

La sfida tra Meloni e Vannacci non è solo una contesa interna al centrodestra: è una partita di legittimazione, posizionamento e convenienza elettorale. Ogni attacco al generale rischia di rafforzarne il ruolo, mentre il 2027 si avvicina e nessuno, dentro o fuori la coalizione, sembra davvero interessato a spegnere il fuoco.
Qualche giorno fa, nello studio di Lilli Gruber, Roberto Vannacci gioca la carta più insidiosa del suo mazzo. Con Salvini, accusato di averlo “usato” per raccogliere 500mila voti, usa l’attacco aperto. Con Meloni no: sceglie qualcosa di più sottile dell’ostilità, la tutela. “Con la presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema è stato come metterle a terra”. E poi la formula che vale l’intera intervista: “Meloni è ancora una destra autentica, ma dovrebbe dimostrarlo un po’ di più. È una destra che ha perso la trebisonda. Vannacci è il sestante che fa il punto nave e riporta sulla rotta giusta”.
Meno di ventiquattro ore dopo, alla Camera, durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio rompe un silenzio durato mesi: “Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi. Non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”.
Non è una reazione a caldo. È un cambio di strategia. Per mesi Meloni aveva congelato il dossier, evitando lo scontro diretto e lasciando aperti canali informali. L’attacco frontale certifica che quei canali non hanno prodotto ciò che dovevano produrre, una chiarezza sulle intenzioni del generale, e che il capo del governo ha smesso di attendere. Da qui conviene partire, perché questa sequenza di ventiquattro ore contiene già tutti gli strumenti per arginare Vannacci, e tutti i rischi che ciascuno porta con sé.
Una sfida di posizionamento, non di linea
Il “sestante” è pericoloso proprio perché non chiede a Meloni di scegliere tra alleanza e rottura. Le chiede di accettare una gerarchia: lei al timone, lui a correggere la rotta. Un posizionamento che, se non contestato, normalizza un’idea precisa: Futuro Nazionale, che fa della rivendicazione di “destra vera” il proprio marchio, è il custode di un’autenticità che Fratelli d’Italia, pur restando “ancora” autentica, avrebbe smarrito.
La replica della leader di FdI non entra nel merito. Sposta il terreno sulla lealtà istituzionale: siete stati eletti nel centrodestra per attuare un programma, e contro quel programma avete votato sei volte, con le opposizioni. La differenza non è di stile ma di efficacia. Un argomento ideologico avrebbe consegnato a Vannacci il terreno che predilige, quello dei valori; un argomento procedurale lo costringe a difendersi dove è più scoperto, la coerenza dei voti.
Resta un effetto collaterale ineludibile. Rispondendo di persona, in Aula, durante comunicazioni di rilievo internazionale, Meloni ha promosso Vannacci a interlocutore. Per l’elettorato di Futuro Nazionale, finire nel mirino di Palazzo Chigi non è una sconfitta: è un attestato di rango. E i fatti lo confermano. All’uscita dall’Aula, i deputati vannacciani esultavano: “tanto onore”, il senso dei loro commenti. L’attacco è stato vissuto come promozione, non come condanna.
L’argine meloniano
Sul piano strettamente politico, Meloni dispone di alcune leve: la legge elettorale in discussione alla Camera, la possibilità di marcare la distanza da Vannacci sui dossier più scivolosi come le sanzioni alla Russia, il controllo dell’agenda parlamentare per costringere Futuro Nazionale a voti scomodi sui suoi stessi temi. Sono strumenti reali, ma con un limite comune: agiscono lentamente, sugli equilibri di fondo, e alcuni si stanno già rovesciando, come la riforma elettorale, dove l’ingresso di nuovi deputati ha reso Futuro Nazionale più pesante della Lega nella commissione che la scrive. Lo scontro vero, quello che si combatte ogni giorno, è altrove: sul piano comunicativo. Ed è lì che la partita si decide.
La sfida comunicativa e le sue contromisure
La forza di Vannacci poggia sulla percezione di autenticità e sulla rottura del filtro. Si propone come l’unico che dice ad alta voce ciò che gli altri tacciono. È questo a permettergli di criticare Meloni “dall’interno” senza apparire un nemico esterno: parla da chi condivide i valori della coalizione ma ha il coraggio, sostiene, di portarli fino in fondo.
