Massimo Bordin era tendenzialmente stanziale e questo era già uno spartiacque per chi, come me per esempio, era e resta affetto da nomadismo cronico. Massimo lavorava in profondità e la sua rassegna stampa era un esempio di come era arrivato a costruire un meccanismo radiofonico e non soltanto radiofonico perfetto.
Intendiamoci. La rassegna stampa è un prodotto molto personale se è una buona rassegna stampa. A ciò si aggiunga che, mentre quando Radio Radicale cominciò pressoché da sola e poi per molto tempo rimase tale, oggi invece di rassegne stampa ce ne sono una infinità e allora in radio occorre dare una ulteriore caratterizzazione per riuscire a rendere il programma una condivisione reale con chi ascolta. Altro aspetto è legato ai giornali che oggi sono per volume molto più leggeri di quando io smisi di fare i turni con Massimo e entrai in Rai. Era il 1995 e basta confrontare come mole l’Espresso o Panorama di allora con quelli di oggi per farsene una idea. Dal 1991 al 1995 ci dividevamo noi due la settimana, tre giorni lui, due giorni io, a differenza di oggi che i turni sono invece settimanali.
Massimo arrivò a Radio Radicale definitivamente nella seconda ondata redazionale. Della prima oltre chi scrive c’erano Loredana Lipperini, Claudia Di Giorgio e Gianni Sandrucci. Poi arrivo come direttore Lino Jannuzzi e con lui in redazione arrivarono oltre Massimo, che mi pare già collaborasse in qualche modo, anche Paolo Liguori, Valter Vecellio, Genny Roccella oltre Marco Taradash che era già in squadra e che di fatto aveva inventato, con il contributo di Marco, la rassegna stampa che poi più tardi e non senza mugugni proprio Marco – quello più rompiballe – propose (in senso lato) che si chiamasse “Stampa e Regime”.
Con Massimo i rapporti almeno per me non sono mai stati facili. Avevamo due caratteri opposti e ci stavamo reciprocamente e rispettosamente sulle balle ma era normale. Lo ho sempre considerato più bravo e più serio di me che sono stato rovinato dalla tv e dalle cattive compagnie. Massimo studiava, si preparava, non riusciva a essere superficiale soprattutto su quei temi che erano il suo pane quotidiano come la giustizia e la politica. Una cosa – quella sì – ci accomunava cioè l’insofferenza nei confronti della cialtroneria e dell’ignoranza in politica, la mancanza di rispetto delle regole sacre di quella politica che anche quando era fatta da filibustieri doveva mantenere un suo livello quasi sacrale.
Massimo raccoglieva analizzava sviscerava gli sviluppi quotidiani utilizzando non tanto l’ironia quanto piuttosto il sarcasmo, tagliente come un rasoio. Non era amabile, anzi la sola idea di poterlo sembrare lo atterriva. Avevamo frequentazioni e ambienti politici diversi anche all’interno del mondo radicale, dove lui si ritrovava in riferimenti che non erano i miei e viceversa. Forse un’altra cosa che ci separava era l’affetto per Marco che per me era molto forte e per lui era più che altro occasione di colluttazione quotidiana ma è anche vero che Marco era editore e direttore di fatto di Radio Radicale quindi la posizione di Massimo e di chi lo aveva preceduto non era facile.
Quando dopo la sua scomparsa, nel giro delle voci che cominciarono non a sostituirlo perché era insostituibile ma a proseguire un percorso, venne chiesto anche a me di partecipare, mi fece piacere accettare e tornare da dove ero partito. Stampa e Regime, in primo luogo grazie a lui e a Marco Taradash che prima di lanciarsi in politica era la sua voce ufficiale, è diventato ormai un programma storico sia per età che per effettivo ritorno mediatico.
Ricordo, per esempio, all’inizio degli anni 90, un amico che dirigeva il più importante quotidiano nazionale segnalare ai suoi redattori di ascoltare la rassegna stampa di Radio Radicale perché così le riunioni duravano molto meno. L’ascolto professionale è rimasto, anzi si è rafforzato, fra giornalisti, politici, avvocati, magistrati, con un bacino di ascolto qualificato e impegnato, oltre che impegnativo. Una eredità che Massimo con le sue mattine e i suoi colpi di tosse ha costruito per buona parte, considerandola la grande scommessa della sua vita, vincendola altrettanto alla grande.
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