

È difficile, quasi impossibile, descrivere un uomo e il suo stile nelle poche righe di un articolo; eppure voglio provare a farlo, scrivendo di mio nonno Pellegrino, traduzione dell’ebraico Gershon, forse la persona cui devo, oltre alla somiglianza fisica, molte attitudini nei confronti della vita.
È stato il mio Chirone, dettando con gli ammonimenti e l’esempio gli atteggiamenti che mi ha trasmesso, primi fra tutti l’ironia e soprattutto l’autoironia, bagagli e strumenti che rendono la vita più facile.
Primo di sette, tra fratelli e sorelle, capo indiscusso del parentado, unico tra loro si era laureato in legge con una tesi sulla legge delle Guarentigie del 1871, avendo come relatore Antonio Salandra. Da studente aiutava il padre nell’ingrosso di tessuti e stava sui libri a preparare gli esami fino a notte alta in camera da pranzo, l’unica stanza con la luce elettrica.
Dopo la laurea fu ammesso come praticante in un importante studio legale, ma il fallimento dell’azienda paterna lo costrinse ad abbandonare l’avvocatura per aiutare economicamente la famiglia, rilevando da un vecchio zio, fratello di sua madre, lo studio di rappresentanze tessili che divenne il suo lavoro per la vita.
In verità una professione che esercitò con diligenza ed impegno, garantendo alla famiglia un buon reddito, ma che non amò mai; comunque, per tutti, parenti, amici e clienti, lui era “l’avvocato” ante litteram, prima di quello più famoso.
Era il classico “consigliori” cui tutti si rivolgevano, ma non un padrino, perché era equanime come un rabbino, prudente fino alla pavidità, parsimonioso senza essere l’Arpagone di Molière.
Aveva studiato violino e suonava bene il pianoforte; al tempo in cui non c’era ancora la televisione, ascoltava le opere alla radio con spartito e libretto sotto mano, spesso imitando movenze direttoriali.
D’estate mi conduceva, bambino, alle Terme di Caracalla ad ascoltare opere come Il Rigoletto, per me abbastanza una tortura, anche se ora lo ringrazio. Quando non c’era nulla di interessante da ascoltare, se ero a casa sua, mi concedeva una sfida a dama che regolarmente vinceva.
Vestiva con elegante sobrietà; solo in estate si concedeva delle mise sbarazzine come quella mostrata nella foto.
Era un ebreo religioso, ma non bigotto; ho abitato con i nonni fino all’età di otto anni: la mattina, in piedi a fianco a lui ancora a letto, recitavo lo Shemà, la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Non sarebbe contento della mia scelta laica.
Oltre alla musica, la sua altra grande passione era Roma e la romanità; era un cultore del Belli, di cui recitava a memoria decine di sonetti. Mi portava in giro per chiese, monumenti e musei, mostrando una competenza fuori dal comune.
Peccato che il gap generazionale ci vedesse fieri avversari nelle discussioni sull’arte moderna, che aborriva; per polemica, già liceale, gli regalai il libro di Matteo Marangoni Saper vedere, in cui l’autore spezza più di una lancia nei confronti dell’arte lontana dal naturalismo.
Insieme a due fratelli era stato ufficiale del Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale, il che non bastò per evitargli di subire le leggi razziali; infatti, sul letto di morte, fra le sue ultime parole, queste – che ho già citato in un precedente articolo – restano lapidarie:
«Due cose contano nella vita, la pace e la libertà!».
Morì in ospedale a settant’anni per un ictus che gli paralizzò metà del corpo, lasciando sul comodino del suo letto in casa una copia della Torah in ebraico e traduzione italiana, una copia de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, appena terminato di leggere, e una copia de La Settimana Enigmistica, con sopra una matita Fila gialla con la gomma da cancellare incorporata e la punta temperata senza esagerare.
Forse quelle cose lasciate sul comodino parlano di lui e del suo stile molto più di quanto ho scritto.
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Molto spesso i nonni, di ambo i sessi, sono come il calcestruzzo versato nei pilastri della formazione, eretti dai genitori di giovani vite che non possono o non sanno superare stereotipi attribuiti al ruolo genitoriale. Lei Sig. Piperno ha avuto la fortuna di poter crescere accanto ad una figura di spessore, sapiente ma anche incline alla condivisione della propria esperienza. Si dice che i nonni mettano in campo l’amore genitoriale con il plus dell’esperienza e la sua storia personale lo conferma pienamente. Grazie di averla condivisa
Sono certa che suo Nonno sia orgoglioso di Lei almeno quanto lei dimostra di amarlo ed essere orgoglioso di lui. Serena vita.
Quando era nato?
Ho letto il libro e l’ho adorato. Il libro e il nonno. Grazie Stefano. Grazie di cuore.
Caro Filippo Piperno, ogni tanto, per i corsi e i ricorsi della storia- non vichiana- della
mia vita, torno ad imbattermi in tuo scritto e questo nonno , da te ritratto con stile semplice ed incisivo, rappresenta il Nonno ideale, e,non avendo io,conosciuto nessun nonno, me ne sono subito idealmente appropriata e ti ringrazio, per questi scampoli di conoscenza che riesci sempre a regalarmi.