

Il Sunday Times riferisce che le vittime della più feroce repressione mai attuata dalla teocrazia islamista iraniana (sì, islamista, perché a dire solo teocrazia, come usano fare moltissimi media, potrebbe rimanere il dubbio che i barbuti boia di Teheran siano seguaci del dio Pan o di chissà quale altro culto) ammontano ormai a 16.500 morti (avvisare Trump, Vance e il fido Witkoff) e circa 330.000 feriti.
Il Washington Post racconta che “Vladimir Putin ha a disposizione poco più di sei mesi per tentare una spallata nella guerra con l’Ucraina” e c’è quindi da aspettarsi a breve il peggio dal macellaio in chief, che già pratica il “terrore energetico” per lasciare al gelo gli ucraini e non può perdere il sanguinoso conflitto in cui si è impantanato.
In Groenlandia, lo scenario di un definitivo e letale collasso della NATO esce definitivamente dalla raccolta delle sceneggiature distopiche per approdare a pieno titolo nell’alveo dei più dirompenti scenari geopolitici ai quali occorre prendere le misure.
A Gaza, la fase due del mitico piano di pace trumpiano si inaugura mentre, secondo le IDF, sono presenti nella Striscia ancora 30.000 terroristi di Hamas, e imbarcando nel Consiglio per la Pace Paesi che ospitano o finanziano Hamas stessa.
In questa temperie internazionale, le cronache della politica interna italiana si struggono invece sull’angoscioso dilemma relativo allo svolgimento o meno del congresso del Pd, il principale partito di opposizione e della sinistra nostrana. Ci sarà, non ci sarà? E se sì, quando si terrà? La verità, vi prego, sul congresso del Pd.
Il solito marziano a Roma potrebbe esultare: vivaddio, mentre il mondo brucia, il Pd decide finalmente di chiarire inequivocabilmente la propria natura e in particolare la propria collocazione internazionale, ormai resa irriconoscibile, a Roma come a Bruxelles, dal kafkiano e parossistico rito delle mozioni multiple, delle votazioni tailor made cucite sull’abito ideologico quasi di ogni singolo parlamentare, delle silenti attese “ostinatamente unitarie” e in realtà finalizzate solo ad adeguarsi a come la pensa Conte.
Ma per chi non venga da Marte, il quadro è purtroppo molto più chiaro e desolante. L’eventuale congresso del Pd non risponderebbe affatto al bisogno di sciogliere definitivamente i mille nodi sull’identità del partito, ma unicamente alla necessità, per la periclitante leader Schlein, di recuperare la piena presa sul partito e da lì muovere alla conquista della leadership del “camposanto largo” in vista delle prossime elezioni politiche.
Di qui origina tutta l’alea di incertezza sulle assise piddine. Come un morettiano ciclista in surplace, Schlein si sta domandando se la si nota di più se scatta, cioè fa celebrare il congresso subito dopo il referendum sulla giustizia (e se vincono i SÌ?), oppure dopo l’estate (quando però ci sarà da trattare con Conte il fantomatico accordo di programma), o ancora alla scadenza naturale di marzo ’27 (troppo a ridosso delle “politiche”). Atroci dilemmi di uno dei mestieri più usuranti in assoluto: il segretario del Pd, appunto.
Se questa è la prosaica realtà della politique politicienne al tempo di Schlein, sia consentito allora sognare e lanciare al Pd una proposta alla quale non potrebbe mai… dire di sì.
Sarebbe suggestivo se il Pd, in un impeto di sano veterocomunismo, rispolverasse un bel congresso “a tesi”, come nel PCI, dove avveniva la definizione della linea politica generale. Le “tesi”, approvate, emendate o respinte pur tra i mille paludamenti liturgici del centralismo democratico, servivano a cristallizzare organicamente l’identità del PCI in un dato momento storico, e Dio solo sa quanto sarebbe auspicabile conoscere oggi l’autentica natura del Pd, anche a costo di implosioni e amputazioni varie.
Per agevolare un simile processo, ci offriremmo pure di servire pronti per l’uso ai democrats un pacchetto di “tesi sentinella”, un nucleo di affermazioni la cui condivisione o meno segnalerebbe in maniera inequivocabile la direzione presa.
