


Roma ha ripristinato i controlli sugli arrivi dalla Spagna senza documentare flussi da Ceuta verso l’Italia. Madrid ha risposto con un ultimatum. Il rischio è trasformare Schengen in una leva negoziale e creare un precedente contro l’integrazione europea.
C’è un paradosso, nella crisi d’agosto tra Italia e Spagna, che vale più delle dichiarazioni incrociate dei due governi. Roma ha reintrodotto controlli selettivi sugli arrivi dalla Spagna senza dimostrare l’esistenza di movimenti significativi da Ceuta verso il territorio italiano. Uno strumento pensato per rispondere a minacce concrete all’ordine pubblico e alla sicurezza interna è diventato così un messaggio politico, spedito con la carta intestata della sicurezza nazionale.
Il codice frontiere Schengen consente il ripristino temporaneo dei controlli interni. Francia, Germania e Austria vi hanno fatto ricorso più volte davanti ad attentati, movimenti secondari o crisi sanitarie. Ma deve trattarsi di una misura eccezionale, necessaria e proporzionata.
Che il provvedimento italiano soddisfi davvero questi requisiti è tutt’altro che evidente. Italia e Spagna non condividono un confine terrestre; non sono stati documentati movimenti significativi verso il territorio italiano; la grande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è già rientrata in Marocco. Inoltre, il regime speciale applicabile a Ceuta e Melilla prevede già verifiche sui collegamenti marittimi e aerei con la Spagna continentale e con gli altri Paesi Schengen. Roma ha limitato la misura ai cittadini di Paesi terzi e a controlli selettivi, ma resta da dimostrare quale rischio concreto questi controlli dovrebbero prevenire.
La sequenza politica, invece, è chiarissima. Madrid avvia una vasta regolarizzazione, Tajani la definisce «profondamente sbagliata», esplode la crisi di Ceuta e Roma ripristina i controlli sui cittadini extra-UE provenienti dalla Spagna. Il governo italiano presenta la decisione come preventiva; Madrid replica che la grande maggioranza dei migranti è stata rimandata in Marocco e che non esiste un flusso verso l’Italia. Il 7 agosto Palazzo Chigi ha rifiutato esplicitamente l’ultimatum spagnolo, annunciando che i controlli resteranno in vigore almeno fino al 15 agosto e comunque fino a quando non saranno esclusi rischi per la sicurezza.
Il punto non è negare la gravità di quanto accaduto a Ceuta. È chiedere quale sia il nesso concreto tra quella crisi e i controlli negli aeroporti e nei porti italiani. Se basta una divergenza sulla politica migratoria di un altro Stato membro per ripristinare le frontiere interne, Schengen cessa di essere un’architettura giuridica e diventa una concessione revocabile a piacere.
Per l’Italia, che vive di mobilità, turismo, logistica e interconnessione con il mercato europeo, è un azzardo: una misura che risponde più a esigenze di comunicazione politica che a una minaccia concreta e documentata, pagata con la credibilità di uno degli strumenti europei da cui il Paese trae maggiore beneficio.
Sarebbe però comodo, e falso, dipingere Madrid come la vittima innocente della storia: da una parte il governo sovranista che chiude, dall’altra quello progressista che accoglie. La realtà è meno edificante.
Pedro Sánchez ha risposto a un contenzioso europeo con un ultimatum bilaterale: rimuovere i controlli entro domenica oppure affrontare «misure proporzionate». È la stessa logica muscolare rimproverata a Roma, con una settimana di ritardo e una diversa bandiera. Una controversia sull’applicazione del codice Schengen viene trasformata in un duello tra capitali, con scadenze e minacce di ritorsione, come se l’Unione fosse un condominio litigioso e non un ordinamento giuridico.
Anche la regolarizzazione spagnola merita un giudizio meno ideologico. Riguarda persone già presenti nel Paese prima della fine del 2025, con requisiti di permanenza continuativa, e non attribuisce loro il diritto automatico di stabilirsi o lavorare in Italia o Germania. Un permesso spagnolo consente la circolazione breve nello spazio Schengen; il trasferimento stabile in un altro Stato resta soggetto ad altre condizioni e autorizzazioni. Non riguarda, né può riguardare, chi è entrato a Ceuta alla fine di luglio.
Questo non significa che la decisione non abbia una dimensione europea. In uno spazio senza controlli alle frontiere interne, una regolarizzazione di tali proporzioni produce conseguenze politiche e, nel tempo, possibili effetti sulla mobilità. Madrid aveva il diritto di adottarla, ma avrebbe dovuto accompagnarla con un confronto serio con i partner. Non perché la generosità richieda un’autorizzazione, ma perché la fiducia reciproca richiede trasparenza.
