

“Tutto è contenitore senza contenuto, nulla è pensiero. È il regno della didascalia morale: l’illusione che basti dichiararsi “democratici” per esserlo.”
Anita Likmeta
“Nel XXI secolo la fonte del potere non è più l’accesso alle informazioni, ma la capacità di selezionarle e comprenderle.”
Yuval Noah Harari
“The flood of information is drowning wisdom.”
E. O. Wilson

Recentemente Alessandro Tedesco ha scritto di liquefazione del pensiero e credo possa essere interessante cercare di individuare quali elementi concorrano a questo processo di decadenza e lo favoriscano. Cerco qui di accennarne concentrandomi su un aspetto in particolare. Nella storia del pensiero occidentale, la conoscenza è sempre stata associata alla luce, alla chiarezza, alla libertà. “Sapere aude”, esorta Kant: abbi il coraggio di servirti della tua ragione. Ma Kant non poteva immaginare un mondo in cui la luce dell’informazione si sarebbe moltiplicata fino a diventare accecante. L’uomo contemporaneo non è più un viaggiatore in cerca di verità, ma è un naufrago in un oceano di dati. Viviamo immersi in flussi continui di notizie, opinioni, immagini, notifiche, interpretazioni. La promessa di emancipazione contenuta nell’accesso illimitato alla conoscenza sta mettendo in crisi l’assunto kantiano.
Yuval Noah Harari, in 21 lezioni per il XXI secolo, avverte che l’umanità è esposta a un “bombardamento costante di informazioni irrilevanti” e che “la chiarezza è oggi un potere raro e prezioso”. La sfida non è quindi più acquisire informazioni, ma conservare la capacità di pensare in modo critico a fronte di qualsiasi informazione. Forse parte dell’ottundimento, ingrediente irrinunciabile di quella “liquefazione del pensiero” viene proprio da un overload informativo? Un sovraccarico che travolge le nostre capacità critiche? Una strategia sensata può essere sottoporsi ad una “dieta” dalle informazioni? Sono queste ultime forse un colesterolo maligno per costruire una consapevolezza che contempli intelligenza emotiva e razionale in un saggio equilibrio?
L’abbondanza informativa non genera automaticamente saggezza, anzi la saturazione porta a una paralisi cognitiva, paralisi di cui si discute da oltre due decenni. Zygmunt Bauman descrive l’uomo contemporaneo come “un turista della conoscenza”, che passa da un frammento all’altro senza mai radicarsi, senza mai comprendere davvero. L’isteria di saltare da questo a quello senza soluzione di continuità ci ammorba oggi su tutti i social, ubriacandoci di fatti accaduti dall’altra parte del pianeta, alimentando la nostra angoscia, stordendo lo spirito critico e la possibilità di pensare ed elaborare: non siamo spesso presenti a noi stessi ed alla situazione in cui ci ritroviamo. L’informazione, sganciata dal contesto e dal tempo, perde spessore, si trasforma in rumore. Si tratta, alla fin fine, di una forma di dispersione spirituale: la mente costantemente sollecitata diventa incapace di concentrazione, e dunque di profondità, come un circuito che senza adeguate resistenze prima si surriscalda e poi prende fuoco. Lo sciame digitale è fatto di individui connessi ma isolati, produttori e consumatori incessanti di frammenti comunicativi che non costruiscono più un racconto comune, ma cozzano come schegge di vetro nel flusso della rete, spesso ferendosi a vicenda. La connessione permanente non garantisce comprensione, ma solo presenza. È una nuova forma di solitudine, mascherata da partecipazione, un luogo dove la nostra stessa identità viene erosa e intaccata, invece di rafforzarsi e strutturarsi.
