


Il pluralismo liberale non coincide con il multiculturalismo: il primo nasce da una tradizione di tolleranza, il secondo pretende di progettare la convivenza ignorando conflitti, reciprocità e valori comuni. Da questa confusione derivano disgregazione sociale, polarizzazione e nuove utopie pericolose.
Le società aperte si fondano sul pluralismo, tanto che i due concetti possono sovrapporsi: una società aperta è una società pluralista, e viceversa. Ma è bene intendersi sul significato delle parole, soprattutto nell’era postmoderna che, da Foucault in poi, non ha smesso di considerare il linguaggio una forma di violenza al servizio di un potere occulto, pervasivo e inafferrabile, come “La cosa” di John Carpenter (A. Minuz).
Pluralismo non significa solo presenza di diversità sociali e politiche. Molteplicità culturali che il pluralismo è certamente chiamato a rispettare, dando consistenza alla società aperta quale frutto dell’ordine spontaneo di una società di diversi, che il più delle volte è preesistente.
Il pluralismo, infatti, non è mai stato — a differenza del multiculturalismo — un progetto. È il frutto di una tradizione politica che si è andata consolidando lungo il tormentato e tragico movimento della storia.
Poiché il mare nel quale nuotiamo è quello liberale e democratico, il pluralismo può essere considerato tale solo se codificato e percepito come un valore. È in questa dimensione che il dissenso, il confronto e lo scontro tra opinioni diverse non sono considerati limiti ma fattori che integrano e qualificano l’ordine politico-sociale. Che è una delle cifre identitarie delle comunità occidentali.
Il pluralismo, poi, presuppone ed esige tolleranza. Rifiuta, invece, ogni forma di fideismo o fanatismo che minerebbe le basi della convivenza democratica. Tollerare non significa essere relativisti o indifferenti. Chi tollera crede nel proprio sistema di valori, solo che riconosce agli altri lo stesso diritto, anche se ritiene le credenze altrui sbagliate.
Al “tollerante” manca, insomma, la volontà di annichilire l’altro, il diverso da sé.
Una società pluralista richiede anche che lo Stato sia separato dalla Chiesa. È il processo di secolarizzazione che ha reso a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare, lasciando alla società civile i necessari spazi di autonomia sia dall’autorità politica sia da quella religiosa.
Un modello tutto occidentale che l’Islam non concepisce e rigetta, e che è completamente sconosciuto in molti Paesi se non continenti.
Per una macabra contraddizione, di cui solo l’Occidente può essere vittima, l’11 gennaio del 2015 due milioni di persone sfilano a Parigi contro uno dei più spaventosi e brutali gesti d’intolleranza: l’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo”, lungo il boulevard intitolato a Voltaire, l’autore del “Trattato sulla tolleranza”.
Eppure, anche in quella rara e buia giornata di commozione, dopo il risveglio dall’orrore della strage per mano di integralisti islamici, il corteo non mancherà di emulare il sequel woodstockiano del “peace and love”, intonando all’unisono il canto del sublime inno di John Lennon, Imagine.
Testimonianza universale e senza tempo dell’utopia di un modello di convivenza capace di eliminare alla radice tutte le cause della violenza. Il brano è divenuto nel tempo l’emblema del pacifismo fatto di slogan astratti, ed è stato incorporato dal politicamente corretto che lo usa come collante sentimentale e propagandistico.
È l’approccio tipico dei pacifisti: “Si limitano ad affermare che se solo gli uomini si amassero l’un l’altro, si potrebbe fare a meno di tutte le complesse, e talvolta orribili, realtà dell’ordine politico. Non vedono che il loro ‘se’ pone il problema più elementare della storia umana” (così il teologo Reinhold Niebuhr in “Realismo cristiano e potere politico”).
Il fatto è che, anche in una società aperta, la tolleranza non può essere illimitata. La risposta al quesito fu data, in tal senso, già da Milton e Locke, e poi da Popper. Non possiamo tollerare ciò che danneggia i singoli e la collettività, fornendo sempre le dovute spiegazioni al riparo dalle varie forme di dogmatismo. E non possiamo tollerare senza la condizione della reciprocità: se tolleriamo, vogliamo essere tollerati.
