

Per oltre trent’anni, l’integrazione europea ha avuto un centro di gravità chiaro: il patto franco-tedesco. Non un trattato scritto, ma una prassi politica consolidata. Parigi forniva la visione strategica, Berlino la potenza economica; insieme decidevano tempi e limiti dell’integrazione. L’Unione si muoveva quando i due erano allineati, si fermava quando divergevano.
Oggi quel meccanismo non si è formalmente dissolto, ma ha perso la sua funzione ordinatrice. Non perché sia venuta meno la volontà simbolica di cooperare, bensì perché sono cambiate le condizioni strutturali. La Francia attraversa una fase di fragilità politica che indebolisce la sua proiezione europea; la Germania vive una crisi del proprio modello industriale che la costringe a ripensare priorità e alleanze. L’Europa, nel frattempo, non è più soltanto uno spazio di regole e moneta: è diventata un’arena di competizione industriale, sicurezza e sovranità tecnologica.
In questo vuoto di centralità prende forma un asse che fino a pochi anni fa sarebbe apparso improbabile: quello tra Italia e Germania. Non è un’alleanza ideologica, né un fronte politico strutturato. È una convergenza pragmatica che nasce da necessità comuni e da un mutamento degli equilibri interni al continente. Per la prima volta da molti anni, un governo italiano forte e stabile dialoga con una Germania in cerca di nuovi riferimenti strategici.
Il riavvicinamento tra Roma e Berlino non è un episodio tattico. È un segnale di trasformazione dell’architettura europea. E per comprenderlo occorre partire da ciò che si sta chiudendo: la stagione dell’asse franco-tedesco come unico motore decisionale dell’Unione.
La fine del motore franco-tedesco
L’asse tra Francia e Germania ha funzionato finché l’Europa è stata soprattutto regole, mercato unico e stabilità monetaria. In quella fase, la complementarità era evidente: la Germania garantiva disciplina fiscale e potenza industriale; la Francia imprimeva slancio politico e ambizione strategica. La sintesi produceva integrazione.
Oggi quella sintesi si incrina. Sul piano industriale e militare, il progetto Future Combat Air System (FCAS), simbolo dell’autonomia strategica europea voluta da Emmanuel Macron, è paralizzato da tensioni tra Dassault e Airbus. La Germania valuta alternative, fino all’ipotesi di convergere sul programma GCAP guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Se ciò accadesse, non sarebbe solo una scelta tecnica: sarebbe la certificazione di una frattura strategica.
Sul piano economico, le divergenze si moltiplicano. Parigi insiste su logiche di “Buy European” e su un approccio più protezionista; Berlino, insieme a Roma, guarda agli accordi commerciali – dal Mercosur in poi – come strumenti di sopravvivenza in un mondo più frammentato. La Francia teme l’apertura; Germania e Italia temono l’isolamento.
A questo si aggiunge il fattore politico. Macron si avvia verso la fine del suo secondo mandato nel 2027, con un sistema interno segnato da instabilità cronica e maggioranze fragili. Un presidente in scadenza perde inevitabilmente capacità di proiezione. La Germania, tradizionalmente attenta alla continuità, non può costruire strategie di lungo periodo su un partner politicamente indebolito.
Il risultato non è la rottura formale dell’asse franco-tedesco, ma la sua relativizzazione. Non è più l’unico perno attorno a cui ruota l’Unione. E quando un perno perde centralità, il sistema cerca nuovi equilibri.
Una Germania in cerca di equilibrio
La trasformazione del baricentro europeo non si comprende senza guardare alla Germania. Per oltre un decennio Berlino è stata il motore economico del continente, trainata da export, energia russa a basso costo e disciplina fiscale. La guerra russo-ucraina ha incrinato quel modello. Il costo energetico è esploso, l’industria automobilistica è sotto pressione per la concorrenza cinese, la crescita ristagna.
La rottura con lo Schwarze Null e l’annuncio di piani di spesa massicci segnano un cambio di paradigma. Ma la Germania non ha ancora ritrovato una stabilità politica piena. Friedrich Merz guida una coalizione fragile, in un contesto di polarizzazione interna e perdita di certezze strategiche. Berlino è costretta a ridefinire la propria postura europea.
In questo contesto, l’Italia appare meno distante di quanto fosse in passato. Le performance economiche dei due Paesi si sono avvicinate; lo spread si è drasticamente ridotto; entrambe le economie sono manifatturiere, entrambe colpite dalla transizione industriale e dalla competizione asiatica. La convergenza non è retorica: è strutturale.
