di Iuri Maria Prado
Non ero amico di Massimo Bordin, e non mi piaceva neppure. E credo che la mia poca simpatia per lui stesse al pari di quella che lui aveva nei miei confronti.
Devo tuttavia riconoscere che mai, durante la mia collaborazione con Radio Radicale (almeno quindici anni, credo, di una rubrica bi-settimanale), ho ricevuto anche solo un sussurro di interferenza a proposito delle cose che per tutto quel tempo ho detto sotto la sua direzione. E c’è da star sicuri che non raramente io abbia detto cose che, a dir poco, non gli piacevano.
Sulle sue doti, semplicemente insuperate, di rassegnista, sulla cultura politica che le sorreggeva e sulle capacità tecniche che le rendevano così efficaci e ficcanti, non direi nulla che già non sia stato detto.
Ricordo – e questo invece voglio dire – che la notizia della morte di Massimo Bordin mi fece male anche più che la perdita di un amico: pensai che una buona quota delle scemenze reiterate senza perplessità dai suoi colleghi non avrebbe più incontrato il filtro profilattico del suo lavoro. E che questo sarebbe stato male per tutti.
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