

“Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come in passato. È ora di chiamarlo per quel che è: un sistema di crescente rivalità tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.”
Mark Carney
“Tutti aspettano di vedere cosa farà l’Europa, ma l’Europa non fa niente. E quando rifiutate di combattere per la libertà, le conseguenze arrivano. Nel 2020 avete rifiutato di aiutare la rivolta bielorussa per la democrazia, e ora i missili Oreshnik sono in Bielorussia e mettono nel loro raggio vari Paesi europei.”
Volodymyr Zelensky
“Io ho sempre in mente il giorno in cui siamo usciti dall’Ucraina, a un mese e mezzo dall’invasione russa. Ai confini con la Romania, in una chiesa, una signora anziana stava raccogliendo firme per chiedere all’Europa una no-fly zone sull’Ucraina. La ragione mi pareva molto chiara: c’era appena passato davanti agli occhi il primo missile della nostra vita, a Vinnytsia. Capivo l’urgenza. Sappiamo com’è andata.”
Stefania Battistini
Ho già scritto della nostra nullità come individui di fronte al fiume impetuoso e spesso sanguinoso della storia, che non segue i binari della giustizia e della libertà, ma scorre per conto suo. Avevo citato allora il Tolstoj, di Guerra e Pace dove ha raccontato magistralmente questo sentimento. È amaro, di fronte alle troppe giovani vittime iraniane delle recenti proteste, dovermi rafforzare nella convinzione che anche a fronte delle migliori intenzioni o delle richieste più giuste, se il fiume della storia non vuole cambiare il suo corso, non lo cambia.
Dei morti non importa. Della libertà neppure. Gli ayatollah fanno giustiziare ragazze e ragazzi per strada e nelle carceri, nel silenzio indifferente dei Canfora impegnati a scrivere panegirici sulla “russofobia”. La Russia del criminale al Cremlino sostiene gli assassini di quei giovani iraniani e, nel frattempo, lascia Kyiv al gelo, colpendo le infrastrutture energetiche, nell’indifferenza di una certa intellighenzia marxista nostrana. L’orrore come prassi rende cupe le acque del fiume in cui siamo immersi nostro malgrado.
Eppure niente è per sempre. Abituati a considerare la nostra vita come un’unità di misura plausibile di ciò che accade – soprattutto in Occidente – ci leghiamo a codici interpretativi rigidi. Ci affezioniamo a letture della realtà che reiteriamo ostinatamente, magari confondendo un capomafia con la promessa del “Sol dell’Avvenire” multilaterale. Accade a sinistra come a destra, accade anche a chi è legato a un atlantismo indubbiamente portatore di sviluppo economico, progresso tecnologico, benessere e diritti.
Tuttavia rifiutare l’evidenza di un alleato americano oggi attraversato da mire espansionistiche, dimentico delle basi del diritto, in balia nelle proprie città di una soldataglia violenta capace di opprimere i cittadini e violare scuole, chiese e luoghi di lavoro, non serve. Anzi peggiora le cose.
Se con l’Iran assistiamo al proseguire sinistro di un supplizio collettivo, l’Occidente, al contrario, si è spezzato. Si è aperta una faglia profonda nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. La questione della Groenlandia è solo l’ennesimo episodio di una condizione in cui l’alleato di ieri si è fatto oggi nemico, piaccia o non piaccia. Lo stesso accade sul piano economico, finanziario e politico.
Le nostre vite sono brevi, infinitesimali tasselli nel fluire della storia. Ricordarlo ci restituisce uno sguardo più oggettivo e disincantato, in cui le ideologie – marxiste o liberiste, sovraniste o liberali – appaiono per ciò che sono: passaggi transitori da un’epoca all’altra. Ciò che oggi ci sembra enorme e definitivo potrebbe essere domani un reperto archeologico.
Credo sia sano ricordarselo nel fervore delle notizie a cui siamo esposti continuamente. Mark Carney, oggi Primo Ministro canadese, forse anche per deformazione professionale da ex banchiere centrale, l’ha compreso bene: o si abbandonano le letture sedimentate in favore di un pragmatismo ancorato alla realtà, oppure si è destinati a soccombere. A Davos, durante il World Economic Forum, lo ha detto con chiarezza:
“Siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione. Affrontiamo il mondo per quello che è, non aspettiamo il mondo che vorremmo.”
Le convenzioni su cui dal secondo dopoguerra si è cercato un equilibrio sono saltate. Il cosiddetto diritto internazionale è evaporato. Agli Stati che non sono superpotenze resta una sola strada: coordinarsi e difendere attivamente quei valori liberali definiti da Vladimir Putin “obsoleti” già nel 2019 in una famosa intervista al Financial Times. Parole a cui l’autocrate russo ha fatto seguire atti criminali contro il popolo ucraino. Crediamo in quei valori? Siamo pronti a difenderli da chi li vuole spazzare via come Vladimir Putin?
Le parole non bastano più. Né sul piano militare né su quello economico-finanziario. L’Europa è sola, come lo è il Canada. E servono subito convergenze concrete, come la travagliata adesione al Mercosur, per contenere chi agisce con mire espansive, anche se si tratta dell’ex alleato americano.
È una svolta della modernità: passare da una lettura ideologica – dove oggi si saldano estrema destra ed estrema sinistra nel delirio rossobruno – a un’interpretazione pragmatica della realtà. Governare le trasformazioni, porre argini dove sono distruttive. In quest’ottica l’Ucraina martoriata dal freddo e dai bombardamenti russi è un fronte aperto, come lo è il mutamento di postura dell’ex alleato americano che ipotizza il Canada come 51° Stato.
Zelensky nel suo discorso, sempre a Davos, ha scattato una fotografia altrettanto lucida e impietosa di un’Europa incapace di reagire nei tempi richiesti dalle dinamiche contemporanee. Non si tratta solo di fermare un’invasione, ma di difendere i fondamenti stessi dell’Unione: diritti, libertà, rispetto dei confini, rule of law. L’alternativa non è “farsi gli affari propri”, né la diplomazia della bandiera bianca, ma è difendersi o essere travolti.
A Davos il Presidente Ucraino ha in realtà fatto un discorso che è un atto d’amore verso l’Europa e lo è proprio là dove sembra più aspro, perché nel criticare vuole sottolineare un’urgenza ad agire senza tollerare altri tempi morti. Per le tematiche della difesa e della deterrenza Zelensky ricalca la filosofia del “Rapporto Draghi” dove le tematiche erano invece economiche, tecnologiche e finanziarie. La sostanza resta però la stessa: o si cambia o la sottomissione e l’irrilevanza saranno il nostro destino.
La questione è esistenziale per l’Europa. Mettere la testa sotto la sabbia, raccontarsi favole sulla diplomazia con chi non si mostra più alleato, significa condannarsi all’irrilevanza. Mark Carney e Volodymyr Zelensky, da angolazioni diverse, ci hanno avvertito. Se non li ascolteremo, tra qualche decennio ci ritroveremo nel dire amaramente: sappiamo com’è andata, ricalcando le lucide parole della giornalista Stefania Battistini su una no fly zone in Ucraina, sempre necessaria e mai attivata.

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Giustamente un articolo impietoso. Non ho contezza se i politici contemporanei ne siano consapevoli, dal mondo reale osserviamo che ci troviamo di fronte ad una radicale svolta che, nel bene e male, cambierà le regole del gioco e non aspetta nessuno
Sogno un’alleanza atlantica tra il Canada di Carney e un’ Europa di Draghi.
Ma l’onda lunga della stupidità umana la impedirà.
Cosa potrebbe andare storto???