

C’è un paradosso che attraversa la nostra epoca e che ormai è impossibile ignorare. Negli ultimi quindici anni, più o meno, abbiamo cercato di purificare il linguaggio, ripulire le piazze da statue di antichi miti oggi ritenuti farabutti, rivedere i testi scolastici, riformulare interi classici della letteratura per cancellare termini e immagini considerate violente o offensive.
Abbiamo immaginato un mondo in cui la civiltà coincidesse con l’assenza di conflitto, con la riduzione del dissenso a un sereno scambio di opinioni regolato da un’etichetta sempre più scrupolosa.
Eppure, mentre la società si concentrava ossessivamente sulla violenza simbolica, la violenza reale tornava ad affacciarsi ovunque: nei discorsi politici, nei rapporti tra Stati, nelle piazze delle metropoli occidentali, persino nelle democrazie più solide. È come se, tentando un grande esorcismo collettivo, invece di cacciare i demoni li avessimo evocati, lasciandoli liberi di aggirarsi più forti di prima.
Importando una distinzione valorizzata dalla politologa belga Chantal Mouffe, possiamo evidenziare la differenza tra “agonismo” e “antagonismo”. La democrazia vive di agonismo: un conflitto regolato, dove avversari si riconoscono reciprocamente pur restando in disaccordo. Negli ultimi anni, inseguendo l’illusione di una società senza tensioni, abbiamo chiesto alle istituzioni di eliminare il conflitto stesso, invece di incanalarlo in forme non violente.
Così facendo, abbiamo spazzato via la dimensione agonistica e con essa la legittimità dell’avversario, confondendo “agonismo” con “antagonismo”. Quando, ci si inoltra per questi sentieri, l’esito non è mai la pace ma il conformismo autoritario.
Questa manovra ha non solo prodotto resistenza, ma anche incoraggiato un movimento uguale e contrario: se prima si confondeva agonismo con antagonismo, la reazione elegge l’antagonismo a forma genuina dei rapporti sociali.
Alla costruzione artificiale del politicamente corretto si risponde con lo smantellamento selvaggio di ogni patto linguistico e comportamentale; all’ingegneria lessicale del circoletto sussiegoso, si replica con il rutto libero e “Giovannona Coscialunga”.
In questo quadro, per ironia della sorte, dopo anni spesi a sterilizzare il mondo, abbiamo una politica trasformata in guerra culturale, la diplomazia ridotta a ricatto militare, e il dissenso tramutato in minaccia. La volontà di eliminare il conflitto ha preparato il terreno per una violenza nuova, totale, che non conosce regole né mediazioni.
Per secoli la civiltà occidentale ha costruito istituzioni, regole, linguaggi condivisi per gestire il conflitto, non per toglierlo di mezzo. Il Parlamento nasce per trasformare la guerra civile in dibattito; il diritto internazionale per evitare che ogni disputa tra Stati degeneri in massacri; la diplomazia per offrire alternative alla forza bruta.
Ma quando la cultura pubblica ha iniziato a considerare il conflitto stesso come qualcosa di inaccettabile — quando ogni parola, ogni simbolo, ogni dissenso aspro è stato visto come una minaccia — si è compiuta una trasformazione silenziosa ma profonda. Non avendo più spazi legittimi in cui esprimersi, il conflitto si è totalizzato.
A questa trasformazione se ne affianca un’altra, più sottile ma altrettanto pericolosa, che ha a che fare col ruolo dell’attenzione. Nel tentativo di eliminare la violenza da ogni angolo della vita pubblica, probabilmente non abbiamo fatto altro che parlarne, scriverne, analizzarla, denunciarla.
Campagne mediatiche, polemiche interminabili, censura preventiva, riscritture di testi scolastici: la violenza è diventata il centro dell’immaginario collettivo. Ciò che attira la nostra attenzione cresce d’importanza nella nostra mente. Più un tema domina le conversazioni, più acquista peso simbolico e potere culturale.
Così, invece di essere marginalizzata, la violenza – vera o presunta – è stata continuamente rilanciata sotto i riflettori. Non come fenomeno reale da combattere sul terreno sociale ed economico, ma come spettro onnipresente, come ossessione morale. Il risultato è paradossale: abbiamo tolto parole e statue, ma ne abbiamo moltiplicato i fantasmi.
