
Di recente, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’abbandono dell’energia nucleare un “grave errore strategico”, aggiungendo che la Germania sta affrontando “la transizione energetica più costosa al mondo”.
Queste parole, pronunciate durante un discorso ufficiale il 15 gennaio 2026, non sono né una sorpresa né una novità. Merz, già in campagna elettorale, si era espresso sul tema e non fa altro che confermare quanto numerosi esperti dicono da anni: l’ipotesi di un sistema energetico al 100% rinnovabile è una follia dal punto di vista termodinamico e pratico, con miliardi di euro sprecati che stanno massacrando l’industria tedesca senza una reale riduzione delle emissioni di CO?.
Ma come si è arrivati a questa clamorosa retromarcia? Per capire il contesto, ripercorriamo la storia dell’Energiewende, la “transizione energetica” tedesca: un esperimento ambizioso con radici profonde (e, sia chiaro, condivisibili), ma con risultati quantomeno controversi.
L’Energiewende non è nata dal nulla. Un minimo di storia può aiutare a comprendere il perché di certe scelte e come il momento in cui sono state fatte sia fondamentale. Le sue radici affondano negli anni Settanta, quando i movimenti ambientalisti e antinucleari in Germania Ovest guadagnarono slancio durante la Guerra Fredda.
La crisi petrolifera del 1973 spinse a considerare le rinnovabili come un (o il) mezzo per migliorare la sicurezza energetica, mentre cresceva l’opposizione al nucleare. Il termine “Energiewende” fu coniato nel 1980 dall’Öko-Institut in uno studio che proponeva l’abbandono completo del nucleare e del petrolio, puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. Era una visione rivoluzionaria: crescita economica senza aumento del consumo energetico.
Il disastro di Chernobyl nel 1986 intensificò il dibattito, trasformando completamente il movimento antinucleare in movimento pro rinnovabili.
Negli anni Ottanta, i Verdi entrarono in politica e, nel 1998, la coalizione SPD-Verdi al governo introdusse la Renewable Energy Act (EEG) nel 2000, con tariffe feed-in per incentivare eolico, solare e biomasse. Questo meccanismo accelerò la crescita delle rinnovabili, che passarono da una quota marginale a oltre il 10% della produzione elettrica entro il 2010.

Nel 2010, il governo Merkel lanciò l’Energiekonzept, con obiettivi ambiziosi: riduzione dell’80–95% delle emissioni climalteranti entro il 2050 rispetto al 1990 e 60% di rinnovabili. Ma il vero punto di svolta fu Fukushima nel 2011: Merkel accelerò l’uscita dal nucleare, decretando la chiusura di tutti i reattori entro il 2022 (completata poi nel 2023).
Gli obiettivi furono ulteriormente elevati: 80% di elettricità rinnovabile entro il 2030 e 100% entro il 2035. Oggi le rinnovabili coprono circa il 45% del mix elettrico tedesco, con eolico e solare in testa, e dal 2000 la capacità installata è esplosa grazie ai sussidi EEG, che hanno reso la Germania leader nell’offshore wind e nel solare fotovoltaico.

Tuttavia, i costi sono astronomici. La copertura della EEG sulle bollette ha reso l’energia tedesca tra le più care in Europa, con un impatto rilevante su consumatori e industrie. Merz ha ragione: nessun altro Paese rende la transizione così “difficile e dispendiosa”.
Merz conferma ciò che gli esperti dicono da tempo: il 100% rinnovabile è una chimera termodinamica. Le rinnovabili sono intermittenti: il vento non soffia sempre, il sole non splende di notte. Questo viola principi di base della termodinamica applicata ai sistemi energetici: l’energia deve essere affidabile, densa e stoccabile.
Senza backup fossile (carbone e gas), la rete collassa. Ma lo storage? Batterie o idrogeno hanno efficienze basse (intorno al 65% per l’idrogeno), rendendo il sistema inefficiente e costoso.
E ad oggi la Germania non è nemmeno lontanamente tra i Paesi a più basse emissioni. In questo grafico sono riportati i dati medi relativi all’ultimo anno per tutta l’Europa.

Il risultato è evidente: miliardi spesi, oltre 500 miliardi investiti dal 2000, che stanno massacrando le aziende, con prezzi dell’energia elevati che spingono verso la deindustrializzazione.
Senza nucleare o CCS (carbon capture), il 100% rinnovabili richiede una rete sovradimensionata e uno storage irrealistico, ignorando limiti fisici come la volatilità e la bassa densità energetica.
Le dichiarazioni di Merz non sono altro che un’ammissione tardiva della realtà. La Germania ha investito in un’utopia che ignora la termodinamica, sprecando risorse e danneggiando l’economia senza decarbonizzare davvero. E trascinandosi dietro l’intera Europa, o quasi.
Per un vero progresso, per una vera decarbonizzazione (perché chi scrive non è un negazionista del cambiamento climatico, anzi), serve ripensare l’intero sistema invece di inseguire il 100% rinnovabili a ogni costo: reintegrare il nucleare di nuova generazione, focalizzarsi sull’efficienza, ma soprattutto sullo sviluppo delle reti e sull’elettrificazione.

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