

La scomparsa di Vittorio Messori riporta al centro il cristianesimo come questione intellettuale seria: non riducibile a etica o consolazione, ma terreno di domande radicali su verità, fede e ragione, capace di attraversare vite, conflitti e percorsi personali.
La morte di Vittorio Messori, avvenuta il 3 aprile, nel giorno del Venerdì Santo, segna la scomparsa di una delle voci più influenti del cattolicesimo contemporaneo italiano. Nato nel 1941, Messori fu protagonista di una stagione culturale in cui il cristianesimo veniva sottoposto a una critica serrata, tanto sul piano storico quanto su quello filosofico e politico.
Con libri come Ipotesi su Gesù (1976), Scommessa sulla morte (1982), Rapporto sulla fede (1985), Inchiesta sul cristianesimo (1986), Varcare la soglia della speranza (1994), e tanti altri, seppe portare al grande pubblico questioni complesse, mostrando che la fede cristiana poteva essere interrogata senza essere banalizzata.
Il suo lavoro ha accompagnato generazioni di lettori, credenti e non, dentro le domande decisive sulla figura di Gesù e sul senso stesso del cristianesimo nella storia. Per molti, quell’incontro con Messori non è avvenuto nei salotti culturali o nelle biblioteche universitarie, ma in circostanze molto più semplici e decisive. È accaduto così anche a me.
Quando ero adolescente, al liceo, ho incontrato una professoressa marxista che in più di un’occasione lanciava frecciatine al cristianesimo. Io, ragazzo di parrocchia saturo del bisogno di definire me stesso per contrapposizione, che per giunta aveva cominciato a leggere Emmanuel Mounier — roba che tutti i miei coetanei ignoravano — e quindi si sentiva pure un credente istruito che aveva il compito di difendere pubblicamente la verità della fede (insomma ero il classico cretino di belle speranze), ebbi modo di battibeccare con quell’insegnante (e con qualche mio compagno di classe) in più di un’occasione.
Sempre, devo dire, la professoressa dimostrò molto fair play nei nostri scambi. Fu allora che, nella febbre della polemica culturale, cominciai a leggere Ipotesi su Gesù, il best seller di Messori, che trovai nella libreria del parroco: gli unici libri raggiungibili erano là, non ce n’erano a casa né tantomeno esisteva una biblioteca in città.
Credo fosse così per tutti quelli cresciuti tra gli anni novanta e i primi duemila nella provincia napoletana. Grazie a quel testo, appresi dell’esegesi marxista su Gesù, del Cristo socialista, del dibattito sul Gesù storico e Cristo della fede. E poi incontrai le citazioni di Blaise Pascal, che mi fecero interessare a Pascal. Insomma avevo incontrato anche io Vittorio Messori.
Senza voler pateticamente cercare segni trascendenti, il fatto che il giornalista se ne sia andato nel giorno in cui la Chiesa ricorda la morte di Gesù mi pare particolarmente significativo. La sua opera, infatti, ha posto in modi diversi, e da diverse angolature, le questioni che ciascuna persona può porsi davanti alla croce: chi è quell’oscuro predicatore galileo che ha spaccato in due la storia?
È davvero il figlio di Dio, il Messia di cui hanno parlato le Scritture? È davvero Dio incarnato? Oppure è uno dei tanti aspiranti messia emersi in un’epoca di particolare fervore mistico-politico dell’Israele di duemila anni fa, che per una serie di circostanze storiche favorevoli ha avuto successo?
Chi è dunque quell’uomo dalla pelle squarciata e dal volto sfigurato dal dolore, che pende da una croce romana? Stat crux dum volvitur orbis: il motto della tradizione certosina racconta bene cos’è stata la croce, sia per credenti sia per i non credenti.
È il piolo attorno al quale si radunano alcune delle domande più profonde e inquietanti della civiltà umana da due millenni a questa parte. Se quello che muore è Dio, infatti, allora nel dolore vi è già il germe della salvezza: il cosmo non è un cieco rotolare verso il nulla. E se, invece, con la morte di chi ha preteso di farsi Dio, morisse Dio stesso?
Se il Golgota fosse la rappresentazione ultima e definitiva della più inquietante delle rivelazioni, vale a dire che il cielo è vuoto e noi siamo soli con la macelleria della storia?
Queste ed altre domande si agitavano dentro le pagine informatissime e accessibili di Ipotesi su Gesù, come in quelle di Varcare la soglia della speranza, libro-intervista a Giovanni Paolo II, nelle quali il me adolescente apprese di René Descartes, di Tommaso d’Aquino, del realismo e dell’idealismo metafisico e del loro rapporto col pensiero cristiano.
Poco dopo lessi pure Rapporto sulla fede, dove incontrai Joseph Ratzinger, la teologia della liberazione, i problemi del rapporto tra fede, storia e politica. Poi giunsi a Inchiesta sul cristianesimo e Scommessa sulla morte. Questi testi permettevano di entrare nelle grandi questioni della storia, del pensiero e della spiritualità cristiana anche ai non specialisti.
Naturalmente, col passare degli anni e con l’allargarsi delle letture e delle esperienze, mi sono costruito un percorso mio, autonomo, per certi versi alternativo alla parabola messoriana. Eppure io e tantissimi altri dobbiamo a Messori, credo, almeno tre cose preziose.