Il tentativo di esorcizzare la violenza ne ha amplificato l’eco, fino a renderla la lingua franca del nostro tempo: un esorcismo mal riuscito lascia i demoni più forti di prima, come dicevamo.
Ma c’è di più. Ricordando la lezione di Georg Simmel, infatti, possiamo affermare che il conflitto non è il contrario della socialità, ma una sua espressione particolare. La società non è fatta solo di cooperazione e armonia: è un tessuto di interazioni, e il conflitto è una di queste forme, al pari dell’amicizia, del commercio, dell’amore: nel conflitto, anche il più aspro, c’è l’occasione per un riconoscimento reciproco.
Il collasso dei tradizionali luoghi di mediazione — quali ad esempio il partito — ha aggravato la situazione. Il conflitto diventa ora antagonismo assoluto, dal momento che il prodotto grezzo dell’ostilità non viene lavorato dalle istituzioni e fatto circolare a rilascio lento, ma fluttua nell’aria in dosi tossiche.
Abbiamo creduto di disinnescare la violenza togliendole le parole, ma l’abbiamo solo privata della grammatica. Ora scorre grezza, senza sintassi, come un fiume che ha rotto gli argini. Per paura del conflitto abbiamo smantellato i suoi palcoscenici, illudendoci di chiudere il sipario: e invece la recita continua, più feroce di prima, senza esclusione di colpi.
Forse non c’è da moralizzare né da esorcizzare, ma solo da accettare che ogni società vive di tensione. C’è, in tutto questo, un’ingenuità che rasenta l’analfabetismo storico. Solo chi ignora secoli di antropologia poteva credere che il conflitto fosse un errore grammaticale da correggere con circolari ministeriali e lessici inclusivi.
Da Mauss a Girard, sappiamo che le società arcaiche costruivano riti, sacrifici, cerimonie proprio per incanalare la violenza e impedirle di dilagare. Perfino il linguaggio, lungi dall’essere uno spazio neutro, era parte di questa gestione simbolica: nomi, miti, racconti servivano a dare forma al caos, non a rimuoverlo.
Pretendere di cancellare il male eliminando le parole “cattive” è come pensare di fermare un fiume asciugandone la superficie con uno straccio. Eppure anche oggi, quando ci si accanisce contro i cosiddetti “discorsi d’odio”, si perpetra lo stesso errore: scambiare il sintomo per la malattia, la forma per la sostanza, come se eliminare certe espressioni linguistiche fosse sufficiente a dissolvere la violenza reale.
Il risultato, prevedibile, è che la violenza, privata di mediazioni e simboli, si libera in forme più rozze e incontrollabili, scivolando dal discorso alla strada, dal linguaggio alla materia stessa dei rapporti sociali.
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Per chi come me, ha seguito le vicende di Cambridge Analytica e di Bannon/Nix, (2013-2017) non c’è un rapporto di causa effetto, ma di controriforma progettata a tavolino e teorizzata da Bannon in termini abbastanza chiari. L’alt right internazionale, e anche alcune autocrazie come quella russa, hanno identificato i temi woke come trigger capaci di alimentare “la ribellione” al politically correct, una ribellione genuinamente violenta, antipolitica, populista (ma si potrebbe dire lo stesso del green deal, ridotto al tappino della bottiglia di plastica e alla fake news della Tesla che prende fuoco). Nel farlo hanno fatto leva sugli aspetti paradossali del fenomeno (“i gay vogliono far diventare gay i nostri figli”, “le sfilate di moda sono la dittatura del cattivo gusto omosessuale che vogliono imporre a tuttu come cultura gender”, “la natura sarebbe binaria”, “lo straniero inquina la cultura dominante con la sua diversità”… ). La violenza è stata cercata e fomentata, non è il contraltare automatico del fenomeno, ma si è operato sulla diffidenza verso l’evoluzione della sensibilità sociale nel mondo occidentale per tirare il freno, gruppi di psicologi hanno studiato i 5 bias cognitivi della persona media, e sono stati utilizzati costruendo sui social un certo tipo di narrazione e di consenso, con investimenti di centinaia di milioni di euro di cui hanno beneficiato i grandi capitalisti dell’high tech (Zuckerberg in primis, con Trump 1.0, ma poi anche Musk, Bezos, Alphabet… tutti alla corte di King Donald II il giorno dopo l’ultima vittoria elettorale)