tutto sul piano ideologico e di valori e di conseguenza sugli effetti pratici.
aggiungiamoci la brama di cavalcare – dipendendo da essa – l’opinione pubblica e il quadro è pressoché completo
Ottima analisi, impeccabile. come veicolarla in maniera efficace?