L’attacco del capo del governo colpisce questo meccanismo da un’angolazione che il generale controlla male. Non lo accusa di estremismo, accusa che alimenterebbe la sua postura di vittima. Lo accusa di incoerenza verificabile: avete votato con la sinistra. Un’accusa impermeabile alla retorica dell’autenticità, perché non riguarda ciò che Vannacci dice, ma ciò che i suoi deputati hanno fatto, in voti pubblici. Lo scontro si sposta dal piano identitario, dove è quasi imbattibile, a quello della proprietà del frame coalizionale: chi, dentro il centrodestra, ne tutela davvero gli interessi.
La leva ha una coda temporale, destinata a pesare di più nel 2027. Se oggi l’argomento è “avete votato sei volte con la sinistra”, domani diventa “su questa strada, alle urne, le consegnate il Paese”.
Ma la partita è a due, e Vannacci ha la sua risposta, collaudata da Gruber: scavalcare il voto parlamentare e portare tutto sul giudizio dell’operato di governo. “Molte cose promesse non sono state realizzate” non confuta l’accusa, la aggira, riconducendo il discorso dove lui è più forte. E alla costituente di Futuro Nazionale ha alzato ancora il tiro, rispondendo all’accusa di non essere “vera destra” non con la moderazione ma con la radicalizzazione: remigrazione, “l’Italia agli italiani” fatto ripetere in coro. Più lo si incalza sulla coerenza, più lui rilancia sull’identità pura. È il suo marchio di fabbrica: non difendersi sul terreno dell’avversario, ma spostarlo sempre altrove.
L’asimmetria dentro la coalizione
Lega e Forza Italia hanno preso le distanze con dichiarazioni di incompatibilità affidate a figure di peso: il vicesegretario azzurro Occhiuto ha bollato un ingresso di Vannacci come “mutazione genetica” della coalizione, e dalla Lega sono arrivate posizioni analoghe. È una chiusura sulla legittimità.
Meloni ha scelto un’altra strada. Anche lei contesta la rivendicazione di “destra vera”, ma non con un veto di principio: con un dato verificabile. È una contestazione sui comportamenti, non sulla collocazione, e per questo lascia socchiusa la porta. La differenza ha una radice di interesse: Lega e Forza Italia sono i partiti che Vannacci erode davvero, e per loro il confine netto è autodifesa; FdI, il meno intaccato, secondo i sondaggi guadagnerebbe da una convergenza futura, e può permettersi il registro condizionale.
C’è poi lo scarto più rivelatore. Le dichiarazioni di incompatibilità restano sul terreno che Vannacci predilige, l’identità: ogni “siete incompatibili” si lascia ribaltare in “siete voi a non essere veri”. L’argomento di Meloni, ancorato a un fatto registrato, non offre la stessa presa. Saper sottrarre lo scontro al terreno dell’avversario per riposizionarlo dove è debole è un segno di competenza comunicativa: Lega e Forza Italia accettano il campo di gioco di Vannacci e ne invertono il segno, la leader di FdI lo ridisegna.
Ma c’è un fatto che ridimensiona tutte queste distinzioni, e che ognuno conosce. I veti di oggi sono reversibili. Se i numeri restano questi, senza Vannacci il centrodestra non torna al governo, e nessuno ha interesse a perdere pur di onorare un’incompatibilità dichiarata a giugno. Salvo cataclismi, Lega e Forza Italia saranno costrette a ingoiare il rospo quando si costruirà il perimetro elettorale. Resta allora una domanda di fondo: chi sarà in grado di ricucire?
Una coalizione che include un soggetto oggi bollato come incompatibile da due dei suoi membri ha bisogno di un garante, capace di tenere insieme anime divergenti senza che ogni mediazione diventi una resa. È la funzione che per vent’anni ha svolto Berlusconi, e che oggi non ha un titolare evidente. Meloni ha l’autorità per esercitarla, ma è anche parte in causa: difficile fare insieme il contendente e l’arbitro.
L’asimmetria del bisogno e il calcolo miope dell’opposizione
Qui sta il nodo strategico. Le due parti non hanno lo stesso bisogno l’una dell’altra. Il centrodestra, in ottica 2027, ha bisogno strutturale di Vannacci: senza di lui, i numeri dicono che non si vince, e il bisogno si fa più stringente con l’avvicinarsi del voto. Vannacci no: restando fuori non rischia l’estinzione, rischia al massimo di restare un partito d’opposizione al 5% in crescita, terreno che per lui è fertile, non sterile. L’ingresso nella coalizione, dunque, dipende più dal centrodestra, che può perdere, che da Vannacci, che fuori può solo crescere. A una condizione: che la sua curva continui a salire. Se si appiattisse, l’equilibrio si riaprirebbe, e il bisogno di un’alleanza tornerebbe a pesare anche su di lui.
