


La società post-alfabetica non cancella necessariamente i libri, ma indebolisce la capacità di interiorizzarli e di esercitare il giudizio critico. Nell’ambiente mentale prodotto dai media digitali, il cittadino rischia di trasformarsi in utente, consumatore e spettatore, erodendo le basi sostanziali della democrazia liberale.
Marshall McLuhan non fu soltanto un teorico dei mezzi di comunicazione. Fu, più radicalmente, uno dei primi interpreti della trasformazione antropologica prodotta dai media moderni. Quando affermò che “il medium è il messaggio”, non intendeva dire che il contenuto fosse irrilevante, ma che ogni mezzo di comunicazione modifica prima di tutto la forma della percezione, il ritmo del pensiero, il modo in cui l’uomo organizza il mondo.
Per McLuhan, infatti, il più significativo effetto di un medium consiste nel mutamento di “scala, ritmo o modello” che è in grado d’introdurre nelle relazioni umane.
Le conseguenze dell’adozione di una simile chiave interpretativa delle recenti evoluzioni del mondo contemporaneo non sono banali. La società “alfabetica” aveva formato un certo tipo di uomo: lineare, argomentativo, capace di distanza critica.
Nonostante tutte le drammatiche involuzioni sociali e politiche che hanno attraversato il XX secolo, la capacità di leggere non era mai venuta meno, e la lettura imponeva lentezza, pazienza, mediazione. Il cittadino alfabetico non riceveva semplicemente messaggi: sapeva confrontarli e sottoporli a giudizio critico, perché la pagina scritta educava a distinguere, ordinare, gerarchizzare.
Con l’avvento dei media elettronici, e poi digitali, questa struttura viene progressivamente dissolta. McLuhan comprese che non stavamo soltanto cambiando strumenti, ma ambiente mentale. Il contenuto visibile dei media distrae dal loro effetto più profondo: essi riconfigurano la coscienza.
Il messaggio più importante della televisione, del social network, del flusso digitale non è ciò che dicono, ma il tipo umano che producono.
La società post-alfabetica non è necessariamente una società senza libri. È qualcosa di più sottile e più grave: una società in cui anche i libri possono essere consumati come oggetti tra gli altri, acquistati, esposti, accumulati, citati, valutati più in considerazione di mode culturali e ideologiche che non per il loro valore intrinseco, e quindi senza essere veramente interiorizzati.
Il lettore residuo rischia così di diventare un consumatore di libri e il libro stesso di resistere sugli scaffali non molto diversamente da un qualsiasi soprammobile, per diventare all’occasione un utile tema di conversazione in una serata con amici o un oggetto d’indagine sociologica, ma sempre più raramente qualcosa che può riorientare un’esistenza.
Il problema, dunque, non è soltanto la crisi della lettura: è la crisi della mediazione. Dove la lettura educava alla distanza, il flusso mediatico educa alla reazione; dove la cultura alfabetica formava il giudizio, la cultura post-alfabetica tende a produrre adesione immediata, emozione, appartenenza, consumo.
Il discorso di McLuhan costituisce, in questo senso, anche un crocevia per la comprensione del destino della democrazia liberale. Questa non vive, infatti, solo di costituzioni, parlamenti, elezioni e tribunali indipendenti. Vive di un certo tipo di cittadino: un individuo capace di valutare argomenti, di tollerare la complessità, di riconoscere l’avversario, di distinguere tra propaganda e verità probabile, esercitando ogni giorno quella che Jürgen Habermas definiva “ragione comunicativa”.
Se questo tipo umano si indebolisce, la democrazia può sopravvivere per qualche tempo formalmente, ma rischia di morire sostanzialmente.
L’ipotesi formulata da McLuhan sembra oggi trovare un numero crescente di riscontri empirici. Non costituisce una dimostrazione definitiva, ma un’interpretazione che acquista plausibilità alla luce di fenomeni convergenti.
Da oltre mezzo secolo non assistiamo a una vera inversione di tendenza: la parola arretra, l’immagine avanza; l’argomentazione cede il posto allo slogan; la formazione critica viene sostituita dall’addestramento al consumo e alla ripetizione di rituali sempre più massificati.
Questo processo non conduce necessariamente a cittadini apertamente ostili alla democrazia. Produce qualcosa di forse più inquietante: cittadini per i quali la differenza tra democrazia e autocrazia tende a perdere significato esistenziale.
Ciò che conta sempre più spesso è l’efficienza, la sicurezza, il benessere materiale, il successo professionale, la potenza tecnologica, l’estetica della modernizzazione. In questo senso, l’attrazione esercitata dalla Cina non riguarda soltanto i suoi prodotti, ma anche l’immagine di un ordine compatto, funzionale, apparentemente liberato dalle lentezze e dai conflitti della democrazia.
Non è necessario sostenere che molti occidentali desiderino consapevolmente vivere sotto un regime autoritario: basta osservare che per molti la questione della libertà politica sembra diventare secondaria.
La Cina può così apparire non come ciò che è politicamente, ma come ciò che comunica mediaticamente: efficienza, disciplina, crescita, modernità senza conflitto. È precisamente questo slittamento dello sguardo che rivela la vittoria della società post-alfabetica.
Le resistenze esistono, ma appaiono sempre più deboli. Non sono azzerate, ma tendono a zero. Il singolo intellettuale, il lettore critico, il piccolo gruppo culturale possono ancora produrre senso, ma difficilmente possono competere con apparati comunicativi globali, algoritmi, piattaforme, industrie dell’intrattenimento e ideologie che, in modo più o meno subdolo, si rivelano capaci di occupare stabilmente l’immaginario collettivo.
La storia insegna che le grandi tendenze raramente si arrestano da sole. Quando sembrano irreversibili, possono certo essere interrotte, ma quasi sempre al prezzo di fratture epocali.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la catastrofe produsse un moto ondoso culturale opposto: da quel trauma nacquero il costituzionalismo europeo, la tutela sovranazionale dei diritti, il processo che avrebbe condotto all’Unione europea. La guerra aveva mostrato fino a che punto poteva precipitare una civiltà quando smarriva i propri fondamenti.
Ma oggi non disponiamo ancora di una frattura analoga: disponiamo, semmai, di una lenta erosione. La democrazia non viene abbattuta da un colpo di Stato, ma consumata dall’interno attraverso la trasformazione dell’uomo democratico in utente, consumatore, spettatore, militante emotivo.
L’individuo che avrebbe dovuto giudicare viene continuamente sollecitato a reagire; quello che avrebbe dovuto deliberare viene addestrato a scegliere identificandosi con una parte politica; quello che avrebbe dovuto comprendere viene invitato a condividere in modo tendenzialmente fazioso.
Per questo McLuhan è oggi più attuale di quanto non fosse nel suo tempo. Aveva intuito che la questione decisiva non riguardava il contenuto dei messaggi, ma l’ambiente mentale creato dai media. Se cambia quell’ambiente, cambia anche la politica.
E se la politica democratica presuppone una coscienza alfabetica, mediatrice, riflessiva, allora la società post-alfabetica rischia di diventare il più potente solvente della democrazia liberale.
La democrazia può morire anche così: non perché i cittadini la odino, ma perché non riescono più a comprendere le ragioni per cui, nonostante tutti i suoi palesi e assodati difetti, continua a essere la forma di governo in grado di garantire il più consistente spazio di libertà di cui possiamo usufruire e in cui possono continuare a germogliare incessantemente forme di pensiero critico in grado di costruire un futuro sostenibile e umano, individuato e prescelto in base a condivisi criteri razionali.
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