Per la Germania, l’Italia non è più il partner problematico dei contenziosi fiscali o migratori di un tempo. È un interlocutore stabile, con un governo solido e una capacità di manovra politica riconosciuta. In un’Europa in cui la Francia vacilla e l’Est Europa spinge per una postura più assertiva, Berlino ha bisogno di un asse affidabile. Roma oggi lo è.
Una convergenza necessaria?
Il riavvicinamento tra Italia e Germania non cancella le differenze. Le espone. E la frattura più visibile riguarda il rapporto con gli Stati Uniti nell’era Trump.
Alla Conferenza di Monaco, Friedrich Merz ha tematizzato esplicitamente la distanza dal mondo MAGA, parlando di frattura culturale e rivendicando la specificità europea su libertà di parola, commercio e impegni climatici. È stata una presa di posizione politica netta, che colloca Berlino in una postura di delimitazione identitaria: l’Europa non è una propaggine ideologica dell’America trumpiana.
Tuttavia, poche ore dopo, lo stesso cancelliere ha attenuato i toni, riaffermando accanto al segretario Rubio la centralità del legame transatlantico. Prima la distinzione, poi la ricucitura. È la cifra tedesca: segnalare la distanza, ma non rompere l’architettura dell’alleanza.
La decisione di non aderire al Board of Peace promosso da Trump si inserisce in questa logica. Berlino ha motivato la scelta con una ragione formale e costituzionale: la partecipazione a un organismo che rischierebbe di sovrapporsi alle competenze dell’ONU e al diritto internazionale porrebbe questioni rilevanti rispetto ai poteri del Bundestag e all’impegno tedesco nel multilateralismo tradizionale. Non è solo prudenza politica; è tutela dell’ordinamento interno e della collocazione giuridica della Germania nello spazio internazionale.
Giorgia Meloni ha adottato un registro differente. Da Addis Abeba ha preso le distanze dalle critiche di Merz al MAGA, definendole valutazioni politiche non condivise. Non ha tematizzato alcuna frattura culturale con Washington. Anzi, ha ribadito la centralità dell’integrazione euro-americana e la necessità di valorizzare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide.
Qui la differenza non è solo di linguaggio, ma di tattica politica. Berlino ha scelto da subito una linea chiara, motivando la non adesione al Board con argomentazioni di natura costituzionale e multilaterale, chiudendo rapidamente lo spazio interpretativo.
Roma, invece, ha oscillato. Prima l’apertura alla partecipazione come osservatore, poi il raffreddamento, infine l’ipotesi – poi confermata – di una presenza a livello ministeriale. Non una strategia definita, ma un tentativo di trovare l’ennesimo punto di equilibrio, evitando di esporsi come unico capo di governo europeo presente a Washington e, al tempo stesso, senza rompere il canale politico con l’amministrazione americana.
La differenza, dunque, non è tra adesione e rifiuto, ma tra posizione dichiarata e posizione negoziata fino all’ultimo. Berlino delimita il campo; Roma calibra l’esposizione. È gestione del rischio politico in tempo reale, in un contesto in cui l’Italia cerca di non trovarsi né isolata in Europa né fuori dai tavoli che contano sul piano transatlantico.
Questo non significa che l’asse Roma-Berlino si rompa. Significa che la sua natura va definita con precisione: la convergenza è strategica, non ideologica. Non nasce da una comune lettura del trumpismo, né da una visione identica del multilateralismo. Nasce da interessi concreti: competitività industriale, revisione delle rigidità normative, coordinamento su difesa ed energia, necessità di accelerare senza attendere l’unanimità paralizzante dei Ventisette.
Sul piano europeo, Italia e Germania condividono un’agenda pragmatica. Sul piano atlantico, mantengono posture diverse. Berlino delimita e formalizza. Roma dialoga e integra, con una maggiore prossimità culturale alla visione sovranista americana.
Il punto decisivo è che questa divergenza non impedisce la cooperazione. La nuova convergenza europea tra Berlino e Roma non è un’alleanza di valori identitari comuni; è una convergenza funzionale in un contesto di instabilità sistemica. E proprio perché non è ideologica, ma necessitata, può risultare più solida sul terreno operativo.
Resta però un dato strutturale: se la relazione con Washington dovesse irrigidirsi ulteriormente, la diversa postura di Germania e Italia potrebbe trasformarsi da sfumatura tattica in vera linea di frattura. Finché questo non accade, il pragmatismo prevale sulla retorica. Ma l’equilibrio resta delicato.
Far parte di un “asse”
È ancora prematuro parlare di un asse strutturale e duraturo tra Italia e Germania.
