

Che sia in corso una manovra eversiva di destabilizzazione nel Regno Unito, operata attivamente da Elon Musk e coordinata dal suo braccio politico — l’ex esponente di Reform Uk Rupert Lowe, oggi deputato indipendente (una sorta di Vannacci britannico) — dovrebbe ormai essere evidente a chiunque abbia seguito con attenzione questi sviluppi. Una manovra amplificata dagli anchorman di GB News, rilanciata dal megafono cartaceo di Reform UK, il Telegraph, propagata da una costellazione di account “minori”alleati” su X — come Basil the Great o Mario Nawfal— e portata nelle piazze dal pluricondannato estremista Tommy Robinson.
È una traiettoria che ho ricostruito nei miei articoli a partire dai Summer Riots del 2024, esplosi appena due settimane dopo la vittoria elettorale laburista, e proseguita con l’operazione mediatica sulle grooming gangs del gennaio 2025, di cui ho scritto qui.
In più occasioni Musk ha utilizzato la piattaforma X per promuovere “casi” selezionati ad hoc con tre obiettivi ricorrenti:
- minare o demonizzare la figura di Starmer;
- delegittimare il governo;
- arrivare, in più momenti, a invocare esplicitamente la sua rimozione.
Come ho documentato per oltre un anno nei seguenti articoli:
Recentemente però il gioco si è fatto serrato, brutale e decisamente pericoloso.
Nei giorni successivi alla pubblicazione degli Epstein files, davanti a un Donald Trump che compare migliaia di volte e a uno Steve Bannon che complotta con Peter Thiel, insieme a Jeffrey Epstein, per promuovere la Brexit prima e far cadere Theresa May dopo; davanti a un Nigel Farage citato ripetutamente nei file… l’attenzione pubblica si sposta… altrove.
Su chi?
Sul primo ministro Keir Starmer, entrato in politica circa sette anni dopo i misfatti di Peter Mandelson.
Ecco, l’unica persona di cui si chiedeva la testa era proprio Starmer: il cui nome neanche compare nei file e che non ha mai conosciuto Epstein.
Certo, col senno di poi sarebbe stato più prudente per Starmer tenersi alla larga da chiunque fosse stato vicino a Epstein. Ma prima della pubblicazione delle email che inchiodano Mandelson, nessuno poteva sapere che fosse coinvolto in attività criminali o che avesse passato informazioni riservate. A Starmer si può rimproverare una scelta politicamente discutibile, ma chiedergli le dimissioni? E su quali basi, esattamente?
E invece no. Media e social network scatenano una battaglia senza esclusione di colpi. Nel Labour scoppia il panico e, per un momento sospeso tra isteria e pressione, tutto sembra sul punto di esplodere. Poi Angela Rayner dice basta: richiama alla calma, alla ragione, all’analisi. Difende Starmer. È un gesto di buon senso che si diffonde. Il dibattito si ricompone, si individuano le responsabilità. Saltano due teste vicine a Mandelson: McSweeney e Allan. Il partito si stringe attorno a Starmer. E intanto il 92 per cento dei britannici ritiene che Starmer non debba dimettersi.
Per Elon Musk è un duro colpo. Dai post si percepiva un certo nervosismo di fronte al fatto che Starmer non solo non si fosse dimesso, ma che, al contrario, il Labour apparisse addirittura ricompattato attorno alla sua leadership.

Così occorre un altro attacco, immediato: non dare termpo al nemico di riprendersi. E allora eccolo qui pronto. Ci pensano subito una schiera di alleati e il Telegraph agli ordini sull’attenti!
L’articolo dice che il Labour “rischia” di coprire futuri scandali a causa di un piano mirato a cancellare gli archivi usati dai giornalisti.

“Rischia”?
E poi ci lamentiamo della stampa italiana…
Non si dà una notizia su un fatto, ma su un’ipotesi, su possibile fantomatico “rischio”.
Si tengono sul vago, sull’ipotetico.
Poi si introduce un’ulteriore ambiguità deliberata che, attraverso il normale processo di semplificazione, finisce per essere letta dal pubblico più o meno così: il Labour sta cercando di coprire i propri scandali cancellando gli archivi.
Il che, naturalmente, nel clima di angoscia e sospetto alimentato dagli Epstein files e dopo aver deliberatamente concentrato l’attenzione sul Labour per il caso Mandelson, serve a suggerire un’idea ben precisa: se avevano quel segreto, allora chissà quanti altri ne hanno; e se ora si sono compattati tutti dietro il primo ministro, è perché hanno tutti qualcosa da nascondere e si stanno affrettando a eliminarlo.
A seminare quell’idea, ci aveva pensato Mario Nawfal su X – un account di propagada che fa sistematicamente da spalla a Elon Musk – che lunedì sera aveva scritto: “C’è un camion per la distruzione di documenti parcheggiato fuori da Downing Street, la residenza ufficiale del Primo Ministro del Regno Unito.”