Lo stesso frame, “senza unità vince la sinistra”, vale per entrambi, ma con efficacia diseguale. Meloni lo usa per richiamare Vannacci alla responsabilità; Vannacci lo rovescia: “se mi escludete e perdete, la colpa è vostra”. È un classico stallo negoziale in cui ciascuno cerca di addossare all’altro la colpa preventiva della rottura. Ma le conseguenze sono asimmetriche: per Meloni perdere significa uscire da Palazzo Chigi, per Vannacci no. Lo stesso argomento pesa di più sulle sue spalle.
Ed è per questo che la resa dei conti non arriva ora: conviene a entrambi tenere il frame aperto il più a lungo possibile, perché finché resta aperto è una leva. Tutto ciò che vediamo oggi, l’attacco di Meloni, i veti degli alleati, la chiusura apparente di Vannacci, è posizionamento pre-trattativa, calibrato per il momento in cui la decisione diventerà inevitabile: a ridosso del voto. Sempre, beninteso, che Vannacci voglia davvero andare al governo, e non stia pensando, piuttosto, a restare fuori e capitalizzare la propria crescita. Un’incognita, questa, che nessuno può ancora sciogliere.
In questo quadro, il calcolo dell’opposizione è il più miope di tutti, perché lavora contro sé stesso. Renzi su tutti legge ogni frizione interna come una “rottura” che apre varchi al campo largo, e per questo soffia sul fuoco, amplifica lo scontro Meloni-Vannacci, lo tratta come l’inizio della fine del centrodestra. Ma il ragionamento poggia su un salto logico che nessuno verifica: che un elettorato cresciuto su identità di destra, immigrazione, sicurezza, sovranità, una volta separato Vannacci da Meloni, preferisca consegnare il Paese alla sinistra piuttosto che rientrare, obtorto collo, in una coalizione che ha “perso la trebisonda” ma resta, nel suo fondo, di centrodestra. È molto più probabile che, davanti all’alternativa secca che ogni elezione impone, quel voto torni a casa.
Il risultato è che ogni volta che l’opposizione amplifica lo scontro non indebolisce il centrodestra: rafforza Vannacci. Gli dà visibilità, ne accredita la postura di outsider, ne alimenta la crescita, cioè proprio la variabile che, restando alta, gli consente di dettare le condizioni e di farsi infine reintegrare da una posizione di forza. Credendo di spaccare l’avversario, l’opposizione gli sta fabbricando l’arma in più con cui presentarsi al 2027.
E c’è un contraccolpo ancora più diretto, interno al campo largo: i flussi registrano già un travaso, piccolo ma reale, dal M5S a Futuro Nazionale. È l’elettorato liquido che il Movimento conosce bene, avendolo intercettato per primo con la stessa logica anti-establishment. Radicalizzando lo scontro per smarcarsi dal PD, il M5S rischia di non accorgersi che il presidio della protesta, oggi, lo occupa Vannacci, e che quella protesta può defluire verso di lui invece che verso il Movimento.
Il quadro che ne risulta è un sistema di incentivi rovesciato, in cui ogni attore, attaccando o spingendo Vannacci, ne consolida la centralità. Meloni lo promuove a interlocutore. Lega e Forza Italia ne certificano la rilevanza. L’opposizione gli regala visibilità. Il M5S gli prepara il bacino. La domanda davvero politica, allora, non è più con quali strumenti il centrodestra possa arginarlo. È se esista, per uno qualsiasi di questi attori, un interesse reale a smettere di alimentarlo, sapendo che quasi ogni mossa, contro Vannacci, finisce per lavorare a suo favore.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Di tutta questa storia finalmente viene fatto trasparente perché il M5S non è mai stato un partito di sinistra con valori radicati e idee chiare, ma piuttosto un ibrido rosso-bruno anti-sistema con all’interno varie correnti (tra cui quella nazionalista populista, più vicina alla destra sociale) e contraddizioni tenute insieme inizialmente dalle capacità comunicative di Grillo e Casaleggio, e poi dalle abilità oratorie dell’avvocato del popolo Conte.