Giovanna Reanda è la direttrice di Radio Radicale dal gennaio 2024. Con lei, che con Bordin ha lavorato per moltissimi anni, abbiamo avuto una conversazione su Massimo Bordin. Cogliamo l’occasione per inviare un augurio di buon lavoro a lei a tutta la redazione della radio.
Giovanna, hai lavorato con Massimo Bordin per molti anni. Che ricordo ne hai?
Massimo fu sempre un uomo dalle convinzioni molto salde e sostenute da una competenza davvero rara. La qual cosa lo rendeva una persona poco incline al compromesso e si può dire che non fosse un uomo facile dal punto di vista delle relazioni interpersonali. Frequentava pochissime persone fuori dall’ambito lavorativo, le sue apparizioni televisive credo si possano contare sulle dita di una mano e anche in Parlamento non veniva praticamente mai. Non era una questione di snobismo ma semplicemente il suo modo d’essere. Non era certamente molto incline alla socializzazione. Al contempo, improvvisamente, era capace di gesti di affetto al limite della dolcezza che in qualche modo apparivano sorprendenti.
Bordin è da molti associato alla “sua rassegna stampa”, nel senso che grazie al suo stile ne fece un appuntamento per molti versi “unico”. Voglio ricordare con te la motivazione con cui vinse il “Premiolino”, uno dei più importanti premi giornalistici italiani: ” il collega che da anni ci sveglia ogni mattina con le sue puntuali, professionali e graffianti rassegne stampa, cesellando i fatti con opinioni di rara acutezza libertaria “. Ma al di là della rassegna su cui già molto è stato detto, com’era il Bordin direttore della radio?
Anche il ruolo da direttore, Massimo lo interpretò “a modo suo” e bada bene che è stato il direttore che meglio di tutti ha dato un’impronta molto precisa alla radio. Massimo, con la sua rassegna stampa e con la riunione di redazione al mattino, ogni giorno dava la linea e ognuno sapeva perfettamente cosa doveva fare e come. E questo nonostante fosse poco incline ad uno stile empatico. Una delle sue frasi che ricordo era: ”le emozioni sono sopravvalutate”. Massimo era così ma, come accadeva con la rassegna stampa, era capace di trasmettere senza tante parole il senso di quello che voleva dire. Erano anni in cui le dinamiche del partito erano molto accese e lui si è sempre adoperato per evitare che la radio e quelli che ci lavoravano ne fossero in qualche modo coinvolti. E poi aveva un grande fiuto giornalistico che sapeva distillare in quegli argomenti che lo interessavano di più: la cronaca giudiziaria, spesso collegata al mondo siciliano, la sua meticolosa conoscenza della complicatissima vita politica israeliana con cui discorreva nella sua rubrica con Fiamma Nirenstein. Oggi posso dire che, come direttore, a me ha dato tutte le opportunità che poi hanno contraddistinto la mia carriera e non posso che ringraziarlo.
Mi ritrovo molto in questo ritratto di un Bordin schivo e sempre molto controllato nel suo stile di relazione che al contempo era capace di comunicare molto bene ciò che pensava.
Aveva quei suoi inconfondibili modi di riassumere con una calibratissima pausa, con un mmh, con un “eh vabbè” quello che gli passava per la mente in quel momento. Non lo nascondeva neanche di fronte a Marco Pannella quando interveniva durante la rassegna stampa. E anche la conversazione domenicale tra i due era un format che molto doveva alla particolare relazione che c’era tra Pannella e Bordin. Quel registro era davvero il “loro” registro. Ed era irripetibile.
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