Confesso che, appena letto il tweet, avevo riso. Non per leggerezza, ma per l’assurdità della cosa: come se qualcuno potesse davvero ritenere anche solo plausibile un’idea del genere, e non semplicemente grottesca. Eppure l’ho conservato. Dopo un anno e mezzo di debunking ci ho fatto il callo e intuisco che abbiano in mente qualcosa.
E infatti, il mattino successivo, è uscito il pezzo del Telegraph.
A quel punto tutto era chiaro. Non serviva una prova, né un’accusa esplicita. Bastava un “forse”, un’ambiguità ben calibrata, una sensazione vaga di “qualcosa che si vuole distruggere”. Poi il dettaglio visivo: il camion parcheggiato davanti a casa di Starmer che distrugge documenti. L’immagine è potente, immediata, autosufficiente.
Ma ricordiamoci che questa è un’orchestra, dove ogni musicista suona la sua parte, al momento giusto.
E così, sempre lunedì sera (ma io lo vedo solo martedì) era entrato in scena anche il solito Tommy Robinson, che aveva riesumato l’evergreen del “complotto” sull’occultamento delle grooming gangs. Il meccanismo è rodato: si crea l’associazione automatica tra un Labour Party corrotto, che avrebbe “cose da nascondere”, che occulta le prove, che le distrugge addirittura con camion parcheggiati fuori casa di Keir Starmer.
Nel frattempo, nello stesso racconto, viene promosso Rupert Lowe a santo protettore degli innocenti. Il prode paladino che cerca la verità, mentre il sistema marcio lavora per cancellarla. Ne avevo scritto qui.
Il messaggio finale è semplice, brutale, immediatamente comprensibile: il Labour distrugge le prove perché Lowe sta per scoprire la verità.
Non importa che i pezzi non reggano a un’analisi razionale. Non importa che le connessioni siano suggerite, non dimostrate. L’importante è la sincronia. Ogni intervento rafforza il precedente, ogni voce aggiunge uno strato emotivo. E quando l’orchestra suona all’unisono, il pubblico non ascolta più le singole note. Sente solo la musica della propaganda che fraintende per il reale.

Il quadro ora è quasi completo. Manca il megafono ufficiale: il retweet di Elon Musk con i suoi… 234 milioni di utenti! L’equivalente nucleare della bomba della comunicazione.

Ma insomma è vero che il Labour sta distruggendo i documenti dei tribunali? vi chiederete adesso.
Naturalmente no. Il governo britannico NON ha ordinato la distruzione degli archivi giudiziari.
Nessun archivio sarà distrutto.
Quello che verrà rimosso è un archivio sperimentale lanciato nel 2021 che consentiva un accesso diretto alla stampa senza dover passare per canali formali.
La decisione di rimuovere il database nasce da violazioni della privacy. La stampa mantiene accesso ai dati sui tribunali dei magistrati tramite canali tradizionali come CourtServe e richieste dirette agli uffici HMCTS: https://www.gov.uk/guidance/access-hmcts-data-for-research
E certo, in normali circostanze, sarebbe naturale chiedersi se questa decisione fosse proprio necessaria. Naturale che se prima alla stampa bastava un click, ora ci vorrà un po’ più di tempo (come nel resto del mondo, d’altronde). Ma qui siamo ben oltre le normali circostanze: siamo nella più totale area della mistificazione.
E che importa la verità quando combatti una guerra ibrida per tentare di rovesciare un governo democraticamente eletto?
A quel punto il resto della claque può partire. Non c’è più bisogno di aggiungere nulla: la suggestione ha già fatto il suo lavoro.
Ed ecco che arriva puntuale, il principe della diffusione delle fake news, Basil the Great, che spunta ogni volta che ne viene lanciata una:

E “lo sciacallo” (nome perfetto), anche lui, un cavallo rampante della scuderia Musk/Lowe.

