1 ha pensato a “Musicisti per la lotta contro le dittature, dall’Iran a Cuba

  1. Concordo pienamente con il suo articolo. Un’analisi necessaria, che mette a nudo l’ipocrisia del “filtro selettivo” applicato dalla sinistra, soprattutto quella europea, e da certo attivismo da red carpet. È grottesco osservare come, per molti, la solidarietà sia diventata una questione di estetica ideologica: esistono dittature “di serie A”, da contestare per ottenere applausi, e dittature “di serie B”, come quella venezuelana o cubana, protette da un vecchio romanticismo tossico che preferisce il silenzio alla verità. Mentre nei salotti di Parigi o Roma ci si indigna per un tweet, a Caracas la democrazia muore dentro uno smartphone: finire in cella per l’”Operación Tun Tun” a causa di un messaggio WhatsApp critico verso Maduro non è “resistenza”, è distopia pura. Eppure, la miopia di molti artisti e politici rimane incurabile; forse perché ammettere il fallimento di quel “paradiso” significherebbe stracciare i poster rivoluzionari della propria giovinezza. Il coraggio non è sfilare ai Grammy con una spilla coordinata all’abito, ma dare voce ai musicisti venezuelani che hanno dovuto barattare la propria terra con l’esilio pur di non trasformare la propria arte in un megafono di regime. Se la libertà d’espressione diventa un menù alla carta e la solidarietà si ferma dove inizia la tessera di partito, non si è difensori dei diritti umani: si è solo complici con una bella playlist. Il vero coraggio, come dice Draiman, è difendere ciò che è giusto anche quando il pubblico del mainstream decide di non applaudire.

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