
Certe volte, quando nel tardo pomeriggio Antonio Moresco si trovava in chiesa per la recita del rosario con gli altri ragazzi ospiti della scuola del seminario, invece delle parole in latino delle preghiere recitava i versi di Giacomo Leopardi. Ripetendo sottovoce ciò che il suo animo in quel momento aveva bisogno di ascoltare, invece di sanctificetur nomen tuum, fiat voluntas tua, adveniat regnum tuum… o di sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus…, poteva capitargli di recitare tra sé versi come questi: “Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete… E il naufragar m’è dolce in questo mare”. L’autore aveva scoperto Leopardi quasi per caso, imbattendosi un giorno nell’Infinito mentre sfogliava su un banco di formica l’antologia scolastica, e quel giorno gli parve, per la prima volta, che potesse esserci anche per lui un amico, una compagnia con cui sentirsi felice.
Poi, in un periodo successivo della sua vita, quando abitava ospite di una famiglia in un appartamento dietro una ferrovia, mangiando da solo nelle trattorie a prezzo fisso e camminando da solo per le strade della città, e dalla finestra della sua piccola stanza ammobiliata poteva vedere soltanto un muro, l’autore di questa lettera d’amore trovò in Leopardi un fratello che lo comprendeva, che non lo ingannava, che non gli mentiva e che gli regalava, in mezzo a quella mestizia quotidiana, squarci di una bellezza solida e luminosa. Durante le sue giornate, per lo più indistinguibili le une dalle altre, le parole di Leopardi potevano giungergli da lontano e all’improvviso, e allora la volta celeste, il cosmo, ogni singola vita, la sua irriducibilità, il suo dolore, potevano espandersi trovando espressione in pochi versi. Teneva sempre in tasca il libriccino dei Canti anche mentre camminava, sia di giorno che di notte, confidando che, dopo la sua morte, anche i suoi pantaloni, con quel libriccino ancora in tasca, potessero essere bruciati con lui.
A quel libriccino e al suo autore doveva molto, ma in particolare doveva l’aver appreso che alle illusioni, fondamentali per sopperire alle sorti cui ogni esistenza umana è sottoposta, fanno seguito le stragi d’illusioni. Fin da giovane aveva potuto rendersene conto, quando a vent’anni aveva avuto il coraggio di fare un salto nel vuoto, passando attraverso mille rischi e pericoli e accettando di fare tanti lavori in città diverse. Si era trovato così a passare dalla fabbrica ai tumulti e agli arresti, dalle officine sotterranee alle discariche e ai processi, dalla prigione alla disperazione, fino al crollo di ogni speranza; ma Leopardi gli era sempre stato accanto, consentendogli di diventare quello che sarebbe stato. Da qui l’esigenza sincera e non procrastinabile di scrivergli una lettera per rendere testimonianza della propria gratitudine: anche in questo caso si trattava di rischiare, usando la porticina della corrispondenza letteraria per arrivare fino a lui e potergli parlare non come si fa di solito con il corpo inerte di un monumento della letteratura, ma come si fa con un corpo vivo e uno spirito incarnato, diventando ancor più somigliante a lui e imparando ogni giorno a non allontanarsi dalla verità, sempre scomoda, quel “crudo vero” che Leopardi ci ha insegnato a riconoscere senza contraffarla.
Secondo Moresco viviamo infatti in un’epoca in cui la cultura sembra allergica a questo “crudo vero”, in un’epoca di moralismo diffuso più che di moralità, laddove considera, con Leopardi, il principale fondamento della moralità di un individuo e di un popolo “la stima costante e profonda che esso fa di se stesso, la cura che ha di conservarsela […]. Un uomo senza amor proprio, al contrario di quel che volgarmente si dice, è impossibile che sia giusto, onesto e virtuoso di carattere, d’inclinazioni, costumi e pensieri, se non d’azioni”. Si tratta di un tipo di amor proprio che non ama manifestarsi, condiviso dai grandi scrittori, poeti e artisti di ogni epoca, e che spesso reca con sé anche altri tratti dei loro rispettivi destini. Dante, per esempio, fu cacciato dalla sua città ed esiliato, mentre Leopardi fu imprigionato dentro una “dipinta gabbia” e in un corpo offeso, indotto a trascorrere “una vita raminga in un Paese gretto, clericale, asservito, in cui anche il mondo culturale era privo di libertà e di ardimento”. Perché gli scrittori italiani, osserva l’autore, “hanno sempre il loro Paese addosso, molto più che quelli degli altri Paesi”.