Storicamente, la Germania ha privilegiato partner dotati di profondità strategica, capacità di proiezione internazionale e continuità diplomatica. È una costante della sua cultura politico-istituzionale: Berlino tende a legarsi a chi garantisce solidità nel tempo, strumenti autonomi di potenza e affidabilità sistemica. In questo senso, la Francia è stata per decenni l’interlocutore naturale. Non per superiorità, ma per tradizione statuale: forza nucleare, seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, cultura di potenza, apparato diplomatico strutturato, dottrina strategica autonoma. Parigi dispone di una grammatica internazionale che Roma, salvo brevi stagioni, non ha mai pienamente interiorizzato. La postura francese è storicamente generativa; quella italiana è stata più spesso adattiva.
E tuttavia, questo schema oggi non è più lineare.
La Germania post-2022 non è la Germania che poteva appoggiarsi comodamente al tandem franco-tedesco come architrave immutabile dell’Unione. La crisi energetica strutturale, la perdita del modello export-driven verso Cina e Russia, la necessità di riarmarsi dopo decenni di sottodimensionamento militare, la ridefinizione della propria collocazione strategica dentro una NATO mutata e in un contesto globale più conflittuale hanno prodotto un disallineamento profondo. Berlino è entrata in una fase di ricerca. E quando una potenza è in ricerca, tende a moltiplicare le opzioni, non a restringerle.
In parallelo, la Francia attraversa una fase di fragilità non trascurabile. L’instabilità politica interna, la crescente polarizzazione elettorale, la prospettiva di una transizione presidenziale nel 2027 che potrebbe ridisegnare radicalmente il quadro, le difficoltà fiscali e sociali, la tensione permanente tra ambizione strategica e capacità economica reale: tutto questo indebolisce temporaneamente la capacità francese di fungere da baricentro incontestato. Parigi resta strutturalmente più attrezzata sul piano della potenza, ma oggi è meno solida sul piano della coesione politica interna e della prevedibilità sistemica.
È dentro questa doppia dinamica – Germania in ricerca, Francia in affanno – che si inserisce l’inedita convergenza con l’Italia.
L’asse con Roma non nasce soltanto dalla debolezza francese. Nasce anche da una novità italiana. Oggi l’Italia è politicamente più stabile rispetto al recente passato; è industrialmente rilevante in settori chiave come difesa, manifattura avanzata ed energia; è meno ideologicamente assertiva rispetto a Parigi; ed è più compatibile con una linea pragmatico-competitiva orientata alla competitività e alla flessibilità regolatoria. Non si tratta di un’affinità dottrinaria, ma di una compatibilità funzionale.
Qui però emerge la distinzione decisiva tra maturità tattica e maturità strategica. L’Italia ha mostrato negli ultimi anni una significativa maturità tattica: capacità di equilibrio tra Washington e Bruxelles, gestione modulare delle tensioni transatlantiche, adattamento alle dinamiche multilaterali senza rotture simboliche. Ma un asse richiede maturità strategica: implica continuità nel tempo, definizione di priorità strutturali, disponibilità ad accettare costi politici e a vincolare la propria postura internazionale a scelte riconoscibili. Il caso del Board è esemplare nello spiegare la differenza fra le due maturità.
Se la Germania sta moltiplicando le opzioni, è perché non ha ancora definito il proprio nuovo centro di gravità. Se la Francia appare indebolita, non significa che sia strutturalmente marginalizzata. La sua tradizione di potenza resta intatta. E Berlino, per cultura politica, tende a privilegiare interlocutori dotati di strumenti autonomi di proiezione. È dunque possibile che, qualora Parigi ritrovasse stabilità e coerenza, il baricentro torni a gravitare lungo l’asse tradizionale.
La vera novità non è dunque l’emergere di un asse strutturale, ma l’apertura di uno spazio. Uno spazio geopolitico in cui Roma può giocare una partita diversa rispetto al passato. Ma perché questa partita si traduca in architettura stabile, l’Italia dovrà compiere un salto: trasformare la propria maturità tattica in maturità strategica. Passare dall’essere opzione utile all’essere perno riconoscibile.
Ed è questo, in ultima analisi, il banco di prova dell’intera operazione.

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L’esame di maturità strategica, per il sistema Italia, immagino verterà sul mantenimento della credibilità internazionale, lungi dall’essere paragonabile a quella francese.
Proprio perché si tratta di un progetto work-in-progress, potrebbero essere adottate le giuste correzioni, come il coinvolgimento della Germania nel Piano Mattei e/o il rimodellamento della postura USA-UE, fattibile solo se ci dovesse essere un Meloni/bis nel 27.
Salvo l’articolo tra i preferiti, perché è un’analisi molto chiara
Complimenti vivissimi per lucidità, chiarezza e sintesi