I principali problemi sorgono con gli africani e gli arabi, in particolar modo se islamici. Se è vero che esiste un Islam aperto al dialogo e ragionevole, la prospettiva del mondo islamico rimane teocratica e non concepisce la separazione tra la dimensione politica e quella religiosa. Un elemento fondante della civiltà occidentale.
Senza considerare che la legge coranica non considera l’individuo come soggetto titolare di diritti universali e inviolabili. Per tali motivi non reputiamo gli islamici dei miscredenti. È vero anche il contrario? O gli islamici considerano gli occidentali alla stregua di “infedeli”?
Sono considerazioni che ci inducono a porre la questione — esiziale — che si sta inverando: una democrazia dovrebbe permettere l’elezione di un candidato che propugnasse un programma politico all’insegna della shari’a, rifuggendo dalla libertà e laicità occidentali considerate pericolose devianze?
Per il “multiculturalista” il problema è marginale. Lui è ammaliato dalla visione del mondo fatta di dogmi e feticci, tra i quali il taumaturgico, infallibile gemellaggio tra culture diverse. La sua, sulla scia della brodaglia postmoderna e dell’attivismo della Social Justice, è una fideistica crociata per rendere il mondo più giusto e inclusivo.
Non gli passa per la testa di aver contribuito a configurare, in tal modo, il manifesto di una “nuova intolleranza”, questa volta occidentale. E, ancor peggio, di aver fornito all’estrema destra populista il propellente ideale per alimentare la peggior retorica nazionalista.
Vediamo di fare un passo indietro per rintracciare le origini del fenomeno.
Ancora dopo la Seconda guerra mondiale reggeva l’idea che l’Europa, con la sua travagliata storia e il bagaglio di valori e conquiste che ne sono scaturite, fosse il nucleo originario del progresso e della civiltà. Gli altri avrebbero dovuto confluire, in qualche modo, verso il modello europeo realizzando la miglior armonia e compatibilità possibili.
Nel periodo a cavallo tra la Guerra fredda e l’avvio della globalizzazione tale concezione si è andata sbriciolando sotto l’implacabile azione di potenti mole culturali.
Per motivi che non possono essere qui approfonditi, gli occidentali non solo hanno rinunciato all’idea di essere un riferimento valoriale per il resto del mondo, ma sono giunti a ripudiare la loro storia trasformandola in un definitivo atto d’accusa contro se stessi. È la vergogna di sé dell’Occidente (Pascal Bruckner, “La tirannia della penitenza”).
Il fenomeno è ancora in auge, ed è così vigoroso e pervasivo che se si afferma il proprio senso di appartenenza alla tradizione liberale e democratica, gli agenti della polizia del pensiero politically correct della variopinta galassia di sinistra non esitano a formulare le accuse di imperialismo culturale, di etnocentrismo, o di razzismo.
La condanna è l’esposizione al pubblico ludibrio e all’emarginazione — per lo meno nelle intenzioni.
Quello che si è affermato nel mondo intellettuale e della politica è un relativismo culturale che rifiuta a priori l’idea di una tassonomia sociale, di valori e di costumi. Il multiculturalismo è figlio di tale visione: il vero progresso sta nel costruire società nel cui grembo coesistono fianco a fianco culture diverse, anche agli antipodi, che trovano il modo di integrarsi con il dialogo senza che nessuna di esse prevalga sulle altre.
Ciò vale anche per la società globale aperta, che deve essere fluida e fondata sulle contaminazioni.
Il “multiculturalista” tralascia l’intuizione di Ennio Flaiano: “se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più”.
È questa la nuova “hybris” che, nel plasmare il “mito” del multiculturalismo quale nuova frontiera del progressismo, ha riconsiderato in chiave onirica i fenomeni migratori.
Mentre prima erano il frutto dell’evoluzione di particolari dinamiche socio-economiche storicamente e geograficamente circoscritte, da gestire valutando gli impatti sui Paesi d’origine e di arrivo, adesso diventano eventi provvidenziali da assecondare, e forse anche incentivare, per pervenire al definitivo superamento del modello occidentale a favore di una società globale senza più radici.
Per l’integrazione multiculturalista le diversità culturali e di principi, anche se difficilmente conciliabili, non devono costituire un ostacolo. Anzi, proprio per ciò questi mondi così diversi devono integrarsi con la progressiva erosione degli ordinamenti interni nazionali e degli stessi confini, in modo da disincentivare i conflitti e ridurre le diseguaglianze.
