Un momento delle manifestazioni per commemorare la Navalny (foto Ansa)
C’è un non so che di ipocrita, oltre che di patetico, nell’atteggiamento di quei neogarantisti che oggi chiedono che si attenda prima di parlare di omicidio per la morte dell’oppositore russo Alexei Navalny.
E non parlo di quelli a intermittenza come il leghista Andrea Crippa, secondo il quale è troppo presto per decretare la colpevolezza di un dittatore omicida conclamato come Putin, mentre gli erano bastati 5 minuti per scaricare Ilaria Salis, l’insegnante sotto processo in Ungheria. Ma più in generale dei tanti che invocano l’applicazione, anche in questo caso, del principio di presunzione di innocenza.
Patetico perché non si sa bene cosa si dovrebbe attendere, dal momento che nessuno dotato di un briciolo di onestà intellettuale può seriamente pensare che dall’esame del corpo di Navalny, attualmente sparito, le autorità russe possano far emergere eventuali elementi che le accusano, come conferma il fatto che non sono stati concordati con la famiglia accertamenti congiunti e indipendenti.
Ma poi mi permetto di domandare a costoro, quand’anche si scoprisse in modo inequivocabile che il decesso è avvenuto per un infarto, un’ischemia o un’unghia incarnita, in che modo questo sarebbe rilevante? Per un uomo che è stato avvelenato, incarcerato, privato del diritto di difesa, torturato, umiliato in ogni modo, allontanato dalla famiglia, deportato in Siberia e rinchiuso per 300 giorni in isolamento, come si potrebbe parlare di “morte naturale”?
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