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La lapidazione mediatica di Simone Lenzi, orchestrata dai talebani del politicamente corretto, rappresenta l’ennesimo episodio di quella che ormai è una caccia alle streghe. Lenzi, assessore e uomo di cultura, è stato costretto a dimettersi per aver scritto una frase che, fino a qualche tempo fa, sarebbe stata considerata un’ovvietà: una donna non ha il pene. Una constatazione basata su fatti biologici, ma che oggi, in un clima intriso di ideologia irrazionale e dogmatica, diventa una colpa grave. La realtà stessa sembra essere sotto attacco, e chi osa affermarla viene additato come eretico.
Questo caso rappresenta anche il necrologio di una sinistra che, un tempo, si batteva per la libertà di pensiero e di espressione. Oggi, però, quella stessa sinistra è diventata guardiana di un dogma, quello dell’identità di genere. Non si può mettere in discussione, non si può ragionare, si deve solo accettare. Chi non si adegua, chi non si piega a questa nuova ortodossia, viene immediatamente sanzionato, isolato, distrutto. La libertà di parola, che dovrebbe essere un pilastro inalienabile del dibattito democratico, si è trasformata in una concessione limitata e condizionata, una libertà che si estingue non appena si toccano le corde più sensibili del pensiero dominante.
Ma il dogmatismo non si ferma qui perché a conti fatti, l’accusa di transfobia per aver detto che no, le donne non hanno “la minchia” (e va bene, Lenzi avrebbe potuto usare anche un termine meno folklorstico, gli è scappata la mano) è stata forse solo una scusa. Una, per altro, diventata addirittura una colpa di “omofobia”, tanto da domandarne il pentimento! (la flagellazione in piazza, no?) Sissignori, dire che le donne non hanno un pene, a quanto pare offende gli omosessuali, anche se nessuno capisce perché e nessuno, in fondo, ha chiesto agli stessi omosessuali se è vero. Basta twittarlo e l’accusato è colpevole, anche se nessuno sa di cosa.
Il peccato originale di Lenzi però non è stato certo quel tweet di settimane fa a cui nessuno aveva neanche fatto caso (io ne ho scritti di peggiori, e la Santa Inquisizione non è ancora arrivata). È stato quello di avere pestato i piedi al Fatto Quotidiano e ai suoi guardiani M5S. Quando, di fronte alla tragedia del 7 ottobre, ha osato suggerire che delle vignette che sviliscono e ridicolizzano una strage di ebrei possano essere vagamente antisemite, è scattata una reazione furiosa. Non si può dire. Diventa un’offesa ad un’intera categoria di giornalisti, tanto da aizzare i cani selvaggi dell’intero partito che gli sta di guardia. L’ira funesta dei nuovi censori si è abbattuta con forza, cercando ogni pretesto per annientare il non allineato. Siamo di fronte a una forma di talebanesimo che non tollera deviazioni, che non ammette opinioni divergenti, e che punisce con rigore chiunque osi discostarsi dal sentiero tracciato.
E peggio ancora se quella persona è di sinistra, allora il peccato è addirittura mortale. L’odio diventa viscerale.
La sinistra, che un tempo incarnava i valori della ragione e del progresso, sembra ora incapace di difendere il pluralismo delle idee. Al suo posto, è emerso un dogma intollerante che soffoca il libero pensiero, sacrificando il dibattito e il confronto sull’altare di una nuova ortodossia che prima di attaccare la destra divora e cannibalizza la sua ala riformista.
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