Tempo adesso di portare in scena dei testimonial.
Arriva addirittura John Cleese, uno dei più grandi comici viventi, intendiamoci, ma anche piuttosto estremista:

Poi serve l’assolo dell’influencer che non accusa, non implica, pone solo una domanda allusiva a quanto il resto dell’orchestra sta suonando:

Usa la parola “shredding” che il giorno prima aveva usato Mario Nawfal, e il riferimento ai “court transcripts” a cui faceva rifermento il Telegraph per creare la sensazione che esiste la distruzione addirittura materiale di documenti (neanche dei data, proprio delle scartoffie) e che sono fascicoli dei trubunali,
Mancano solo delle voci politiche e anche una donna, suvvia ci vuole.
E allora arriva Annunziata Rees- Mogg, figlia di William Rees-Mogg, l’uomo che ha scritto “L’individuo sovrano”, il libro preferito di Peter Thiel (non sembra un circolo vizioso, lo è) e sorella di Jacob Rees-Mogg uno degli artefici della Brexit, compagno di scuola a Eton di Boris Johnson, David Cameron e Nigel Farage.
Chi è che parlava di élite e di complotti?

Arrivati alla sera di martedì… il colpo di scena! Rupert Lowe ha addirittura raccolto 50 mila firme per una petizione per impedire… la distruzione di documenti che nessuno ha intenzione di distruggere!!!

Ma ormai la verità non conta più. La macchina mediatica ha già fatto il suo lavoro: suggerendo, accostando, lasciando spazi vuoti che il pubblico ha riempito da solo. Un camion per lo shredding diventa “distruzione di prove”. Una revisione amministrativa diventa “insabbiamento”. Un’ipotesi diventa un’emergenza morale. E infine arriva l’atto performativo: la petizione. Non serve a fermare un fatto reale, ma a rendere reale una percezione.
Tutto è orchestrato per farlo sentire vero. L’immagine fornisce l’impatto emotivo, l’articolo fornisce la rispettabilità, l’influencer fornisce l’indignazione, il politico fornisce la legittimazione. Ognuno fa la sua parte.
Sempre gli stessi account.
A quel punto, la petizione non è più una richiesta, ma una prova retroattiva. Se 50 mila persone firmano, allora “qualcosa” deve pur esserci. La percezione diventa argomento. Il sospetto diventa fatto politico. E la smentita arriva sempre dopo, quando l’emozione si è già sedimentata.
Questa è la forza della macchina: non ha bisogno che la storia sia vera. Le basta che sia credibile abbastanza, ripetuta abbastanza, visualizzata abbastanza. Una volta messa in moto, procede per inerzia. E quando ci si accorge che l’oggetto della mobilitazione non esiste, il danno è già stato fatto.
Il governo di Keir Starmer, democraticamente eletto, viene attaccato in questo modo in maniera sistematica. Non episodicamente, non per singoli errori o decisioni controverse, ma come pratica quotidiana. A colpi di fake, suggestioni, montaggi narrativi e orchestrazioni mediatiche che si susseguono senza soluzione di continuità, giorno dopo giorno, fin dal luglio 2024, praticamente dal momento stesso dell’insediamento.
È un’erosione costante della legittimità, costruita non sull’argomentazione ma sulla percezione. Ogni fatto viene piegato, ogni immagine caricata di un significato ulteriore, ogni ambiguità sfruttata fino in fondo. L’obiettivo non è dimostrare qualcosa, ma insinuare tutto.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si lancia un sospetto, lo si ripete da più voci, lo si accompagna con un supporto visivo o emotivo, e poi lo si traduce in gesto politico o mobilitazione “popolare”. A quel punto la realtà dei fatti diventa secondaria. Ciò che conta è che l’idea attecchisca, che resti nell’aria, che continui a produrre sfiducia anche quando viene smentita.
È una pressione costante, logorante, che non mira a far cadere un governo con un colpo solo, ma a renderlo permanentemente delegittimato. A far passare il messaggio che nulla di ciò che fa è pulito, che tutto è sospetto, che dietro ogni atto amministrativo si nasconde un disegno oscuro. Una strategia che non ha bisogno di vincere una battaglia definitiva, perché si nutre della ripetizione.
Ed è proprio questo l’aspetto più preoccupante. Non il singolo attacco, ma la normalizzazione dell’attacco. Quando la disinformazione diventa rumore di fondo quotidiano, smette di sembrare eccezionale e diventa parte del paesaggio. È lì che il danno si sedimenta. Non tanto nelle convinzioni, quanto nell’erosione lenta e continua della fiducia nelle istituzioni democratiche stesse.
Inevitabilmente, un governo sottoposto a una pressione costante di questo tipo finisce per perdere lucidità. È costretto a operare in uno stato di allerta permanente. La concentrazione si frammenta, le energie vengono deviate, le priorità si spostano. Invece di governare, si è obbligati a rispondere, chiarire, smentire, difendersi.
In questo clima, l’errore diventa più probabile. Le decisioni vengono prese in reazione, non per visione. Si cambia direzione per tamponare, si rinvia per evitare un nuovo fronte, si corregge in corsa per placare una tempesta mediatica. Il tempo lungo della politica viene schiacciato dal tempo breve della crisi continua.
La pressione esterna, poi, finisce per riflettersi all’interno. Le accuse costanti alimentano sospetti, irrigidiscono i rapporti, favoriscono lotte intestine. Ogni scelta diventa un potenziale punto di frizione, ogni errore un’arma nelle mani dell’avversario. La coesione si indebolisce, la fiducia interna si consuma, e il dibattito si sposta dalla sostanza alla gestione del danno.
È un logoramento progressivo. Non serve dimostrare che le accuse siano vere: basta costringere chi governa a muoversi sempre sulla difensiva.
Ma chi paga davvero? Keir Starmer?
No.
Paga il popolo britannico.
Perché una democrazia sotto assedio informativo non funziona peggio per colpa di un singolo leader, ma perché viene sottratta ai cittadini la possibilità di valutare e giudicare i fatti. La pressione continua, l’insinuazione costante, la delegittimazione preventiva non colpiscono il governo in carica ma chi quel governo lo ha scelto alle urne, dandogli un mandato di cinque anni.
Questa guerra ibrida che Elon Musk – in complicità con l’estrema destra britannica – sta combattendo non è contro Starmer, ma contro il popolo britannico che quel governo lo ha votato.
L’obiettivo è insediare uomini a lui graditi, che promuoveranno politiche gradite ai technocrati, i quali – ricordiamolo – erano tra i più stretti collaboratori di Jeffrey Epstein.
Musk che in quei file viene nominato centinaia di volte.
E allora lo ripeto, come scrissi tempo fa:
Epstein è morto, ma gli uomini che ha piazzato sono ancora lì.

