Se da un lato rimangono aperte molte domande sui reali scopi del massiccio lancio di missili e droni deciso da Teheran, in risposta all’attacco israeliano di qualche giorno fa contro il consolato iraniano a Damasco, nel quale avevano perso la vita anche due alti ufficiali dei pasdaran, dall’altro è possibile registrare alcuni elementi che, se confermati, sono destinati a cambiare completamente il quadro degli eventi in corso in Medio Oriente.
Perché a guardare la questione sotto un profilo strettamente militare, si può dire che l’iniziativa, vista anche la quantità di risorse impegnate, sia stata un clamoroso flop, risoltosi con qualche ferito, danni limitati ad un paio di basi militari e, semmai, una indubbia dimostrazione di forza di Tel Aviv, che ha avuto modo di ostentare la straordinaria tecnologia difensiva di Iron Dome, lo scudo aereo, ritenuto da molti il più sofisticato al mondo.
E’ però difficile immaginare che tutto questo non fosse stato abbondantemente previsto dai vertici militari del regime degli ayatollah, con una vendetta ampiamente annunciata e preparata sotto gli occhi vigili dei satelliti spia americani, che erano persino riusciti a contare i “pezzi” che Teheran si preparava a lanciare, restringendo anche di molto la rosa dei possibili obiettivi. Lo scopo, viene quindi da pensare, non era quello di causare morti ed infliggere danni, ma semmai di inviare un segnale forte e chiaro. Quasi un obbligo da parte di un regime per il quale quella di mostrarsi deboli non è una possibile opzione, tanto più verso il “nemico sionista”. Ma senza gesti “irreversibili”, per evitare nell’immediato uno scontro diretto con Israele che il paese non avrebbe la forza economica e militare di sostenere.
A molti è per questo motivo tornato alla mente il precedente che inevitabilmente la vicenda rievoca, vale a dire l’assassinio di un altro pezzo da 90 delle Guardie della Rivoluzione, il generale Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2020 durante un attacco all’aeroporto di Bagdad, ordinato dall’allora presidente statunitense Donald Trump. La risposta all’epoca fu il lancio di 22 missili balistici verso l’Iraq, 17 dei quali sulla base aerea di Ain al-Assaf e 5 sulla città di Erbil, con l’obiettivo dichiarato di colpire il contingente americano. Il regime di Teheran dichiarò di aver eliminato 80 militari USA, mentre secondo fonti statunitensi ed irachene non ci furono vittime (elemento questo avvalorato dal fatto che non vi fu alcun ulteriore contrattacco), tanto che molti sospettano che all’epoca Washington, avvisata per tempo del lancio, avesse fatto scendere tutto il personale nei bunker, permettendo così a Teheran di mostrare i muscoli senza causare danni effettivi.
La situazione in questo frangente è naturalmente assai diversa, perché stavolta l’attacco è stato lanciato contro il territorio israeliano, e questo in realtà cambia tutto. Intanto perché per la prima volta l’Iran abbandona la strategia della “proxy war”, la guerra per procura, portata avanti sinora attraverso sue articolazioni più o meno dirette come Hamas, Hezbollah, Houthi e vari gruppi jihadisti, per intestarsi direttamente una iniziativa di contrasto di Israele. Una decisione che ha anche un “costo” non proprio indifferente.
Innanzitutto lo scontro Teheran – Tel Aviv fa passare in secondo piano la questione palestinese, rivelando come questa non sia mai stata al centro dell’agenda politica della repubblica slamica e di conseguenza nemmeno di Hamas, il cui obiettivo era probabilmente sin dall’inizio quello di esasperare lo scontro latente tra i due acerrimi nemici. Inoltre la decisione assunta dalla Giordania di partecipare all’abbattimento di parte dei missili e dei droni lanciati dall’Iran, oltre a cristallizzare una particolare sensibilità del regno presieduto da re Abd Allah II, rispetto al mantenimento degli equilibri della regione e ad una gestione della situazione in Palestina che tenga lontano da Amman lo spettro degli eventi del “Settembre Nero” che tra il 1970 ed il 1971 causarono quasi il rovesciamento della corona, potrebbe essere anche la punta visibile di un gigantesco iceberg costituito dal blocco sunnita, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi in testa a contrastare le mire dominio regionale da parte di Teheran e il tentativo di immaginare il paese degli ayatollah alla guida di una coalizione panislamica contro Israele. Se questo sia destinato ad arrestare il percorso di riavvicinamento tra Teheran e Jedda è ancora presto per dirlo, ma di certo la possibile polarizzazione dei rapporti in un teatro sempre caldissimo come quello mediorientale è stato messo in conto dall’Iran, un paese che ha dimostrato, proprio con i fatti di queste ore, di essere pronto a fare un “salto di qualità” nel confronto con l’Occidente, ponendosi in tal senso sulla scia dello scontro scatenato dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina.
Gli osservati speciali, in questa fase, restano proprio l’Arabia Saudita e la Turchia, due storiche cerniere che sorreggono la porta di collegamento tra Oriente ed Occidente, ma anche di dialogo tra le varie anime dell’Islam. Il loro posizionamento avrà infatti inevitabili riflessi anche sulle prossime mosse di Israele, che difficilmente, salvo clamorosi ripensamenti, considererà chiusa la partita, come invece chiesto dagli USA, ma potrebbe porsi obiettivi assai più ambiziosi come quello di aiutare i ribelli iraniani, ma anche di mettere a segno operazioni mirate per minare o rallentare il programma nucleare della repubblica islamica. Un altro aspetto del quale poco si parla, ma che per Israele potrebbe rappresentare il prossimo fronte della guerra per la propria sopravvivenza.
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Alle sue ottime e puntuali considerazioni vorrei aggiungere due aspetti che ritengo non trascurabili.
1_Fintanto che i Medium Range Ballistic Missile iraniani vengono lanciati entro i propri confini, la probabilità di intercettazione ad opera del sistema Iron Dome è molto elevata, grazie anche al tempo di volo che permette il tracking ma soprattutto grazie alla copertura satellitare israeliana e statunitense. Per l’Iran pensare di lanciare uno strike risolutivo in quanto inatteso è veramente utopistico ma se tali missili dovessero essere armati con testate nucleari (condizione che forse si potrebbe verificare tra 2-5 anni) anche un 1% a bersaglio sarebbe comunque devastante per Israele (non è ancora accertato il numero esatto ma sembra ci siano stati 5/7 impatti al suolo).
2_Gli accordi di Abramo, stipulati da AS-Israele non sono defunti ma vivi e vegeti, come dimostra l’intervento attivo di AS nel targeting condotto a favore di Israele (a tal proposito l’attacco sembra un autogol iraniano, come quello russo in UKR che ha determinato l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO)…..
Alla luce di quanto detto la vera domanda che mi pongo è la seguente: riuscirà Bibi a non farsi trascinare in una risposta (non in un conflitto, si badi bene) che sarebbe solo controproducente per Israele??
Magari la risposta è si, a patto di una compartecipazione alla sua difesa (di Israele) ad opera di USA/UK/FR/AS/GIORDANIA, come nel 91 quando la minaccia proveniva da fu Saddam. Se così non fosse allora…….