Entrambi, a loro modo, ci hanno mostrato il buio in cui siamo immersi e la determinazione a non conciliarsi con il male del mondo quale unica possibilità eroica di un riscatto spirituale non effimero e non fondato su un’astratta speranza. Un letterato del tempo, che aveva incontrato Leopardi a Firenze durante un ricevimento dato da Vieusseux, lo descriveva come una persona dall’aria gentile, ma con un corpo “alquanto difettoso per altezza di spalle”. Il suo tratto era dolce e modesto, parlava poco, era piuttosto pallido e malinconico. Così doveva sembrare nelle occasioni sociali delle città che ebbe modo di frequentare. Persone come lui erano destinate – allora come oggi, in Italia e all’estero – a essere fatte “oggetto di incomprensione, derisione e scherno”, tanto che quando le Operette morali furono pubblicate, nello stesso anno in cui uscirono I promessi sposi, furono accolte con freddezza, disapprovazione e silenzio: presentate a un premio letterario dell’epoca, arrivarono seconde a pari merito con un libro oggi dimenticato, così come il primo classificato. Mentre opere di Montaigne, Pascal e Nietzsche circolarono rapidamente nei loro mondi culturali, lo Zibaldone di Leopardi arrivò in Italia solo sessantaquattro anni dopo la sua morte.
Questo ritardo si spiega anche ricordando che Leopardi ebbe “contro tutti e tutto: il cattolicesimo bigotto e baciapile, con le sue ideologie provvidenzialistiche e consolatorie; l’ideologia del progresso; il vacuo sentimentalismo e romanticismo italico; l’astrazione che piace e piacerà sempre alle anime belle”. La sua solitudine nel panorama culturale italiano fu quasi assoluta. E non stupisce, perché per quelli come lui è sempre stato così. Moresco sottolinea anche la relazione stretta che, per Leopardi, legava letteratura e filosofia: un po’ come Borges, che considerava la filosofia un ramo della letteratura fantastica, anche Leopardi pensava che le due discipline fossero reciprocamente feconde. Scrive infatti che, per fare progressi notevoli nella filosofia, non bastano sottigliezze d’ingegno e capacità di ragionare, ma si richiede molta forza immaginativa: Descartes, Galilei, Leibniz, Newton e Vico, quanto all’innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti; e, per contro, Omero, Dante e Shakespeare sommi filosofi.
Una delle sue tesi più controverse era che “le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate, se non dagl’illusi”. L’illusione è capitalissima: il mezzo filosofo combatte le illusioni perché è illuso, il vero filosofo le ama perché non lo è. Combattere le illusioni in genere, sostiene, è il segno più certo di un sapere imperfetto e insufficiente, e di una notevole illusione. Oggi come allora ci sono persone che sulle illusioni vivono, e altre che d’illusioni muoiono. E oggi assai più di ieri, osserva Moresco, ci sono “grandi macchine politiche, culturali, editoriali e mediatiche” che vivono e sopravvivono solo su questo, difendendosi e proteggendosi l’una con l’altra, non tollerando l’irruzione di corpi estranei e destabilizzanti. E poi ci sono i posseduti, gli invasati, i fuori posto, gli illusi, il bambino dei vestiti dell’imperatore, la bambina dei fiammiferi… che non si rassegnano e non si arrendono, vivendo un doloroso e atroce scarto col mondo, anche quello della cultura e del pensiero.
L’idea che si possa fare a meno delle illusioni è una somma illusione, una superstizione, così come è stata ed è ancora superstizione l’idea che per uno scrittore la cosa più importante sia trovare il proprio “stile”. Che si tratti di una falsa credenza lo pensava Borges, lo pensa Moresco e lo suggerisce lo stesso Leopardi, secondo cui la presunta necessità di inventarsi uno “stile” è spesso solo ambizione di procurarsi “una patente di riconoscibilità, uno specchietto per le allodole colte, un cartellino del prezzo da esibire”. Come se tutto si esaurisse in questa piccola mossa, come se lo stile fosse una cosa separata e non il portato di qualcos’altro: del pensiero, del trauma, della visione del mondo. La voce vera, quella che arriva da alcuni scrittori, non si improvvisa, non si fabbrica come una nave in bottiglia; sale da zone più profonde e allagate, richiede coraggio per essere ascoltata e riconosciuta, e a volte è lo stesso “stile” ad agire come diaframma.
In questa lettera d’amore non poteva mancare un accenno alla morte del poeta. Antonio Ranieri racconta che, mentre tutti erano intorno a lui, Paolina sosteneva il suo capo e gli asciugava il sudore che colava a goccioli dall’amplissima fronte. Leopardi, soprappreso da un “infausto e tenebroso stupore”, aprì gli occhi più del solito e guardò Ranieri più fisso che mai. Poi disse, come sospirando, “Io non ti veggo più”, e cessò di respirare: il polso e il cuore non battevano più.
La lettera però non si chiude con la morte. Oltrepassa il genere epistolare e si trasforma prima in un dialogo, poi in un volo. Moresco chiede a Giacomo – chiamandolo per nome e dandogli del tu – se non voglia trasformarsi con lui in un uccello; e, ricevuto l’assenso dopo un istante di riflessivo silenzio, decidono di diventare rondini. Non balestrucci, non rondini purpuree, arboricole o rupestri: proprio due rondini comuni.