Shangri-La rimane nell’Iperuranio, nel frattempo bisogna avere la longanimità di sorbirsi gli effetti collaterali dei “piccoli” incidenti di percorso dell’imperitura mania di progettare a tavolino il progresso sociale e morale delle società, che dovrà dare senso alla democrazia rappresentativa in balia del capitalismo.
La realtà è una fantasia paranoica che è meglio ignorare perché, nonostante il fallimento del marxismo — o proprio per questo —, è quasi sempre il legno storto della storia.
Il catechismo multiculturalista ha così plasmato le politiche per l’immigrazione degli ultimi decenni di molti governi occidentali. È stato così per i Paesi anglosassoni, la Germania, i Paesi nordeuropei e scandinavi.
Negli Stati Uniti, in quanto meta primaria di immigrazione, la convivenza tra diverse etnie ha destato problemi non così radicali. Anche se, negli ultimi anni, nell’America delle metropoli delle zone costiere, quella parte del Paese progressista che vota democratico, con più immigrati, le tensioni sociali sono cresciute sino a sancire anche la crisi del melting pot americano.
In genere, con l’esempio principale del Regno Unito, la chimera della società multiculturale è stata catapultata a terra realizzando delle vere e proprie “enclaves” etnico-culturali, all’interno delle quali le diverse comunità hanno potuto custodire gran parte dei propri usi e costumi.
Le norme unificanti, valide per tutti i gruppi, hanno rasentato il minimo sindacale.
Con l’andare del tempo, queste “aree franche” — soprattutto quando popolate da comunità islamiche — sono degradate in spazi dove i principi di convivenza dei Paesi ospitanti vengono ignorati, se non guardati con ostilità.
Inoltre, essendo soggette a forme blande di controllo politico e amministrativo degli Stati, sono state utilizzate con una certa facilità dal terrorismo integralista islamico sunnita — Al Qaeda e Isis — come rifugio e base di reclutamento dei combattenti da impiegare per i barbari attacchi alla civiltà occidentale.
Non è andata diversamente nemmeno in Francia, dove si è tentata l’integrazione tramite la creazione di spazi laici non contrassegnati da caratteri etnici, culturali e religiosi, cercando di favorire un unico senso di appartenenza repubblicana.
Nonostante ciò, in molte comunità — ancora una volta, soprattutto islamiche — sono cresciuti sentimenti di estraneità e di astio nei confronti del Paese ospitante, che hanno alimentato le violente rivolte scoppiate nelle banlieue delle grandi città, oltre che favorito l’affiliazione, anche tra immigrati di seconda e terza generazione, alle organizzazioni terroristiche islamiste. La Francia vanta il triste primato del maggior numero di terroristi.
Tali drammatici effetti non hanno mancato, ovviamente, di suscitare forti paure e senso di spaesamento nelle opinioni pubbliche con tanto di reazioni politiche di pari intensità ideologica, ma di segno contrario.
La vittoria del Leave sulla Brexit — per la quale hanno avuto una significativa rilevanza i flussi migratori dai Paesi dell’Est europeo — e la duplice elezione di Trump alla Casa Bianca sono solo due esempi della nuova, altrettanto preoccupante, direzione imboccata.
L’incapacità delle classi politiche di contenere la portata degli effetti dell’immigrazione — non da ultimo di quella clandestina — ha creato allarme e insofferenza in ampi settori delle società europee e nordamericane, alimentando la crescita di movimenti sovranisti che hanno fatto della lotta all’immigrazione clandestina, e del severo contenimento di quella regolare, il loro vessillo neo-nazionalista.
La nuova parola d’ordine in materia è “remigrazione”, nel senso di rimpatri forzati — che nella versione più dura diventano espulsioni di massa — di stranieri irregolari, che può arrivare a includere, in alcuni programmi estremisti, anche l’allontanamento su base etnica o culturale di cittadini residenti fino alle seconde o terze generazioni.
Un rimedio che persegue un’altra utopia: cancellare, agendo sul piano normativo, le differenze etniche nelle società moderne.
Il mito multiculturalista, come tutti i miti che fuggono dalla realtà e dalla storia, in questo caso per confluire nella nuova “metafisica” della “consapevolezza delle ingiustizie sociali”, si è dissolto alla prova dei fatti.
