“Nel medioevo gli ebrei erano odiati per la loro religione, dopo l’illuminismo erano odiati per la loro ‘razza’. Oggi sono odiati per il loro stato”. Questa è la più laconica definizione di antisemitismo formulata da Jonathan Sacks, già capo delle comunità ebraiche del Commonwealth, e tra i maggiori intellettuali del secondo novecento, scomparso nel 2020. Oggi, nessuno attaccherebbe un privato cittadino che si chiami Levi o Venezia con l’accusa di essere un “assassino di Cristo” e nemmeno per un qualche impeto razzista (il razzismo diffuso ha altri bersagli), ma se quello stesso cittadino venisse percepito come fiancheggiatore di uno “stato terrorista” (cit. Orsini) guidato da un “massacratore di bambini” (cit. ancora Orsini) allora un insulto sarebbe giustificato, o una sassata, o una coltellata.
Nonostante questo, il ceto intellettual-mediatico italiano ha risolto la questione del montante antisemitismo declassando le migliaia di manifestazioni a cui assistiamo da otto mesi ad un legittimo atto di sdegno contro i capi politici israeliani. Per citare Travaglio: “Se c’è tanto anti-semitismo nel mondo è colpa del governo Netanyahu”. Questione chiusa.
A ricordarci che Jonathan Sacks aveva ragione è niente meno che Moni Ovadia, reclutato nelle fila del partito di Santoro, ormai refugium peccatorum del ceto intellettuale sessantottino: professori universitari, attori, scrittori (recentemente anche Enzo Iacchetti), assestatosi alle elezioni europee al 2,2%. E’ proprio in un incontro milanese di Pace, Terra e Dignità che Moni Ovadia si è cimentato in un discorso tanto affascinante nella prosa, degno del grande uomo di teatro qual è, quanto rivelatore nel suo contenuto.
Moni Ovadia sviluppa il suo ragionamento dalla testimonianza di un anziano signore sopravvissuto alla Shoah il quale si reca in Israele per far visita alla cugina, sopravvissuta anche lei, e lì, racconta: “ho ritrovato una razzista”. “Questo è il destino che ti tocca – aggiunge Ovadia – se scegli la strada del nazionalismo”. E continua: “Se togli l’universalismo dall’ebraismo ti ritrovi un pensiero tribale agghiacciante: i sionisti hanno tirato fuori quest’anima qui” E conclude: “E’ per questo che gli ebrei hanno dato un così grande contributo all’umanità quando erano in esilio. Perché il nazionalismo è la più grande pestilenza della storia dell’umanità”.
Parafrasando, Moni Ovadia ha spiegato nel modo migliore il pensiero comune a tutti coloro che oggi invocano “dal fiume al mare”: non importa se il premier di Israele sia Ben Gvir o David Grossman, è Israele in quanto Nazione che rende i propri abitanti dei razzisti. I sionisti (quindi Ben Gurion, Golda Meir, Shimon Peres, ecc.) fondando lo Stato d’Israele hanno messo in pratica il pensiero tribale insito nell’ebraismo. Per estensione, tutti gli stati nazionali sono potenzialmente nazionalisti (e capitalisti) e andrebbero quindi disciolti in un’unica comune di esseri umani dove regnerebbe la fratellanza e la pace, e tale percorso non può iniziare se non dissolvendo lo stato ebraico, colpevole di aver scelto l’inferno di essere nazione pur avendo a portata di mano il paradiso dell’apolidia. l’israeliano in quanto tale è di per sé un nazionalista, quindi un violento, per questo, ça va sans dire, va combattuto per principio.
Gli applausi da parte dei membri e dei sostenitori del partito, che vanta una percentuale di persone di alta estrazione culturale molto più elevata di qualsiasi altro partito italiano, dimostrano ciò che Ugo Volli ha esposto al convegno “L’ Antisemitismo Oggi” a Cagliari il 13 dicembre scorso: “E’ sbagliato dire che l’antisemitismo c’entra con l’ignoranza”. Se ai fischi contro il corteo della Brigata Ebraica al 25 Aprile si era soliti rispondere “Studiate la storia!”, cosa fare dinanzi ai sodali del partito di Santoro che i libri di storia non sono li hanno letti, ma pure scritti?
In sintesi, la posizione su Israele di Pace, Terra e Dignità ben espressa da Moni Ovadia dimostra due fatti incontrovertibili: non esiste odio contro Israele senza antisemitismo, e gli alfieri di questa lotta non sono da cercarsi tra i fanatici nelle piazze, ma tra i membri ufficiali della classe intellettuale italiana.
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era anche la critica di Marco Pannella che però sosteneva che Irsaele si dovesse difendere, anzi che Israele fosse il nostro fronte democratico opposto ai signori della guerra e massacratori dei propri cittadini. Il problema è proprio questo: far sì che la democrazia possa crescere nei regimi totalitari , che possa non arretrare in occidente, per poter costruire comunità di uomini liberi e superare i nazionalismi