Una volta in volo si lanciano sopra i tetti di Recanati, nonostante il vento che sembra volerle portare altrove, e mentre volano accanto parlano di letteratura, soprattutto di Dostoevskij. Moresco si stupisce del fatto che Leopardi, in forma di rondine, conosca autori a lui successivi; e Leopardi gli risponde, dopo due o tre evoluzioni acrobatiche, che lui e lo scrittore russo hanno lettori in comune, e che, essendo entrato nelle menti e nei cuori di quei lettori, ora può conoscere anche gli scrittori che “hanno trovato un posto dentro le loro anime”.
Da lì i due passano a Melville – che, secondo Leopardi, ha saputo tenere insieme in tempi moderni tragedia ed epica – e a Balzac, paragonato a una bambina che rompe la bambola per vedere il meccanismo che la fa muovere; poi a Baudelaire, che “ha preso gli scarti della propria anima e del proprio tempo e ne ha fatto un meraviglioso vestito da sera”; e infine al loro fratello d’elezione Kafka, un “impiegatucolo” capace di inventare le icone della modernità. Continuando a parlare di letteratura arrivano agli scrittori dell’Antico Testamento, ai tragici greci, a Dante, a Cervantes, fino a Céline.
Volando ancora, raggiungono Roma, sorvolano piazza del Popolo e poi si posano sulla testa di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori. Ripartono verso nord, arrivando presto al cortile del Parlamento europeo, dove sentono l’inno alla gioia di Beethoven. Leopardi riconosce quella musica pur non avendola mai ascoltata in vita: l’ha incontrata anch’essa nella mente e nel cuore dei lettori comuni. Della musica e della pittura parlano a lungo: Leopardi osserva che Beethoven era sordo come Goya, del quale ammira libertà, indipendenza e forza iconica; soprattutto quella di certi dipinti “neri”, come il Pellegrinaggio a San Isidro, dove una processione diventa una massa umana indecifrabile sospesa tra giubilo e sgomento, o il Saturno che divora i suoi figli, in cui un gigante mette in fuga folle atterrite.
Lasciandosi portare dal vento freddo arrivano infine a Mosca. Dopo aver fatto spuntini con gelidi insetti russi giungono al Cremlino e vi entrano. Trovano le stanze vuote, piene di mobili intarsiati, lampadari e tappeti, ma senza presenza umana. Volano di stanza in stanza, finché non arrivano in una saletta più piccola dove vedono un omino rannicchiato in posizione fetale su un divano di cuoio. Leopardi chiede: “Chi è quell’omino che dorme con le scarpe ai piedi e sembra un sauride in giacca e cravatta?”. “È Putin!”, risponde la rondine moresca, appena realizzato chi sia.
Proprio in quel momento l’omino si sveglia, apre un occhio, poi l’altro, vede le due rondini e si mette a urlare. Due uomini in livrea accorrono. Le rondini tentano la fuga, ma Putin estrae una pistola e comincia a sparare. Poi afferra un fucile, poi un mitra, e infine un lanciafiamme: lancia vampate come un drago medievale, incendiando tutto ciò che incontra. Le rondini vengono sfiorate dal fuoco ma trovano una finestra aperta e si salvano, bruciacchiando solo qualche penna.
Rientrate in Italia e tornate sopra i tetti di Recanati al calare della sera, la rondine dell’autore ricomincia a declamare i versi di Giacomo: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti…”. Ma Leopardi, a quel punto, si mette a ridere: “I sempiterni calli… non pestarmi i sempiterni calli!”, ripete garrendo, come assalito da una folle letizia rondinina. La sua compagna di volo ride con lui, pur volando un po’ di sghembo per le ali bruciacchiate dal lanciafiamme del Cremlino.
Alla fine, potremmo chiederci: cosa c’entra Putin con Leopardi? Assolutamente nulla, e dunque moltissimo. Nell’universo dell’uno non c’è spazio per l’esistenza dell’altro, e viceversa, e questa incompatibilità è significativa. Nel cielo di Leopardi invece c’è spazio per molti scrittori, artisti e musicisti, anche russi, legati a lui da affinità elettive e dalla memoria condivisa dei loro lettori. In questo mondo immaginario ogni individuo diventa ciò che ama: c’è chi diventa una rondine, amica di un’altra rondine che vola nei cieli e parla con la luna; e chi diventa un omino rabbioso, un assassino colmo d’odio rappreso, che abita un grande palazzo vuoto e sa soltanto sparare alle rondini perché non sopporta la libertà di nessuno, popolo o poeta, che sappia volare.

Antonio Moresco, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, Solferino editore, Milano 2025
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Che bella lettura! Grazie
Grazie Rossana, sono contento che ti sia piaciuta.