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Cercando di dare senso all’operato recente del biondocrinato Manchurian Candidate, cui prodest l’indebolimento di Starmer??
Forse, e lo dico esprimendo una personalissima posizione, dato che la sparata sulla Groenlandia non ha sortito effetto ma avendo sempre l’obiettivo di ridurre il peso strategico di un partner (UE), come posso agire per ridurre il suo (dell’UE) ruolo politico-economico per trarne profitto??
Dare il colpo di grazie al paese (UK) prima che si venga a consolidare, nella società e nella politica, la volontà di ri-avvicinamento alla UE. Permetterebbe di rendere succube un ex alleato e magari ridimensionare la UE anche a vantaggio di #luridoputin
Tutto giusto riportare cosa dichiarano i movimenti estremisti populisti e i personaggi legati ad esso, ma possiamo dire che è sempre successo questo bombardamento informativo da parte di certe fazioni politiche e sociali.
La propaganda di parte e da parte dell’opposizione in politica è sempre avvenuta, solo che oggi ci sono molteplici mezzi di informazione e comunicazione immediati con cui interagire in tempo reale e questo non nego che possa essere un grosso problema di sviamento e manipolazione dei fatti e delle informazioni corrette verso chi non ha gli strumenti e le conoscenze adatte per definire le giuste notizie.
Ma chi ha già scelto di seguire certe fonti, ha una predisposizione culturale verso un certo modo di pensare e agire, e quindi è inutile pensare di farli ragionare nella maniera corretta. Semplicemente hanno le stesse caratteristiche di coloro che inventano e diffondono certe informazioni.
Il resto delle persone che non si rispecchiano in loro sa già che è inutile seguire e tentare di dialogare con costoro, e la cosa giusta è tenersi alla larga da certi cantastorie e ingannatori seriali.
E’ lo stesso metodo della nostrana propaganda putiniana, con i suoi personaggi all’apparenza autorevoli e certi media compiacenti. Chi ha una certa esperienza con un certo tipo di propaganda sa già che devono rimanere nell’oblio senza dare ulteriore visibilità gratuita.
Poi non facciamoci ingannare dai numeri dei like e delle visualizzazioni del social X: la maggior parte sono bot, viene così manipolato il numero reale del vero seguito dei veri o presunti utenti e dando una percezione sovradimensionata di ciò che realmente sono e hanno.
Insinuare, ipotizzare, chiedersi…lo stesso subdolo metodo usato da Report qui da noi
A perderci non è solo il popolo britannico, una Gran Bretagna in crisi indebolisce pericolosamente il fronte europeo anti-Putin. Rientra anche questo negli obiettivi di Musk?
Certo, è un effetto domino.
Colpire nel punto che reputi critico (la pietra agolare) di un sistema da abbattere, rende più facile il lavoro….