

La svolta energetica di Mark Carney apre una frattura nel Partito Liberale canadese: l’accordo con l’Alberta, favorevole a petrolio e GNL, segna il tramonto dell’eredità climatica di Trudeau e provoca l’uscita di scena dell’ala ambientalista guidata da Steven Guilbeault.
Il panorama politico ed ecologico del Canada sta vivendo una metamorfosi radicale, che mette in discussione un decennio di ambiziose tutele climatiche introdotte dall’amministrazione di Justin Trudeau.
Al centro di questo terremoto politico vi è l’avvicendamento alla guida del Paese di Mark Carney, l’ex banchiere centrale che, dopo aver assunto la carica di primo ministro nel marzo 2025, ha impresso una netta inversione di rotta pragmatica e industriale alla strategia energetica nazionale.
Questo drastico cambio di rotta ha provocato una profonda frattura interna al Partito Liberale, culminata nelle clamorose dimissioni dal Parlamento di Steven Guilbeault, storico attivista di Greenpeace e già ministro dell’Ambiente, che ha denunciato un inaccettabile arretramento del Paese nella lotta al riscaldamento globale.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’approvazione di un memorandum d’intesa e di un accordo energetico altamente controverso tra il governo federale di Ottawa e la provincia dell’Alberta, volto a sostenere l’industria petrolifera locale e a promuovere lo sviluppo e l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL), anche attraverso l’allentamento delle leggi sui permessi ambientali per velocizzare la costruzione di nuove infrastrutture e condotte verso il Pacifico.
Questo strappo segna la fine di un’era, una transizione documentata dalla stampa canadese e plasticamente rappresentata dal recente e malinconico ritrovo privato presso il Rideau Club di Ottawa.
In quella sede, l’ex premier Justin Trudeau e i tre storici architetti della sua politica verde, Catherine McKenna, Jonathan Wilkinson — prossimo ambasciatore canadese presso l’Unione Europea — e lo stesso Guilbeault, si sono riuniti in un clima di evidente frustrazione, proprio mentre il nuovo esecutivo smantellava pezzo dopo pezzo il loro lascito normativo.
Si tratta di un paradosso macroscopico per Carney, un tecnocrate che in passato aveva legato la propria fama internazionale alla finanza climatica e alle Nazioni Unite, sostenendo nel suo saggio Values che l’ottanta per cento dei combustibili fossili avrebbe dovuto restare nel sottosuolo per contenere il riscaldamento globale.
Oggi, invece, alla guida di un governo con una maggioranza parlamentare ridottissima, il premier difende la svolta sostenendo che nessun piano verso lo zero netto può essere credibile senza un focus spietato sulla sostenibilità economica delle famiglie e sulle tasche dei cittadini.
L’accordo energetico siglato con l’Alberta prevede lo slittamento e l’indebolimento dei regolamenti sulle emissioni di metano e sulla tassa sul carbonio per il settore fossile, pilastri che avrebbero dovuto frenare l’impatto ecologico delle sabbie bituminose, offrendo in cambio impegni provinciali su progetti di cattura della CO2 e la promessa di un nuovo oleodotto verso i mercati asiatici.
Se con Trudeau il Canada era per la prima volta in pista per centrare almeno i propri target intermedi, Guilbeault ha denunciato che le concessioni di Carney ridurranno il taglio reale delle emissioni al 2030 a un misero dodici o quindici per cento rispetto al quaranta per cento originario.
Con la promessa di varare una legge federale per sfoltire i vincoli burocratici ambientali e accelerare le grandi infrastrutture, Carney dichiara di voler badare agli investimenti concreti e non alle parole.
Ma l’addio definitivo dell’ala ambientalista trasforma la transizione ecologica canadese in una scommessa industriale ad altissimo rischio politico.
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Suggerirei a Carney e a Trudeau di leggere l\’articolo di Alfonso Lanzieri sul tema. Nadia Mai
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