Non ha prodotto integrazione. Al contrario è stato foriero di disgregazione sociale, forte polarizzazione politica, e ha minato il senso di appartenenza e di sicurezza delle comunità nazionali.
Quando si ha l’ardire di portare l’Eden sulla terra, incombe sempre il serio rischio di trasformare la terra in un inferno.
Si è verificato quanto paventato da Giovanni Sartori all’inizio del nuovo millennio (“Pluralismo, multiculturalismo ed estranei” — Superbur Saggi), che metteva in guardia circa i rischi del multiculturalismo a buon mercato.
Sartori sottolineava che il multiculturalismo non è una automatica prosecuzione del pluralismo, ma può trasformarsi, invece, nella sua negazione.
L’ideologia multiculturalista non persegue, infatti, una reale integrazione basata sulla condivisione dei principi fondanti dei Paesi ospitanti e di un minimo di usi e costumi comuni, ma, considerando il patrimonio politico, culturale e religioso delle comunità immigrate come un monolite intangibile, di pari valore di quello occidentale — distruggendo la nozione stessa di valore —, realizza di fatto una “disintegrazione multietnica”.
Da questo punto di vista il multiculturalismo “è un diversificio che fabbrica diversità, visto che si adopera a visibilizzare le differenze, a intensificarle, e così anche a moltiplicarle”, realizzando “lo spezzettamento della comunità pluralistica in sottoinsiemi di comunità chiuse e omogenee”.
Laddove il pluralismo tende a “smorzare” le identità diverse, configurando una società aperta fatta di appartenenze multiple.
Riponiamo, allora, la questione: fino a che punto le società occidentali possono accogliere “nemici culturali” che le rifiutano senza rischiare di disgregarsi? E, ancora una volta, il problema non riguarda allo stesso modo tutti gli immigrati, perché le difficoltà maggiori le pone l’immigrato di cultura teocratica e non chi accetta la dimensione laica della convivenza democratica.
A fronte di ciò il mondo progressista continua a perorare la causa multiculturalista, ridisegnando un compito politico senza senso e dimostrando, oramai, di non avere la capacità di pensare al di fuori di una prospettiva relativistica che genera disorientamento etico e vuoti di responsabilità.
La grande colpa della sinistra progressista sta nell’abbandono del suo storico punto di ragione e di forza: il liberalismo. Perché è proprio sul liberalismo che poggiano le democrazie occidentali.
Piuttosto che allinearsi con la modernità, la sinistra ha scelto di allearsi con il postmodernismo, che rifiuta verità obiettive come fossero fantasie infantili.
Qualunque sarà il futuro delle politiche sull’immigrazione, dovrebbero essere tutte fondate su un imprescindibile assunto: non si indietreggia di un millimetro rispetto alle conquiste di civiltà delle comunità occidentali.
La società liberale è quella che assicura i più elevati livelli di libertà, sicurezza e giustizia che l’umanità abbia mai conosciuto. Rinunciare a questo prezioso lascito, che mette al riparo gli uomini dal dispotismo e dalla tirannia, sarebbe il nostro cupio dissolvi.
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Approvo senza ombra di dubbio la seguente affermazione: “Qualunque sarà il futuro delle politiche sull’immigrazione, dovrebbero essere tutte fondate su un imprescindibile assunto: non si indietreggia di un millimetro rispetto alle conquiste di civiltà delle comunità occidentali.”
Ma non dovremmo credere al presupposto che “le Culture” siano un fenomeno statico: in tempi più o meno lunghi il contatto fra culture diverse produce cambiamenti.
Ciascuna cultura si struttura come un esoscheletro che fissa rigidamente la direzione di crescita dei comportamenti collettivi ed individuali, ma questa rigidità è destinata ad infrangersi contro l’evoluzione fra le generazioni e nella diffusione della percezione dei vantaggi delle culture che riconoscono autonomia e libertà alle singole persone.
