
All’ultima edizione dei Grammy Awards, tenutasi il 1° febbraio, numerose sono state le prese di posizione da parte dei musicisti saliti sul palco. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, esse riguardavano quasi esclusivamente l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), per i metodi controversi adottati sotto la presidenza di Donald Trump per contrastare l’immigrazione illegale.
Tuttavia, sia in quell’occasione che in seguito, diversi artisti di fama mondiale sono rimasti in silenzio per quanto riguarda le proteste in Iran contro il regime e il massacro di decine di migliaia di manifestanti. E questo nonostante nel 2023, proprio ai Grammy, fosse stato premiato “Baraye”, brano del musicista iraniano Shervin Hajipour, divenuto una delle canzoni simbolo delle proteste scoppiate nel 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Amini.
Questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare di quando artisti di successo adottano due pesi e due misure quando vogliono apparire politicamente impegnati: sempre pronti a contestare l’Occidente e Israele, molto più raramente quando c’è da condannare l’Iran e Hamas. Tuttavia, non mancano le eccezioni virtuose di coloro che invece adottano posizioni di nicchia, pur sapendo che queste non portano gli stessi consensi di quelle abbracciate dalla cultura mainstream.
David Draiman, metallaro per un Iran libero
Chi non si è fatto problemi a dire ciò che pensa è il cantante americano David Draiman, frontman del gruppo metal Disturbed. Come riporta il quotidiano “Il Foglio”, in un video circolato sui suoi profili social Draiman ha detto: “Dopo aver visto i Grammy Awards sono rimasto deluso dal fatto che nessuno abbia deciso di dire nulla su ciò che sta accadendo in Iran. Sul fatto che decine di migliaia di persone innocenti siano state massacrate, fucilate dopo le proteste nei letti d’ospedale, braccate senza pietà, represse. Dovreste essere contro la repressione, a favore della libertà e dei diritti umani, giusto? Non c’era una sola voce a nome del popolo iraniano? Lo farò io”.
Tra coloro che sono saliti sul palco e che hanno preso posizione contro la politica americana figura anche la cantante Billie Eilish, che in precedenza ai Premi Oscar aveva indossato una spilla rossa raffigurante una mano insanguinata, simbolo contro Israele. Curiosamente, nel suo discorso ai Grammy ha detto che “nessuno è illegale in una terra rubata”, ma in seguito è emerso che la sua villa da 14 milioni di dollari sorge su un terreno che in precedenza apparteneva ai Tongva, una tribù di nativi americani, i quali hanno incaricato uno studio legale di rivendicare il terreno.
“Ma non è riuscita a trovare il coraggio di dire una parola a nome del popolo iraniano nel momento del suo più grande bisogno?”, ha chiesto Draiman. “Coloro che si trovano in un’alleanza inaspettata con il regime iraniano, pensando che il loro sostegno solidale sarà ricompensato con diritti e libertà, farebbero bene a ripensare a ciò che è accaduto a persone come loro quando i mullah hanno preso il potere. O alle migliaia di cristiani massacrati e presi in ostaggio dagli islamisti radicali in Africa. O alle donne afghane, private di tutte le libertà conquistate con il sangue delle truppe americane. Dove sono le campagne e le marce per queste vittime dell’intolleranza? Perché non ci sono spille per loro?”.
Draiman ha concluso dicendo: “La signorina Eilish e le sue amiche non sono coraggiose. Il coraggio è quello di restare soli, di difendere ciò che è giusto quando il pubblico non ti applaude”.
Camila Cabello, voce contro la dittatura cubana
Se sul Medio Oriente il doppiopesismo della maggioranza delle celebrità occidentali è evidente, sull’America Latina lo è ancora di più, in particolare su Cuba e Venezuela. Dopo che per decenni una larga fetta delle sinistre occidentali ha idolatrato il castrismo e il chavismo, fino alla deposizione di Maduro da parte degli americani, in molti hanno scelto il silenzio sulle situazioni umanitarie catastrofiche nei due Paesi.
Chi invece, anche per ragioni familiari, non ha voluto restare in silenzio è la cantante Camila Cabello, nata a Cuba e oggi residente negli Stati Uniti, nota soprattutto per il suo singolo del 2017 “Havana”. Sulla sua pagina Instagram ha recentemente denunciato la situazione nel suo Paese natale: “Ho ancora la famiglia sull’isola, a cui mandiamo cibo, medicine e vestiti. Ci sono stati 67 anni di dittatura fallimentare e regime oppressivo”.
Ha anche aggiunto: “Il popolo cubano soffre in una camera d’eco nella quale nessuno può sentirlo, perché parlare vuol dire rischiare la propria vita. Molta gente soffre la fame, cerca cibo nelle discariche, e l’unico modo per sopravvivere è avere parenti che ti mandano scatole di medicine, perché nemmeno gli ospedali ne hanno. […] Quando le persone hanno protestato pacificamente, sono sparite o sono state messe dietro le sbarre, anche giovani fino a 13 anni. Questa è una realtà in cui postare online può costarti la vita. La gente cubana ha vissuto senza dignità e senza speranza per troppo tempo”.
Ha spiegato come questa situazione spinga molti ad emigrare, come la sua famiglia: “Non c’è da stupirsi che così tanti cubani si siano gettati nelle acque infestate dagli squali, facendo barche con bastoni e copertoni d’auto, rischiando la loro vita per la libertà”.

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Concordo pienamente con il suo articolo. Un’analisi necessaria, che mette a nudo l’ipocrisia del “filtro selettivo” applicato dalla sinistra, soprattutto quella europea, e da certo attivismo da red carpet. È grottesco osservare come, per molti, la solidarietà sia diventata una questione di estetica ideologica: esistono dittature “di serie A”, da contestare per ottenere applausi, e dittature “di serie B”, come quella venezuelana o cubana, protette da un vecchio romanticismo tossico che preferisce il silenzio alla verità. Mentre nei salotti di Parigi o Roma ci si indigna per un tweet, a Caracas la democrazia muore dentro uno smartphone: finire in cella per l’”Operación Tun Tun” a causa di un messaggio WhatsApp critico verso Maduro non è “resistenza”, è distopia pura. Eppure, la miopia di molti artisti e politici rimane incurabile; forse perché ammettere il fallimento di quel “paradiso” significherebbe stracciare i poster rivoluzionari della propria giovinezza. Il coraggio non è sfilare ai Grammy con una spilla coordinata all’abito, ma dare voce ai musicisti venezuelani che hanno dovuto barattare la propria terra con l’esilio pur di non trasformare la propria arte in un megafono di regime. Se la libertà d’espressione diventa un menù alla carta e la solidarietà si ferma dove inizia la tessera di partito, non si è difensori dei diritti umani: si è solo complici con una bella playlist. Il vero coraggio, come dice Draiman, è difendere ciò che è giusto anche quando il pubblico del mainstream decide di non applaudire.