

Seconda puntata dell’analisi di Mario Greco sulle prospettive europee nell’attuale scenario internazionale dominato dal tentativo, che sembra già fallito, di mediazione americana nel conflitto russo-ucraino. Qui la prima puntata.
Persiste il fatto che sebbene gli Stati Uniti abbiano chiaramente riconosciuto l’inaffidabilità ed il comportamento aggressivo della Russia di Vladimir Putin, la loro attenzione strategica è sempre più spostata verso la Cina, aggravata dalle incertezze economiche interne legate all’aumento del debito pubblico, all’estremizzazione della polarizzazione politica e da una deriva almeno meno democratica e libertaria, nel Paese che è sempre stato il paladino insuperabile delle libertà individuali, di opinione e di impresa.
Il rafforzamento del ruolo difensivo dell’Europa non è più solo auspicabile; è essenziale per garantire sia la sicurezza immediata del continente che la resilienza a lungo termine dell’alleanza transatlantica, imponendo all’amministrazione americana una posizione più benevolente e meno sprezzante, nei confronti del pur sempre unico alleato: quello europeo!
Il paradosso strategico della NATO quale pachiderma politico-militare.
Il paradosso strategico è che una NATO più forte, caratterizzata da:
- deterrenza credibile,
- difesa capace,
- visione strategica,
in linea con quanto approvato dai capi di Stato e di governo durante il Summit dell’Aia dello scorso 24 e 25 giugno 2025, risulterà un immobile “pachiderma politico-militare” ostaggio di un minuetto diplomatico delle buone (o cattive) intenzioni (fra Washington, Parigi, Londra e Bruxelles), se l’Unione Europea non renderà immediatamente disponibili ai Paesi membri i fondi per “Readiness 2030.”
In parallelo, non è realisticamente alla vista né ipotizzabile in uno scenario di pianificazione strategica di breve o medio termine, uno strumento militare europeo, credibile e capace di intervenire sotto l’egida dell’Unione – il tanto declamato Esercito Europeo – per alcune cause evidentemente concatenate.
Assenza di una politica estera, di difesa e di sicurezza comune.
Mentre le forze russe continuano il loro brutale assalto all’Ucraina, l’urgenza per l’Europa di prendere più seriamente la propria difesa non è mai stata così evidente. La guerra ha messo in luce scomode verità sulla vulnerabilità del continente e sulla sua consolidata dipendenza dalle garanzie di sicurezza americane. Eppure, mentre alcuni politici e commentatori spingono per un esercito europeo, la dura realtà è che tale soluzione rimane politicamente divisiva, giuridicamente impraticabile e strategicamente prematura.
L’Unione Europea non ha ancora una costituzione formale, respinta nei referendum francese e olandese del 2005, il che significa che la responsabilità della politica estera, di sicurezza, della difesa e della preparazione di una forza militare (credibile, deterrente e quantitativamente significativa) rimane esclusivamente degli stati membri, non di Bruxelles (Convenzione europea (2003), Progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa).
Senza un fondamento giuridico e politico condiviso, non può esistere una vera catena di comando europea.
Questo cioè, è un tema politico sulla cui portata (ed eventuale soluzione auspicabile) si dovrebbe aprire una serissima discussione a livello di leadership europea. Il fallimento del processo di ratifica del trattato relativo alla Costituzione dell’Unione Europea, a livello parlamentare nazionale, risale alla Francia e ai Paesi Bassi, quali cause fondamentali e indicatore plastico del livello di cinica ipocrisia nazionalista di questi due paesi.
Sì, proprio la Francia, la paladina dell’Unione, che offriva addirittura come estensore del documento “costituente” il suo già Presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing.
Poi l’Olanda, che in un quadro di maggiore integrazione unionista europea, avrebbe visto crollare tutte le rendite di posizione che ora la rendono Paese inflessibile … solo nei confronti degli altri, ritenuti imperdonabili peccatori!