Questa riflessione sembra in contraddizione con quanto accade nelle seconde o terze generazioni di immigrati che riscoprono le radici originarie e si battono per la loro riaffermazione. Ma dovremmo chiederci quanto le discriminazioni nei confronti delle nuove generazioni di “diversi” abbiamo loro precluso l’accesso alle “conquiste delle comunità occidentali” costringendole a ricercare e promuovere un proprio “valore” riscoprendolo in una mitizzata età dell’oro della cultura di origine. E quanto le politiche “anti-immigrazione” impediscono una reale integrazione? “Integrazione” è il concetto che sta agli antipodi di “multiculturalismo”. Se gli immigrati li rinchiudiamo in mega ghetti piuttosto che distribuirli a piccoli gruppi in micro comunità, aiutandoli ad apprendere la lingua del paese ospitante, li spingiamo a ricreare enclave su base etnica… che saranno poi preda di chi esalta le culture di origine.
Ho a lungo creduto nel multiculturalismo,fine anni 90 sono emigrata, ,per un petiodo, con regolari permessi di residente permanente, in Canada, con mio marito, un cittadino americano.Quindi ho vissuto quella esperienza in mezzo ai rifugiati politici da tutto il mondo e quel sistema mi sembrava ottimo e anche adesso lo penso.
Ora però ho cambiato un po’ idea, anche in virtù del fatto che mio marito è ebreo e abbiamo amici,uno inglese in particolare, amico da sempre,che gli chiede insistentemente di “prendere posizione ” rispetto alla Palestina, per esempio e questo episodio mi ha colpito ,nel.senso che non me lo aspettavo da lui che sa perfettamete
quanto aperto è mio marito e quanto disponibile è sempre stato verso tutti, ma non è bastato, è diventato solo “ebreo”e invece quanto influenzabile é stato lui, e mi rendo conto che quella concezione multiculturale è superata, noi due siamo stati in mezzo a espatriati e rifugiati e immigrati per tutta la vita ma ,specialmente io, sono convinta che dobbiamo difendere, in primis, la nostra concezione di Stato Laico, Italia ,Stati Uniti o Israele che sia.
Grazie per l’interessante articolo
Rosaria, grazie a lei per la lettura e per la sua toccante testimonianza!
La realtà, pura e semplice, è che non esiste una società multiculturale. Non è mai esistita, perché dove c’è più di una cultura in breve tempo una prende il sopravvento sulle altre e impone su di esse il proprio predominio. È accaduto sempre e ovunque e non può essere diversamente perché è una legge di natura, per lo stesso motivo per cui non può esserci più di un gallo in un pollaio e più di un capobranco in un branco di animali selvatici. Una società multietnica – o multirazziale, come si diceva nei tempi felici in cui non esisteva il politically correct – può esistere benissimo, se le varie componenti condividono la cultura, ma non possono e non potranno mai coesistere gruppi con valori contrastanti.
Un multiculturalismo senza pluralismo e rispetto reciproco non credo possa funzionare.
Sarebbe l’ennesimo capitolo della Storia umana fatta di tragedie dove più culture si scontrano per far prevalere la propria.
Il principio ideologico del liberalismo potrebbe anche essere di sinistra, ma non di questa odierna e soprattutto quella italiana dove prevale lo statalismo, l’accaparramento di risorse fiscali per finanziare programmi sociali insostenibili e il non prendersi la responsabilità di certi eventi per raccogliere consenso.
Per la sinistra odierna perlopiù si tratta di un “liberi tutti”, senza avere delle idee di lungo termine di ciò che si propone vedendo l’effetto che fa e non esercitare controllo e forza delle istituzioni per non turbare troppo certi gruppi preferiti o utilizzabili a fini elettorali.
Come se fare rispettare leggi e diritti in una società civile democratica moderna nei confronti di coloro che non le vogliono seguire perché non abituati o consapevoli dei rischi, venga considerato un’esagerazione.
Totalmente d’accordo. E’ sconvolgente accorgersi della cecità dei finto progressisti, ovvero i conservatori di vario grado, con ideologia di sinistra. Ma la loro incapacità di rinunciare alla visione ideologica del mondo, non gli lascia scampo. Un mondo dominato e forgiato dai cervelli con logica mentale conservatrice, nel quale la competizione per imporre la propria visione ideologica è leitmotiv di tutte la contese politiche. Quello che accadrà è già scritto dalla Storia ed è un film già visto. Ma i conservatori non sono capaci di farne tesoro, ma tendono a ripetere sempre gli stessi errori nell’illusione di riuscire ogni volta ad evitarli.