La prima consiste nel messaggio, molto pascaliano, che la fede ha le sue ragioni. “O si pensa o si crede” è un’alternativa ideologica, da illuministi decadenti, che fraintende non solo la fede ma anche, e soprattutto, la ragione. In ciò è implicito l’incoraggiamento, per il credente, a non avere complessi di inferiorità verso una certa cultura laica — non tutta, si badi bene — che parla del cristianesimo come di una superstizione.
La seconda è la resistenza verso quella visione rispettosa del cristianesimo, a patto però che quest’ultimo accetti di farsi ricondurre a una sapienza etica. Secondo questa visione, l’unico modo per rendere Gesù “presentabile” è farne un maestro di morale, un assistente sociale o un life coach che ti aiuta a trovare il “divino che è dentro di te”: un Gesù post-teista, demitizzato, senza reale trascendenza, deista, inclusivo non perché accessibile a tutti, ma perché mediatore di un “Bene” dai contorni vaghi, che non impegna e non mette mai nessuno dinanzi a un aut-aut.
Un Gesù, perciò, facilmente proponibile nei salotti televisivi o nelle pagine culturali che devono rassicurare il lettore borghese. Un Gesù, in fondo, che benedice ogni voglia privata, in nome della libertà di coscienza, ma fa anche il populista politico in pubblico, perché pare brutto non accennare alle diseguaglianze sociali dal palco di una ricca rassegna culturale medio-progressista.
Gesù, insomma, sarebbe o un’invenzione — e Messori spiegava già cinquant’anni fa che questa idea era insostenibile dal punto di vista storiografico, e oggi nessuno storico serio nega l’esistenza di Gesù — oppure è esistito, ma non sarebbe il Cristo della fede, bensì una costruzione posticcia della Chiesa primitiva che non sapeva elaborare il lutto della morte del proprio leader.
E qui Messori mostrava, con grande maestria, come questa ipotesi implicasse così tanti contorcimenti logici che la tesi della divinizzazione del carpentiere nazareno era perlomeno tanto miracolosa quanto la resurrezione di Gesù. Insomma: più ragionevole, per Messori, l’ipotesi della fede rispetto a quella dei non credenti.
Questa conclusione non suggerisce affatto che solo i credenti siano ragionevoli, mentre atei o agnostici utilizzino male la materia grigia. Significa, semmai, offrire una prospettiva seria e sfidante sulla questione della verità.
E qui sta la terza consegna di Messori: il cristianesimo come “caso serio”. Nel bene e nel male, con i suoi limiti e i suoi meriti, Messori non ha mai voluto scherzare col cristianesimo e ha invitato a fare altrettanto, a partire dall’impegno intellettuale.
La sua eredità, in un’epoca che punta spesso su una fede ridotta a emozione, resta preziosa. Anche molti atei o anticlericali, quando sono pensosi e sinceri, chiedono ai cristiani proprio questo: serietà. Non chiedono necessariamente di credere, né di essere convinti, ma di trovarsi davanti a interlocutori che non banalizzino ciò che professano.
In fondo, diffidano — e a ragione — di un cristianesimo ridotto a linguaggio consolatorio, a etica minimale o a spiritualità indistinta. Quando un non credente prende sul serio il problema di Dio, non si accontenta di risposte vaghe: vuole sapere se davvero il cristianesimo pretende qualcosa di radicale, se è disposto a sostenere il peso delle proprie affermazioni, se ha il coraggio di misurarsi con il dolore, con il male, con la morte.
Paradossalmente, proprio chi non crede spesso riconosce con più lucidità quando la fede smette di essere una questione seria e diventa un accessorio culturale. E allora la richiesta implicita è esigente: se Dio esiste, deve contare davvero; se Cristo è risorto, questo deve cambiare tutto; se invece non è così, bisogna avere l’onestà di dirlo.
È una domanda di verità, prima ancora che di fede. Ed è a questa altezza che Messori ha cercato di mantenere il discorso cristiano.
Con la mia professoressa marxista, poi, siamo diventati amici. Negli anni successivi, a casa sua, alle falde del Vesuvio, abbiamo fatto molti dialoghi davanti a un caffè, nei pomeriggi di primavera, nella pace che trapuntava la macchia mediterranea.
La aggiornavo sulla mia vita universitaria, discutevamo del senso della vita, dell’anima, dei rapporti familiari, della nostalgia per suo marito, che aveva perso troppo presto. Ci scambiavamo libri. Il mio fuoco polemico si era addolcito: ero cresciuto e la vita mi si era presentata in tutta la sua ampiezza, complessità, enigmaticità.
Avevo capito quanto l’universo fosse più grande delle mie piccole certezze da notaio del sacro. Anche lei aveva mostrato, poco a poco, un volto meno sicuro, più dialogante, infine tenero.
Ora che la professoressa non c’è più, quando vado sulla sua tomba, mi ricordo di quelle discussioni, dei libri di Messori da cui “rubavo” argomenti per vincere dialetticamente. Pensavo fosse importante quello.
Importante, invece, è capire che nelle grandi domande — anche partendo da fronti opposti — prima o poi ci si ritrova, perché siamo tutti esseri umani fragili e in ricerca.
Fu l’inquietudine a farmi guadagnare una compagnia per dialogare sulle domande fondamentali dell’esistenza. Mi piacerebbe averla ancora con me: ho la ragionevole speranza di rincontrarla per continuare il dialogo interrotto, che è tanto più vero e umano quanto più è serio.
Questo è l’ultimo lascito di Messori.
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