Il danno più grave non è la crisi in sé. I controlli selettivi intercetteranno probabilmente poco, l’ultimatum spagnolo produrrà al massimo qualche contromisura simbolica e Bruxelles cercherà una mediazione. Prima o poi arriverà il consueto comunicato con «dialogo» e «spirito europeo» distribuiti in dosi omeopatiche.
Il danno è il precedente.
Due grandi Stati dell’Unione hanno stabilito che Schengen può diventare una leva negoziale: i controlli interni possono essere ripristinati per mandare un messaggio e alle contestazioni si può rispondere con un ultimatum. È un caso particolarmente anomalo: uno Stato ripristina controlli sugli arrivi da un altro membro con cui non condivide frontiere terrestri, motivandoli con una crisi verificatasi alla frontiera esterna dell’Unione, in un territorio già sottoposto a un regime speciale di verifiche sui collegamenti con il resto dello spazio Schengen.
La prossima volta questa giurisprudenza politica verrà invocata da Orbán, o da chiunque abbia un conto da regolare con un vicino. I precedenti, in politica come in diritto, non si scelgono i propri eredi.
La spaccatura arriva inoltre mentre l’Unione tenta di attuare il patto su migrazione e asilo, l’unico quadro capace di sottrarre queste crisi alla logica bilaterale. Ogni giorno di duello tra Roma e Madrid è un argomento regalato a chi sostiene che l’Europa non sappia governare le migrazioni e che convenga tornare ai confini nazionali.
È la profezia che si autoavvera: si indebolisce lo strumento comune, poi si constata che non funziona. Bruxelles dovrebbe intervenire non solo con una mediazione diplomatica, ma ricordando con chiarezza i limiti giuridici al ricorso ai controlli interni.
Chi ha a cuore un’Europa liberale dovrebbe dire due cose insieme, anche a costo di scontentare entrambe le tifoserie.
Alla destra italiana: la sicurezza nazionale è troppo seria per essere usata come pretesto. Chi invoca la sovranità sulle frontiere dovrebbe ricordare che la capacità degli italiani di viaggiare e quella del Paese di commerciare e contare passano anche attraverso Schengen, non contro Schengen.
Alla sinistra europea già schierata con Madrid: l’unilateralismo non diventa virtuoso perché nasce da una politica generosa, e un ultimatum non diventa dialogo perché lo pronuncia un governo progressista.
Le frontiere interne non si ripristinano per mandare messaggi. Le politiche comuni non si costruiscono con fatti compiuti e ritorsioni. Sono due facce dello stesso principio: in uno spazio condiviso, nessuno può comportarsi come se decidesse da solo.
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Piccola annotazione a margine, che non c’entra con Schengen ma c’entra con quanto scritto nell’articolo: a Ceuta la maggior parte sono rientrati, ma quelli rimasti sono i più violenti e pericolosi, e si stanno dando molto da fare a dimostrarlo.
Lamentarsi ora della regolarizzazione spagnola è solo pretestuoso per colpevolizzare maggiormente il governo spagnolo, che avrà anche delle responsabilità sulla gestione dei controlli dei propri confini ma non prendendo fatti anteriori non correlati con quelli odierni.
Bisognava attivarsi prima in quel caso ed esporre perplessità e reclami nelle sedi opportune, ma si sa ormai le fazioni populiste vivono anche di questo pur di restare in cima ai riflettori e il governo Meloni inoltre ha grosse difficoltà a contenere la propaganda di altri soggetti concorrenti però convergenti su certi temi che stanno emergendo nel panorama politico.
Quindi serviva prendere la “palla al balzo” dei fatti di Ceuta e proclamare la temporanea sospensione di Schengen.
Infine, Bruxelles potrebbe e dovrebbe intervenire idealmente in una situazione politica europea normale a redarguire il governo italiano sulla sua decisione unilaterale senza consultare le istituzioni europee, ma dato che la situazione tanto normale più non è da tempo in Europa paradossalmente (ormai neanche più di tanto a dire la verità) tali interventi ed eventuali sanzioni potrebbero dare maggiore impulso ai partiti estremisti nazionalisti europei per guadagnare ulteriori consensi tra i cittadini indecisi o dubbiosi e quindi rendere ancora più agevole la loro ascesa verso la possibilità di governare.