Sia in Francia che nei Paesi Bassi, le preoccupazioni economiche, le diatribe politiche interne e istituzionali sono state messe in primo piano rispetto alla conferma di un passo fondamentale verso la completa integrazione europea.
Assenza di una catena di comando e controllo testata, certificata e capace di gestire un conflitto ad ampio spettro.
In uno scontro all in, che si svilupperebbe inizialmente nel periodo di pace e di crisi con operazioni di guerra ibrida, cognitiva e digitale, e nel periodo di conflitto utilizzando l’intero spettro capacitivo cinetico e non cinetico, in ambiente multi-dominio, sino all’ipotetico – ma sempre possibile – scambio “escalatorio” nucleare, solo l’Alleanza Atlantica con le proprie strutture di:
- “Comando e Controllo”;
- “Forze Designate (earmarked)” sin dal tempo di pace e con livelli di prontezza incrementali tali da assicurare le esigenze di intervento da 24 ore a 180 giorni,
è in grado di assicurare l’assolvimento del compito della difesa della fortezza Europa.
Oltre ai vincoli legali, gli ostacoli pratici per una struttura di difesa e di sicurezza europea sono considerevoli. Le singole forze armate nazionali presentano notevoli differenze in capacità, budget, obiettivi strategici e livelli di prontezza operativa. La PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente) è la parte della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) dell’Unione Europea (UE) in cui 26 delle 27 forze armate nazionali perseguono l’integrazione strutturale; tuttavia, non riescono a creare un’unità di difesa coerente.
Inoltre, la creazione di una forza militare parallela dell’UE potrebbe indurre alla duplicazione delle strutture di comando e controllo (NATO C2 mirrorring) e creare confusione nel quadro strategico, specialmente considerando che l’Alleanza Atlantica rimane il principale garante della difesa collettiva europea.
Carenza di interoperabilità e standardizzazione.
Per ottenere un’economia di scala in termini di uso delle risorse e una massimizzazione degli effetti politici-militari strategici individuati, occorre disporre di assetti, procedure e capacità militari perfettamente integrabili, interoperabili e standardizzate. Questo è considerato un obiettivo imprescindibile in ambito europeo nella prospettiva di assumere maggiore peso specifico in ambito NATO.
L’integrazione fa riferimento al fatto che le capacità (soldato + sistema d’arma) operative pronte al combattimento sono in grado di essere inserite, senza soluzione di continuità, in un ambiente operativo.
Per interoperabilità si intende la capacità di sistemi di difesa, forze armate e capacità operative di diversi paesi di operare insieme, condividendo informazioni e risorse in tempo reale.
La standardizzazione, invece, riguarda l’adozione di protocolli, equipaggiamenti e procedure comuni che facilitano la cooperazione tra unità militari di nazioni diverse.
L’Europa ha bisogno di investimenti strategici volti a rafforzare la prontezza e la capacità operativa, l’interoperabilità e il perseguimento di obiettivi condivisi. Non certo di duplicazioni o di dichiarazioni simboliche. Tali capacità dovrebbero essere rese disponibili alla NATO per supportare la sua missione principale di deterrenza e difesa in ambito euro-atlantico. In questo modo inoltre si contribuirebbe, in modo progressivo, ad alleggerire il ruolo degli Stati Uniti che ritengono di essere troppo “esposti” strategicamente, militarmente ed economicamente nel garantire la sicurezza del continente europeo.
In questo scenario geopolitico mutevole, fluido e complesso, è imperativo che l’Unione Europea accresca in modo decisivo le proprie capacità di difesa, rafforzando la presenza ed influenza strategica all’interno della NATO attraverso l’”europeizzazione della NATO“.
Solo attraverso un impegno politico comune e coordinato, svincolata da egoismi tutti di natura elettorale interna, l’Unione Europea potrà garantire la propria sicurezza e quella dei suoi cittadini in un contesto internazionale sempre più incerto, polarizzato e altamente competitivo.
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