A cosa ci sta portando questa sovraesposizione in cui la nostra mente va continuamente in corto circuito e la nostra identità diventa sempre più fragile? Quali sono le nostre reazioni alla perdita del silenzio interiore, che è la condizione irrinunciabile di un pensiero solido in cui noi stessi ci riconosciamo prima e ci fondiamo poi come individui? Senza il tempo dell’elaborazione, la mente non distingue più l’essenziale dal superfluo, reagiamo, ma senza riflettere. L’iperinformazione non amplifica la conoscenza, la disintegra. Una prima ricaduta è il caos come habitat in cui è immerso l’uomo contemporaneo.
La confusione tra linguaggio ed esperienza della realtà nel suo essere atto autentico, come scrive Anita Likmeta a proposito del dirsi democratici, tra narrazione e cronaca, tra verità e simulacro o addirittura tra violenza simbolica, e reale come ha sottolineato Alfonso Lanzieri, si accompagna a un bisogno ossessivo di elementi identitari a cui aderire emotivamente e acriticamente, cancellando l’elemento razionale e la capacità di mediazione. Il confronto è l’elemento da estirpare, perché luogo del dubbio e la violenza è il frutto amaro di questa cancellazione di senso dove il termine “confronto” si impoverisce a tal punto da rimandare ad una necessaria sopraffazione dell’altro. Una seconda ricaduta ci mostra l’imperare di una comunicazione sia mediatica, che tra esseri umani, in cui è la ragione ad essere sempre più penalizzata, lasciando campo aperto a valutazioni emotive, a sensazioni, all’euforia e alla disperazione in pochi passaggi. La terza drammatica conseguenza è la sofferenza psicologica così forte nella contemporaneità, alimentata proprio da quella molteplicità di narrazioni in cui siamo trascinati emotivamente, senza avere coscienza di noi stessi in una dimensione intima e silenziosa e lasciando in disparte la razionalità e quindi la capacità di discernere. La confusione è profonda e ci pervade interiormente e in profondità, facendoci patire.
Harari scrive che chi controllerà gli algoritmi in cui si cala il flusso di informazioni controllerà le menti, e la battaglia del futuro non sarà per la libertà di espressione, ma per la libertà di attenzione. Non è un caso che in questo paesaggio oligarchi digitali come Peter Thiel calino le loro sinistre riflessioni in una dimensione di “mistica tecnologica” come ha scritto Alessandra Libutti, mistica in cui a noi fruitori spetta il ruolo di fedeli e puntuali praticanti dell’algoritmo, non certo di fruitori critici e attenti.
L’attenzione prima e la capacità di riflessione poi sono direttamente minacciate dal flusso di informazioni da cui siamo investiti, secondo appunto le modalità con cui è stato programmato l’algoritmo. L’autoritarismo oggi non si concentra più solo sui corpi e sulla loro coercizione, come amava scrivere Foucault, ma mira a condizionare e riprogrammare le menti e quindi di riflesso a controllare anche i corpi, creando una società incapace di distinguere il vero dal falso, l’importante dal futile. Cos’è la famosa guerra ibrida se non il non-luogo, spesso di natura digitale, dove informazioni false e fuorvianti sono a tutti gli effetti armi per condizionare e piegare le menti?
Nel mondo classico la sophrosyne — la misura, la moderazione — era la virtù che custodiva l’equilibrio dell’anima, la serenità che nata da un ordine interiore. Oggi potremmo dire che sia più che mai auspicabile una sophrosyne digitale, una disciplina della mente che impari a scegliere, filtrare, tacere, combattendo reazioni pavloviane a cui ci porta ogni eccesso ner raccogliere informazioni da ogni dove. Senza questa capacità, il sapere si degrada in accumulo e la libertà si dissolve nella distrazione. Se la pietas nell’antica Roma ordinava la relazione con gli dèi e la comunità, e la misericordia cristiana orientava l’amore verso il prossimo, oggi serve una nuova virtù: la sobrietà cognitiva. Essa non rinnega la conoscenza, ma la misura. Ci ricorda che non tutto ciò che si può sapere merita di essere appreso.
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