Beninteso, le tesi in questione non provengono da alcuna fonte sospettabile di “deriva meloniana”, come oggi usa dire in una certa sinistra quando non si trova riscontro alle proprie primitive ossessioni anti-premier. No, sono estratte dall’editoriale odierno di Ezio Mauro su Repubblica. Vale a dire, vengono dalla firma che esprime al livello intellettualmente più potente, raffinato e lucido la vocazione di quel giornale, di cui si celebrano ora i cinquant’anni, a eterodirigere la sinistra italiana.
Dunque, si tranquillizzino i piddini: nessuna trappola, nessun agguato. Del resto, il pezzo di Mauro contiene anche il riconoscimento della “sacrosanta protesta contro Israele per i crimini di Gaza”, comme il faut per un giornale che, per dirla con Giuliano Ferrara, “ha generato il monopolio della buona coscienza collettiva”.
Ma è sulla seguente raffica di altre tesi contenute nel pezzo di Mauro (La sinistra tra Kiev e Teheran) che sarebbe sacrosanto che il Pd discutesse.
“Dopo quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le sue città sacre, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran. Ciò che accade in Ucraina e in Iran la interpella perché chiama in causa i suoi valori di libertà, la sua vocazione alla solidarietà con i più deboli, il suo rifiuto dei soprusi e delle ingiustizie, il sostegno alla lotta per la liberazione da ogni tirannide, la sua difesa del diritto e dei diritti.”
“Per governare non soltanto un Paese complicato come l’Italia, ma una crisi mondiale senza precedenti e senza più regole, in cui ci muoviamo al buio, occorre chiarezza su tre concetti fondamentali del nostro presente e del futuro: la libertà, l’Occidente e la democrazia.”
“Pare difficile per ogni cittadino di qualsiasi tendenza politica non riconoscere nell’Ucraina il soggetto aggredito (…), ma è incomprensibile per qualunque frangia della sinistra non fare un passo in più, per vedere nitidamente all’opera con l’Armata russa quell’imperialismo che pure è stato uno dei principali fantasmi nel Novecento.”
“Di fronte a questa evidenza della reazione, dell’oppressione, dell’assolutismo come è possibile esitare, dubitare, operare dei distinguo? La causa dei ragazzi e delle ragazze di Teheran è la causa di tutti i cittadini democratici, di qualsiasi sinistra: oppure la sinistra non ha causa.”
“La verità, molto amara, è che un pezzo di sinistra non accetta di riconoscersi nel metro di giudizio dell’Occidente, perché non riconosce i valori e il valore della democrazia (…). In questo rifiuto confluiscono ragioni vecchie e nuove: residui di credenza sovietica, cenere comunista, brace antiamericanista sempre accesa, e su tutto la benzina del nuovo populismo, ottuso prigioniero della favola che racconta la democrazia come inganno, truffa delle élite che non va difesa e anzi merita il disprezzo del popolo.”
“Kiev e Teheran. Che sono necessariamente le capitali della sinistra nel nuovo secolo: oppure il capolinea.”
Ecco: sarebbe proficuo, spettacolare, meritevole di popcorn se il principale partito della sinistra si confrontasse su queste tesi. Senza fingere di non esserne coinvolto, senza maanchismi veltroniani, senza unanimismi di facciata, in particolare ad opera di quei “riformisti” stentorei e cristallini nel difendere le ragioni ucraine o (molto meno) quelle israeliane, ma tremebondi non appena sentono la formula “liste elettorali”.
Procedano pure nel Pd, se credono, persino alle purghe obliquamente invocate da Bettini (“è impossibile non fare chiarezza sulle posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi”).
Ma ci dicano se scelgono Kiev e Teheran o il capolinea. Ci dicano se considerano possibili alleanze con chi sceglie all’evidenza altre destinazioni. O se – come è lecito temere quando si sente Provenzano condannare preventivamente qualunque intervento esterno nella situazione iraniana – a quel capolinea sono essi stessi già da tempo arrivati.

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